Il pacchetto anti-evasione va accettato a scatola chiusa?

Il governo ha affidato una parte della manovra ad un robusto pacchetto anti-evasione, salutato da destra e da sinistra come una svolta positiva e soprattutto necessaria. Un terzo dei 24 miliardi di correzione dei conti pubblici dipenderà dall’efficienza delle misure messe in campo dall’esecutivo per accrescere la trasparenza e la tracciabilità dei pagamenti, arginare le pratiche elusive e accertare in modo più “oggettivo” la capacità contributiva dei soggetti d’imposta. Bene. Anzi, mica tanto.

Guadare alla questione fiscale come a un mero problema di riscossione, e all’elevata pressione impositiva come ad una conseguenza di un ancora più elevato livello di evasione (perché se tutti pagassero le tasse, eccetera eccetera…) è una mezza verità che, spacciata per intera, diventa una patacca ideologica. La sinistra che ha provato a smerciarla come la pietra filosofale, nella sua opera di “moralizzazione” e di risanamento del Paese, è stata giustamente trattata da falsaria. Non solo perché gli italiani sono culturalmente “più furbi” degli altri europei e più riluttanti ad accettare di pagare il dovuto (conta anche questo,  sempre per metà), ma anche perché, nella logica dello scambio che caratterizza il rapporto fiscale fra cittadini e Stato, alla fine in Italia ci hanno troppo perduto i primi – e innanzitutto i “meno furbi” di loro – e troppo guadagnato il secondo. Insomma, non è vero che il rapporto onesto fra cittadino e Stato sia sempre e solo quello improntato alla legalità fiscale. Può essere disonesto anche chi ha i mezzi per imporre la legge e non solo chi ha la convenienza a violarla.

Di questo fatto, la maggioranza degli italiani continua ad essere convinta, non solo per riflesso auto-assolutorio, ma per conoscenza, esperienza e cultura. Dunque, da questo punto di vista, continuare a parlare delle tasse in una logica “tecnico giudiziaria”, come una cosa che riguarda il rapporto tra le “guardie” dell’Agenzia delle Entrate e i “ladri” di gettito fiscale, non aiuterà a risolvere i problemi. Né dal punto di vista economico, perché questi livelli di tassazione pregiudicano la crescita e inguaiano i conti pubblici, destinati comunque a peggiorare in un paese fermo o in declino. Né dal punto di vista politico, perché un diverso e migliore patto sociale tra cittadini e Stato, in Italia, passa da un rapporto più paritario e dal necessario riequilibrio delle rispettive pretese.

E’ difficile dar torto a chi vede nella manovra di Tremonti un’impronta tecnicamente e politicamente “vischiana”, con la ricerca dell’efficienza attraverso una radicale subordinazione normativa del contribuente all’amministrazione finanziaria e con una articolazione sempre più sbilanciata e asimmetrica di diritti e doveri tra cittadino e Stato. E’ una condizione precaria e insostenibile, in cui lo Stato è un cliente e un debitore più uguale degli altri (e può pagare quando può o quando vuole), mentre il cittadino è giuridicamente assai meno uguale dello Stato (perché deve pagare tutto e subito, anche prima che sia provata definitivamente la fondatezza della pretesa, e senza potere compensare il credito che vanta nei confronti dello stato inquisitore/debitore).

Nell’esame parlamentare della manovra, sarà possibile distinguere le parti che creano le condizioni di diritto e i presupposti di fatto per un rapporto trasparente tra Stato e contribuente e quelle in cui, invece, l’amministrazione fiscale è autorizzata ad andare per spicce ed incentivata ad arroccarsi su pretese discutibili, per piegare la resistenza di un contribuente “accertato”, ma non necessariamente fellone?

Le norme sulle comunicazioni obbligatorie per le fatture superiori ai 3.000 euro o il limite relativo ai pagamenti in contanti (che era troppo alto, e probabilmente, anche a 5.000 euro lo rimane) non sono dello stesso tipo di quelle che limitano in modo arbitrario la compensazione tra crediti e debiti fiscali. E il nuovo indice di capacità contributiva non è la stessa cosa della trasformazione dell’avviso di accertamento in titolo esecutivo, che dà anticipatamente corso, con conseguenze spesso definitive per l’attività di impresa, a una “sentenza” che la commissione tributaria potrebbe ribaltare di fronte al ricorso del contribuente (e non succede raramente).

Si dirà che anche le misure più hard hanno una motivazione razionale – è vero – e servono ad impedire che il contribuente faccia col fisco il gioco delle tre carte, contando sulla lungaggine delle verifiche e delle procedure di riscossione. Ma forse si può cercare, anche su questo, un compromesso più realistico e compatibile con l’attività di impresa e con le esigenze dei contribuenti. E si può farlo senza precipitare nella disputa ideologica sui favori che un ammorbidimento delle norme più cattive farebbe agli ancora più cattivi evasori – polemica molto popolare, che però ricorda tanto, anzi troppo, Visco per potere essere cavalcata così allegramente nel mercato politico del centro-destra.

In tutto questo, bisognerebbe iniziare a parlare in modo più aperto di un tetto al rapporto tra pressione fiscale e Pil, per chiarire che il maggiore gettito conseguente ad una migliore lotta all’evasione deve finanziare un taglio delle aliquote, non ingrassare l’avanzo primario e a soffocare, più di quanto già non accada, la libertà economica.


Autore: Carmelo Palma

Torinese, 44 anni, laureato in filosofia. E' stato dirigente radicale, consigliere comunale di Torino e regionale del Piemonte. Direttore dell’Associazione Libertiamo e della testata libertiamo.it. Gli piace fare politica, non sempre gli riesce.

8 Responses to “Il pacchetto anti-evasione va accettato a scatola chiusa?”

  1. daniele burzichelli scrive:

    Bellissima cosa il rapporto paritario fra Stato e cittadino. Molto liberista. Trovo, però, che il principio di responsabilità sia un suo corollario inevitabile. Se, “ad armi pari”, lo Stato scova un evasore, l’evasore paga. Anche con sanzioni penali (sanzioni effettive, non quelle di cartapesta del nostro sistema penale).
    Altra bellissima cosa è l’idea di modificare l’art. 41 Cost. Molto liberista. Trovo, però, che il principio di responsabilità sia un suo corollario inevitabile. Se, “ad armi pari”, lo Stato scova un imprenditore che intraprende senza il rispetto delle norme, l’imprenditore paga. Anche con sanzioni penali (sanzioni effettive, non quelle di cartapesta del nostro sistema penale).
    Un vero sistema liberale (basti pensare a Stati Uniti o Regno Unito) presuppone la responsabilità come inevitabile contrappeso alla libertà. Invece agli Italiani la rivoluzione liberale piace a metà. Apprezzano molto l’idea di avere più libertà, ma non vogliono un briciolo di responsabilità in più.
    Così, i liberisti italiani votano l’indulto, si specializzano in condoni e progettano di far scontare ai domiciliari l’ultimo anno di pena.
    E si preoccupano – giustamente – di promuovere un sistema tributario che non sia pervaso da principi ottocenteschi e inaccettabili di ragion fiscale. Però, mai nessuno che proponga di mandare gli evasori in galera sul serio.

  2. Carmelo Palma scrive:

    Daniele, se lo stato paga quando vuole e se perde in giudizio pure e se ha un debito con un contribuente peggio…perché il contribuente deve pagare con tempi diversi e perentori? E il perché è politico, prima che pratico. Senza un rapporto ad armi pari, tutte le pretese di giustizia sono dispari. Da uno che ti risponde sempre “sti-cazzi” è difficile farsi fare la morale

  3. La situazione di perenne emergenza – fittizia quest’ultima perché oramai istituzionalizzata, e senza distinzione fra “destra” e “sinistra” – fa del duo Visco-Tremonti le facce di una medesima medaglia che si distinguono fra di loro sol perché Visco da buon docente, di ottimo livello, parla e teorizza ed opera per conoscenza presunta e visione ideologica e Tremonti lo fa per pratica praticata in anni ed anni di esercizio professionale ad elevatissimo livello. La “guerra totale” con San Marino lo dimostra. Visco tentò di fare qualcosa, Tremonti fa molto in base anche alla sua passata esperienza di consulente di quello Stato.
    Carissimo Direttore, il Tuo scritto è, oltre che godibilissimo, sottoscrivibile in toto. Ciò che distingue un cittadino da un suddito è proprio l’atteggiamento che Tu descrivi con sintesi e clarità: la presenza o la mancanza di reciproco rispetto e di sostanziale mutuo riconoscimento in un quadro di reciproca verità e correttezza. Senza l’una non potrà mai esservi l’altra. Purtroppo la storia dell’Italia “unita”, nata male dalla prepotenza e dalla sopraffazione estero dirette e vissuta peggio in un brodo di demagogia e di miti tartufi, preda delle conventicole e dei “poteri forti” di turno, ha portato ad una situazione kafkiana nella quale supposti cittadini vengono trattati da sudditi quali sono e sanno di essere e di conseguenza agiscono e si comportano, soprattutto in materia fiscale.
    La vetta del ridicolo istituzionale toccata or ora con la lepidissima storiella delle “provincine da abolire anzi no” è ben specchio di quanto si dice. E quando il contribuente (ricordiamoci il tormentone del fiorino nel film Benigni-Troisi) sa che il suo sudato e scarso denaro non va ad alimentare servizi utili ed efficaci ma sperperi inutili e spesso immondi, considera il prelievo una vera e propria grassazione e fa di tutto per non subirlo o subirlo in quantità minimale. Se può e sa. E siccome, anche in questo caso, “può” e “sa” significano disponibilità economiche e cultura professionale, l’ingiustizia diviene anche più odiosa perché colpisce di più il meno abbiente e l’indifeso verso il quale, con machiavello medioevale, il datore di lavoro è costretto ope legis a comportarsi da gabelliere (e senza il benché minimo compenso).
    Per questo il Berlusconi ed il Tremonti del ’94 ci avevano fatto sognare. E, nelle parole di Benedetto in un recentissimo post, si affaccia l’idea che, passata questa di assestamento, la prossima legislatura possa essere davvero quella del voltar pagina.
    E’ davvero la speranza l’ultima a morire?

  4. daniele burzichelli scrive:

    Non esageriamo.
    I crediti irpef dichiarati a maggio sono liquidati a luglio e le sentenze delle commissioni tributarie sono eseguite dal Fisco con grande celerità, tanto che il giudizio di ottemperanza (cioè il processo per ottenere l’esecuzione delle decisioni favorevoli al contribuente) è un istituto in pratica mai utilizzato innanzi ai giudici tributari.
    Non è che l’evasione dipende solo dal fatto che lo Stato è “dispotico”. Dipende anche dal fatto che c’è un sacco di gente incivile, che va rieducata anche attraverso l’irrogazione di una pena (come prescritto dalla nostra Costituzione).

  5. Carmelo Palma scrive:

    I crediti non sono liquidati in pochi mesi, sono compensati se il sostituto d’imposta o il contribuente hanno un debito con l’erario. Se uno ha un credito 2009, resta senza lavoro nel 2010 e mette il credito a rimborso aspetta qualche anno per incassarlo. Ripeto, qualche anno. Se si nega che i tempi di riscossione dei crediti dello stato sono disallineati con quelli che lo stato esige dai contribuenti, beh…;-)

  6. daniele burzichelli scrive:

    Sì, ho scritto una cosa inesatta. Avrei dovuto dire: “i crediti irpef dei lavoratori dipendenti dichirati a maggio sono rimborsati a luglio dal sostituto d’imposta”. Chiedo scusa.

  7. Luigi Calabrese scrive:

    Visco introdusse l’F24 con la compensazione dei rapporti di credito debito fra contribuente e Stato.
    Una innovazione liberale che nessuno gli ha mai riconosciuto davvero

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