Com’è nuovo Cota, batte cassa alle fondazioni bancarie per fare la “squadra Piemonte”

 – L’obiettivo più ambizioso dei primi cento giorni dell’amministrazione di Roberto Cota è stato quello di costituire la cosiddetta “squadra Piemonte”. A prima vista, una riedizione in stile territoriale del consociativismo italiano, almeno a leggerne la descrizione sul sito della Regione, che la presenta come un’iniziativa mirata a “coinvolgere fin da subito tutte le categorie, ascoltando istanze e suggerimenti e sollecitandone la partecipazione attiva”. Aggiungendo che “come governo regionale non vogliamo presentare a sindacati e associazioni di categoria progetti già fatti e finiti, ma vogliamo al contrario la loro collaborazione e i loro suggerimenti per costruire una politica che faccia prima di tutto gli interessi del nostro territorio”.

Ma di retorica, si sa, è intrisa la politica, e abbiamo quindi sperato che dietro a questo annuncio ci fossero idee innovative o originali. Le cose di cui ha bisogno il Piemonte (almeno alcune) sono abbastanza note. Migliori trasporti, maggiore apertura del territorio, sfruttamento delle eccellenze locali (no, non solo l’enogastronomia e la nocciola del cuneese, ma anche il dinamico tessuto di imprese che sta nascendo e ormai ruota intorno al Politecnico, ad esempio).

Il risveglio, però, è stato purtroppo rapido, e non dobbiamo neanche aspettare la fine dei cento giorni per esprimere un primo giudizio, non proprio ottimistico, sull’iniziativa. Se tre indizi fanno una prova, l’imputato è giudicato colpevole.

Il primo indizio di inadeguatezza dell’idea di mettere “tutti insieme appassionatamente”, a dire il vero, ce l’avevamo avuto già in campagna elettorale. Noi che viaggiamo frequentemente sui malandati treni del trasporto regionale piemontese, abbiamo coltivato enormi speranze alla prospettiva di un bando di gara per aggiudicare il servizio al miglior provider. Ci immaginavamo già fiammanti treni nuovi sostituire l’attuale “materiale rotabile” spesso obsoleto. E invece no. Sembra che si seguirà, anziché la strada dell’apertura del mercato, quella della collaborazione (ma in economia non si chiama collusione?) tra l’operatore (pubblico) locale e l’operatore (pubblico) nazionale. Perché, visto che si era a metà strada, non provare davvero a seguire la strada della concorrenza? Perché vedere nella concorrenza solo l’aspetto della “distruzione”, ma mai l’aspetto della “creazione” di nuovo valore?

Il secondo indizio ci è arrivato il giorno dell’incontro di Cota con l’A.D. della FIAT Sergio Marchionne. La Fiat di oggi è sicuramente migliore rispetto a quella di qualche anno fa: più dinamica, più innovativa, maggiormente in grado di giocare sulla scena competitiva mondiale. Ma la città di Torino deve (e lo stava facendo a fatica) uscire da una situazione di dipendenza industriale rispetto a un operatore che per molti anni è stato praticamente monopsonista sul territorio. Occorre diversificare, per poter fronteggiare nuove sfide (ci sono sicuramente business più innovativi e in grado di generare maggior valore aggiunto rispetto al settore automobilistico) e per non dipendere da un unico soggetto (nelle imprese si chiama risk management, e consentirebbe per esempio a molte imprese di non essere pendenti da ritardi di pagamenti e oscillazioni nella domanda di un unico grande cliente locale). Ma anche in questo caso, la voglia di preservare lo status quo sembra prevalere, con promesse di collaborazioni (i.e. aiuti) sul motore ibrido, tra il Lingotto e le istituzioni regionali.

L’ultimo indizio si è fatto attendere fino a questi giorni, ma ha provocato un brutto risveglio a chi ancora aveva qualche velleità liberale. Il neo-governatore aveva mantenuto un profilo basso nei giorni del rinnovo dei vertici di San Paolo-Intesa. E questo gli ha sicuramente reso onore, in un  contesto, quale quello italiano, in cui la gestione delle banche tutto segue meno che meccanismi di mercato in senso tradizionale. Purtroppo, però, il Sole 24 Ore ci dà notizia che Roberto Cota è pronto a “battere cassa alle fondazioni bancarie”, addirittura per “lanciare il piano per il lavoro e l’attrazione di nuove imprese imbastito dalla sua giunta regionale in questi mesi, un’operazione che in Italia non ha precedenti e che, per volume delle risorse necessarie, vedrà la Regione di fatto costretta a chiedere un sostegno alle fondazioni e alle banche”. E cosa ci sarà mai all’orizzonte? Assume direttamente la Regione o paga gli stipendi tramite interposta azienda (sempre scelta tramite criteri politico-territoriali)? Verrebbe solo da suggerire di non sprecare troppe risorse per “attirare” le imprese. Se poi non si creano le condizioni affinché la produttività sia elevata, le imprese, dopo essere state attratte con lo specchietto per le allodole degli incentivi pubblici sotto varie forme elargiti, se ne andranno. O il caso Motorola, che tanto clamore ha suscitato proprio a Torino, non ha insegnato nulla?

Le vicende piemontesi di queste settimane ci forniscono lo spunto per alcune riflessioni. Fino a che i ruoli di politica ed imprenditoria non saranno demarcati, difficilmente si otterranno risultati di lungo periodo. Magari si aiuteranno (per un po’) le imprese del territorio che si trovano in situazioni di difficoltà, ma non se ne attrarranno di competitive da fuori. Fino a che si vorrà concertare tutto con i rappresentanti di tutte le categorie, difficilmente troveranno spazio nuovi soggetti pronti a portare innovazione e crescita solida e duratura. I politici dovrebbero fare il proprio mestiere: creare le condizioni di fondo affinché gli agenti economici possano operare al meglio. E lasciare agli imprenditori il compito di fare impresa, ai banchieri il compito di fare banca, e ai consumatori la facoltà di scegliere tra le opzioni che il  mercato sa creare.

A dire il vero, verrebbe da fare anche un’altra riflessione. La richiesta di Cota è stata avanzata nell’ambito di un convegno sui rapporto tra politica, banche e fondazioni, e pare che alcuni presidenti di queste ultime abbiano dimostrato disponibilità all’iniziativa. Ma siccome il core business di una banca dovrebbe consistere nell’erogazione del credito e nella fornitura di servizi di qualità a basse commissioni, viene da chiedersi perché le fondazioni bancarie non facciano muro per reinvestire gli utili al fine di innovare i modelli di business di un sistema bancario così statico come quello italiano, anziché finanziare programmi pubblici, per quanto utili possano essere. I sistemi di customer satisfaction delle banche italiane hanno come obiettivo di soddisfare le esigenze dei clienti o del settore pubblico?

Ma la discussione su come venga gestita, in Italia, un’infrastruttura così importante per lo sviluppo quale il sistema bancario e creditizio meriterebbe un articolo a sé, e magari sarà il caso di tornare sull’argomento in futuro, con più calma.


Autore: Gabriele Guggiola

Laureato con lode in Economia e Commercio all’Università degli Studi di Torino, ha conseguito un M.Sc. in Economics all’Universitat Pompeu Fabra di Barcellona e un Ph.D. in Economics all’Università degli Studi di Torino. È professore a contratto e assegnista di ricerca in scienza delle finanze all’Università dell’Insubria e collabora stabilmente con il Centro Einaudi di Torino. Si è occupato, per una primaria società di consulenza, di tematiche legate alla corporate governance.

2 Responses to “Com’è nuovo Cota, batte cassa alle fondazioni bancarie per fare la “squadra Piemonte””

  1. luigi zoppoli scrive:

    a prescindere dalla persona di cota, le osservazioni contenute nell’articolo stanno a disegnare il quadro di una politica che non dispone di persone in grado di innovare e per di più incapaci di comprendere che collusione e consociativismo insieme a commistione impropria di compiti e ruoli è uno dei metastatici difetti dello stato attuale del paese.

  2. Marco Maiocco scrive:

    Giusto, tutte cose benissimo pensate e dette. Ma Cota ve lo siete votati voi? O no?

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