Il domestico sì, ma il capo straniero no. ‘Questa’ immigrazione la vogliamo noi

– In Italia, la resistenza ad accogliere personale qualificato proveniente dall’estero è di gran lunga superiore a quella verso il personale non qualificato. Un domestico straniero, passi. Ma non un dirigente, un capocantiere, un quadro intermedio, insomma un “superiore” straniero.

In un momento di crisi economica e di stretta fiscale, è ovvio che vi sia una certa  curiosità verso l’apporto degli stranieri, che, molto spesso, non pagano quanto noi e, apparentemente, incassano più di noi (visto che essendo più poveri, dovrebbero avere più welfare ­– ma non sempre è così). Spesso però non ci accorgiamo che pagano più di noi, quando, perdendo il lavoro, perdono dopo poco il permesso di soggiorno e un’intera prospettiva di vita.

Se però da noi gli immigrati sono “i poveri” (e i protagonisti di una “guerra tra poveri”) questa è anche una conseguenza della non ottimale composizione della nostra immigrazione, schiacciata verso le basse qualifiche.

L’Italia avrebbe molto da guadagnare dall’attrarre personale straniero qualificato, anche quando non fosse tenuto a pagare le tasse in Italia per la temporaneità della presenza e per le norme contro la doppia imposizione. Il capitale umano rende anche quando non “paga”. Quindi, prima di pensare di “cavare sangue dalla rape” forse sarebbe il caso di domandarsi perché ancora adesso in Italia si privilegi un’immigrazione poco qualificata rispetto  a quella qualificata, senza ridurre il tutto a una questione meramente fiscale o valutaria.

Le ragioni di questa situazione non ottimale sono chiare e non dipendono dagli stranieri. Gli stranieri sono “vittime perfette” del mercato del lavoro duale e assicurano ampi margini di flessibilità nei settori labour intensive che richiedono qualifiche low skilled. Inoltre, sopperiscono ad una bassa offerta di lavoro, rispetto a settori e mansioni “rifiutate” dalla forza lavoro italiana. In larga misura gli stranieri mettono braccia dove c’è il lavoro, ma non i lavoratori e assicurano il welfare dove quello pubblico manca o è scarso e di scarsa qualità (quello pro-family).

Questa è la nostra immigrazione perché siamo noi, in larga misura, a volerla così. E a volere solo “questa”. Se arrivano da noi in maggioranza stranieri con qualifiche basse, non si può addossare loro la colpa. Se il merito non è riconosciuto in maniera adeguata, se la concorrenza sul mercato del lavoro è vista come un pericolo per i “nostri giovani”, se interi settori produttivi riescono a sopravvivere solo ricorrendo a personale disposto a lavorare in condizioni sub-umane (vedi Rosarno): se insomma vogliamo questo, non basteranno le leggi più severe per invertire la rotta, ma serviranno solo a ridurre l’attrattività del nostro Paese per il personale internazionale più qualificato.

Ho già citato un giudizio del Financial Times, secondo cui  “il bagaglio di conoscenze ed esperienze che un lavoratore specializzato può apportare all’economia del paese è dieci volte superiore a quello generato da un individuo non specializzato”. Parafrasandolo, si potrebbe dire che “la resistenza in Italia ad accogliere personale qualificato proveniente dall’estero  è dieci volte superiore a quella nei confronti del personale non qualificato.”

Le “caste” e le “cricche”  – e non solo quelle del malaffare, ma soprattutto quelle del legalissimo corporativismo italiano – si oppongono strenuamente all’arrivo di stranieri in posti di responsabilità, perché farebbero saltare tutti gli equilibri, che non fanno bene al Paese, ma solo a chi ci si accomoda sopra.


Autore: Giovanni Papperini

Giovanni Papperini. Laureato in legge, libero professionista, 57 anni, esperto di corporate immigration e relocation, vive e lavora nel quartiere “Talenti” a Roma e, come titolare dello Studio Papperini Relocation ( www.studiopapperini.com ) e Presidente del Ciiaq ( info@ciiaq.org - Comitato italiano immigrazione altamente qualificata), si occupa di attrarre talenti da ogni parte del mondo in Italia, aiutandoli a superare gli ostacoli della burocrazia e ad integrarsi nella realtà del Paese.  Ha “attratto” dall’Austria anche la moglie, con cui ha avuto due gemelli.

9 Responses to “Il domestico sì, ma il capo straniero no. ‘Questa’ immigrazione la vogliamo noi”

  1. claudio scrive:

    Papperini ci ha abituati ai suoi interventi sull’immigrazione che lui chiama qualificata (e dal curriculum si capisce il motivo).
    Quello su cui non sono d’accordo, al di là dell’articolo, è insistere sul dualismo qualificata-non qualificata.

    Credo infatti che la “classe media” intesa come l’insieme di lavoratori diversi dai manager qualificati ma anche dagli operai non qualificati, esista sempre.
    La scolarità degli immigrati permette ormai ad alcuni di essi (soprattutto giovani, soprattutto – ma non solo – di seconda generazione) di accedere ai posti di lavori di quella che ho chiamato “classe media”.

    In soldoni: un impiegato di paghe e contributi è parte di questa “classe media”; un ottico, ma anche un commesso di un negozio di ottica, è parte di questa “classe media”. E via discorrendo.

    Ora arrivo al punto a cui volevo arrivare: ci sono cittadini cd. neocomunitari (bulgari e rumeni in pratica) che possono transitare nel nostro Paese ma, per lavorare, devono avere una residenza e un nulla osta della prefettura.

    Orbene, queste persone per ottenere il nulla osta devono attendere 30 giorni quando va bene. Anche questo è un modo per impedire all’immigrato non delinquente e “abbastanza” qualificato di lavorare nel nostro Paese.

  2. Giovanni Papperini scrive:

    Caro Claudio,

    ed è già un passo avanti per anni, dopo l’entrata della Romania nella UE addirittura veniva richiesta una speciale autorizzazione al lavoro anche per i dirigenti rumeni “ex art 27” mentre adesso l’autorizzazione viene richiesta solo per il personale non altamente qualificato. Attualmente le “quote” annuali dei lavoratori dipendenti extracomunitari sono esaurite da tempo, non sono state riaperte dal dicembre del 2007, salvo una recente apertura per gli stagionali ( e i lavoratori autonomi) . Certamente importanti per la nostra economia, l’assurdo è che nelle altre quote chiuse rientra anche il personale dirigenziale extracomunitario ( non distaccato in Italia ex art 27, ma assunto localmente) . Insomma quest’anno, e non solo, è più facile assumere un bracciante agricolo rispetto ad un manager.

  3. Vito scrive:

    Una considerazione banale: come si fa ad attrarre lavoratori qualificati quando i lavoratori qualificati italiani o non trovano lavoro o accettano qualifiche più basse? Insomma se un operaio specializzato guadagna più di un giovane ingegnere, perché un ingegnere indiano dovrebbe venire in Italia?

  4. claudio scrive:

    @ Vito: perché guadagna più che in India.

  5. Lontana scrive:

    Prima cosa : chi stabilisce e controlla le qualifiche dei lavoratori stranieri? C’é un’enorme differenza tra un medico generico canadese, uno italiano, uno romenoe uno africano e bisogna vedere dove questi diplomi sono stati conseguiti. L’impresa privata puo’ sicuramente assumere personale qualificato straniero se non trova l’equivalenete in Italia, ma si farà garante del lavoro.
    Secondo, ha ragione il commentatore qui sopra, già abbiamo un sacco di diplomati italiani, i famosi bamboccioni, senza lavoro, dunque che ce ne facciamo dei figli degli altri?
    Mi pare che Il signor Papperini voglia riempirci a tutti i costi di immigrati…

    Tra l’altro in tutti i Paesi si fa fatica ad accettare un capo che viene da un altro Paese, non solo in Italia!

  6. Giovanni Papperini scrive:

    Ringrazio i commentatori. Le loro argomentazioni mi sono molto utili per approfondire la ricerca del perché vi sia quella che considero un’eccessiva resistenza all’affidamento di posti di responsabilità alle persone formate all’estero ( indicati per semplicità espositiva come “immigrati”, ma naturalmente comprendente anche gli Italiani formati all’estero ed ostacolati in varie maniere al rientro in posizioni di responsabilità in Italia, così rispondo a Lontana). Viviamo ormai in un mondo globalizzato dove solo un sottile , ed illusorio, velo “protegge” i nostri posti di lavoro dalla concorrenza internazionale. Un “velo” continuamente stracciato dalla “delocalizzazione” e dall’importazione di prodotti esteri. Non ritenete opportuno fare in modo che dal confronto costante e continuo con colleghi e superiori con formazione e mentalità diversa dalla nostra sia possibile migliorarci? Valorizzando le nostre indubbie doti di creatività ed ingegnosità e magari acquisendo da altri doti organizzative e pratiche? Vito parlava di operai specializzati che in Italia guadagnano più di un ingegnere, ebbene ho visto più di un ingegnere indiano, giapponese e finlandese, magari con un lauto stipendio in tasca, ma con un estremo senso pratico e una manualità che da noi hanno conservato solo gli operai specializzati. Ho l’impressione che vi sia qualcosa di profondo che non va nelle nostre Università.

  7. Lontana scrive:

    Signor Paperini, la faccio partecipe della mia esperienza di immigrata in un Paese che favorisce in tutti i modi l’immigrazione.
    In Canada ci sono molte barriere e immigrare costa molto anche solo per le pratiche necessarie. Trascurando molti ostacoli messi per salvaguardare i contribuenti canadesi, come ad esempio la visita medica, e lo sponsor che prende la responsabilità di colui che fa immigrare, c’é e ci sarà presto nel mondo una ricerca affannosa di immigranti qualificati.
    Questo farà in modo che molti giovani italiani avranno ponti d’oro in America e altrove. C’é una ricerca forte di infermiere e personale medico,per esempio, ma si devono equiparare i diplomi e sostenere in loco esami e studiare. In Canada ci sono tassisti che hanno una laurea che pero’ non é riconosciuta..
    In questo link i lavoratori richiesti al momento:

    http://www.cic.gc.ca/english/immigrate/skilled/apply-who-instructions.asp#list

    Anche in Italia avremmo presto bisogno di personale qualificato, ma ci troveremo invece pieni di persone senza né arte né parte che pesano sul contribuente.
    Barriere e selezione ci vogliono, assunzione di responsabilità da parte dei datori di lavoro, e sempre la priorità ai cittadini italiani.
    Saluti.

  8. Giovanni Papperini scrive:

    In Italia, purtroppo, non esistono dei sistemi di selezione adeguati, ma solo sistemi basati sul formalismo più puro. Siamo lontani anni luce dai criteri di valutazione paragonabili a quelli usati in Canada. Per questo motivo è importante non enfatizzare eccessivamente questioni, che pure esistono, legate all’Islam o al colore della pelle degli immigrati e concentrarci su come favorire una selezione dell’immigrazione basata sul merito e sulle effettive necessità della Nazione. Il personale con capacità dirigenziale è per sua natura scarso a livello mondiale, altrimenti non avrebbe senso la competizione delle aziende per accaparrarsi i dirigenti più capaci. Per tale motivo è assurdo che, forse per evitare accuse di “classismo”, il governo attuale stia bloccando per anni ( dal 2007) non solo i “flussi annuali” delle colf e degli operai, ma anche i tradizionali 1000 ingressi annui per dirigenti e personale altamente qualificato. Non ho mai visto un’azienda assumere un dirigente per pura esterofilia, lo assume perché possiede determinate capacità o professionalità non reperibili sul mercato interno del lavoro. La disoccupazione colpisce tutti, dirigenti inclusi, ma è assurdo impedire ad un’azienda, che desidera uscire dalla crisi, di reperire sul mercato mondiale del personale qualificato le figure professionali in grado di rilanciare la produzione o entrare in nuovi mercati. Non lo ritengo un metodo efficace per ridare lavoro ai nostri manager rimasti temporaneamente disoccupati. Selezione si, ma seria e non basata sul timore di essere considerati “classisti”.

  9. Vito scrive:

    …ma con un estremo senso pratico e una manualità che da noi hanno conservato solo gli operai specializzati. Ho l’impressione che vi sia qualcosa di profondo che non va nelle nostre Università.
    Non posso che essere d’accordo. Da ingegnere, per assurdo, l’amico più pratico che ho è un filosofo…
    Per quanto possa trovare “ingiusto” che un ingegnere guadagni meno di un operaio specializzato, debbo riconoscere che qualche motivo c’è. Scusate il fuori tema.

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