Sii bella e stai zitta. Perché l’Italia di oggi offende le donne. Questo il titolo dell’ultimo libro, edito da Mondadori, della filosofa Michela Marzano: un vero e proprio atto di accusa nei confronti della società dell’immagine, che fa dell’apparenza la propria ragion d’essere. Ѐ questo purtroppo l’universo in cui molte donne si trovano a vivere, rinunciando alla loro preziosissima alterità per uniformarsi ad un modello, proposto dalla tv e dai media, che le vuole belle ma silenti, liftate e seducenti, sempre pronte a soddisfare uomini, che le desiderano ma non le amano e forse neppure le conoscono.

Se da un lato è difficile o addirittura impossibile non trovarsi d’accordo con l’autrice sulla diagnosi, dall’altro il libro della Marzano non sembra del tutto persuasivo sulle cause di questo fenomeno. E manca di ricordare i segni di debolezza del movimento femminista, per come si sviluppò in Italia a partire dal 1968. Ciò che abbiamo oggi dinanzi agli occhi non ha nulla a che fare con la dimensione culturale e ideologica che assunse allora nel nostro paese la questione dell’emancipazione femminile? Attribuire la quasi totalità delle colpe al “sesso forte” non è corretto, né tantomeno veritiero, anche perché le stesse movimentiste sessantottine preferirono “appaltare” la questione femminile ai loro colleghi uomini, che, avendo il potere, avrebbero dovuto esercitarlo anche “per loro”.

La rivoluzione femminista, unitamente a quella sessuale, ha fornito alle donne l’opportunità di affermare la libertà come possibilità di disporre del proprio corpo e di sottrarlo al controllo maschile: anche per questa via – e, dal punto di vista simbolico,  innanzitutto per questa via – si pensava che le donne potessero raggiungere la piena parità. La “sessualizzazione” della questione femminile ha comportato, nel lungo periodo, anche questo effetto, forse inatteso, ma non imprevedibile: il corpo da strumento di emancipazione è divenuto un “mezzo di scambio”, di cui gli uomini non possono più rivendicare il controllo e che le donne usano in proprio, ma a beneficio di un immaginario che rimane essenzialmente maschile. Dall’affermazione del corpo alla svalutazione del corpo: così la donna torna in vetrina, in esposizione.

“Con il 1968 e la rivoluzione sessuale degli anni Settanta, la libertà per le donne di disporre finalmente del proprio corpo aveva come finalità principale il raggiungimento di un’uguaglianza a livello di diritti”, scriveva la stessa Marzano su Repubblica nel luglio 2009. In realtà è opportuno segnalare che fu proprio l’atteggiamento di molte femministe a pregiudicare il raggiungimento di quell’obiettivo: se la libertà coincide con la piena disponibilità del proprio corpo – in senso sessuale o riproduttivo – il concetto di libertà rimane “viziato”, deviato cioè dal principio della corretta e adeguata valorizzazione dei punti di forza propri dell’universo femminile. La libertà delle donne, in un senso pieno, non può avere come simbolo l’aborto o i contraccettivi.

A contestare un femminismo costruito sul corpo delle donne è stata Susanna Tamaro che, dalle colonne del Corriere, ha ricordato come le grandi battaglie per la liberazione femminile abbiano portato le donne ad essere soltanto “oggetti in modo diverso”. Della stessa opinione Maria Laura Rodotà che, senza giri di parole, ha sostenuto che “per essere libere bisogna avere diritti e opportunità. E invece, dopo le prime, vitali conquiste, come il diritto ad interrompere una gravidanza, le femministe – guida d’Italia sono andate dove le portava l’ombelico. Invece di battersi per quote sul lavoro e asili nido, hanno passato svariati anni a discutere di pensiero della differenza”.

Non a caso da quel momento in poi, cioè da quando il movimento delle donne ha risentito dei forti condizionamenti del potere politico, il processo ha subito un’accelerazione e con essa la trasformazione del corpo – e dell’anima insieme- in res, una res troppo spesso “apparente” e quasi mai “pensante”. Se tutto ciò è potuto accadere, è perché nel nostro paese sono mancati, per dirla ancora con la Rodotà, “movimenti di opinione femminili che criticassero l’onnipresenza di seni e glutei, la cooptazione in base all’età e all’aspetto, le continue discriminazioni”.

Il libro di Michela Marzano offre validi spunti su cui riflettere, anche se, a dire il vero, manca nel testo l’indicazione di modelli alternativi da contrapporre a quelli in auge; manca cioè una pars construens da affiancare a quella destruens. Ѐ infatti di messaggi costruttivi e non catastrofisti o vittimisti che noi donne, oggi più che mai, abbiamo bisogno, dal momento che, ricordando ancora le affermazioni di Susanna Tamaro, “ siamo in mille, ma siamo sole”.