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Se dobbiamo essere belle e stare zitte, non è solo colpa degli uomini

Sii bella e stai zitta. Perché l’Italia di oggi offende le donne. Questo il titolo dell’ultimo libro, edito da Mondadori, della filosofa Michela Marzano: un vero e proprio atto di accusa nei confronti della società dell’immagine, che fa dell’apparenza la propria ragion d’essere. Ѐ questo purtroppo l’universo in cui molte donne si trovano a vivere, rinunciando alla loro preziosissima alterità per uniformarsi ad un modello, proposto dalla tv e dai media, che le vuole belle ma silenti, liftate e seducenti, sempre pronte a soddisfare uomini, che le desiderano ma non le amano e forse neppure le conoscono.

Se da un lato è difficile o addirittura impossibile non trovarsi d’accordo con l’autrice sulla diagnosi, dall’altro il libro della Marzano non sembra del tutto persuasivo sulle cause di questo fenomeno. E manca di ricordare i segni di debolezza del movimento femminista, per come si sviluppò in Italia a partire dal 1968. Ciò che abbiamo oggi dinanzi agli occhi non ha nulla a che fare con la dimensione culturale e ideologica che assunse allora nel nostro paese la questione dell’emancipazione femminile? Attribuire la quasi totalità delle colpe al “sesso forte” non è corretto, né tantomeno veritiero, anche perché le stesse movimentiste sessantottine preferirono “appaltare” la questione femminile ai loro colleghi uomini, che, avendo il potere, avrebbero dovuto esercitarlo anche “per loro”.

La rivoluzione femminista, unitamente a quella sessuale, ha fornito alle donne l’opportunità di affermare la libertà come possibilità di disporre del proprio corpo e di sottrarlo al controllo maschile: anche per questa via – e, dal punto di vista simbolico,  innanzitutto per questa via – si pensava che le donne potessero raggiungere la piena parità. La “sessualizzazione” della questione femminile ha comportato, nel lungo periodo, anche questo effetto, forse inatteso, ma non imprevedibile: il corpo da strumento di emancipazione è divenuto un “mezzo di scambio”, di cui gli uomini non possono più rivendicare il controllo e che le donne usano in proprio, ma a beneficio di un immaginario che rimane essenzialmente maschile. Dall’affermazione del corpo alla svalutazione del corpo: così la donna torna in vetrina, in esposizione.

“Con il 1968 e la rivoluzione sessuale degli anni Settanta, la libertà per le donne di disporre finalmente del proprio corpo aveva come finalità principale il raggiungimento di un’uguaglianza a livello di diritti”, scriveva la stessa Marzano su Repubblica nel luglio 2009. In realtà è opportuno segnalare che fu proprio l’atteggiamento di molte femministe a pregiudicare il raggiungimento di quell’obiettivo: se la libertà coincide con la piena disponibilità del proprio corpo – in senso sessuale o riproduttivo – il concetto di libertà rimane “viziato”, deviato cioè dal principio della corretta e adeguata valorizzazione dei punti di forza propri dell’universo femminile. La libertà delle donne, in un senso pieno, non può avere come simbolo l’aborto o i contraccettivi.

A contestare un femminismo costruito sul corpo delle donne è stata Susanna Tamaro che, dalle colonne del Corriere, ha ricordato come le grandi battaglie per la liberazione femminile abbiano portato le donne ad essere soltanto “oggetti in modo diverso”. Della stessa opinione Maria Laura Rodotà che, senza giri di parole, ha sostenuto che “per essere libere bisogna avere diritti e opportunità. E invece, dopo le prime, vitali conquiste, come il diritto ad interrompere una gravidanza, le femministe – guida d’Italia sono andate dove le portava l’ombelico. Invece di battersi per quote sul lavoro e asili nido, hanno passato svariati anni a discutere di pensiero della differenza”.

Non a caso da quel momento in poi, cioè da quando il movimento delle donne ha risentito dei forti condizionamenti del potere politico, il processo ha subito un’accelerazione e con essa la trasformazione del corpo – e dell’anima insieme- in res, una res troppo spesso “apparente” e quasi mai “pensante”. Se tutto ciò è potuto accadere, è perché nel nostro paese sono mancati, per dirla ancora con la Rodotà, “movimenti di opinione femminili che criticassero l’onnipresenza di seni e glutei, la cooptazione in base all’età e all’aspetto, le continue discriminazioni”.

Il libro di Michela Marzano offre validi spunti su cui riflettere, anche se, a dire il vero, manca nel testo l’indicazione di modelli alternativi da contrapporre a quelli in auge; manca cioè una pars construens da affiancare a quella destruens. Ѐ infatti di messaggi costruttivi e non catastrofisti o vittimisti che noi donne, oggi più che mai, abbiamo bisogno, dal momento che, ricordando ancora le affermazioni di Susanna Tamaro, “ siamo in mille, ma siamo sole”.


Autore: Angelica Stramazzi

Nata nel 1986, laureata in Scienze Politiche presso l’università Luiss “Guido Carli” di Roma, fa parte di un team di giovani ricercatori all’interno del dipartimento di Studi Politici dello stesso ateneo, occupandosi in particolare di studi di genere. Attenta al tema delle politiche giovanili, scrive per il sito di Generazione Italia e, occasionalmente, per Farefuturo Web Magazine, periodico della fondazione Fare Futuro.

17 Responses to “Se dobbiamo essere belle e stare zitte, non è solo colpa degli uomini”

  1. Giorgio Gragnaniello scrive:

    I Nativi americani persero se stessi entrando nelle riserve come diversi e non come cittadini.Le donne della penultima generazione persero inseguendo le quote -rosa.Il dualismo epistemiologico femminista in realtà risaliva al secolo precedente,tra indirizzo egualitario e indirizzo dualistico.E se il primo avrebbe potuto prevalere,annoverando in Italia la Turco (“La causa delle donne”-1876)e in Inghilterra addirittura Stuart Mill(“The subjection of women”),infine prevalse 25 anni fa circa il movimento femminista
    nazionale tradizionalmente più arretrato,quello tedesco,con le sue QUOTENFRAUEN:col risultato che oggi ovunque una donna “in quota” nega di esserlo e comunque se ne vergogna come per una sospetta diminuzione delle sue capacità.Quando Gaber cantava “La mia generazione ha perso”forse pensava proprio all’altra metà del cielo,che a un certo punto preferì all’obiettivo della libertà della persona quello di genere,scambiando la primogenitura con le lenticchie.

  2. Lontana scrive:

    Tais-toi et sois belle é un’espressione francese che é utilizzata anche qui in Québec dove le femministe hanno conquistato tutto e spadroneggiano mascolinamente e senza grazia sbandierando naturalmente anch’esse l’aborto come grande conquista.
    Nella televisione canadese non vedrai mai le gambe delle giornaliste ( anche perché son probabilmente storte) e le pubblicità stanno bene attente a non “offendere” il corpo femminile, ma in compenso ci sono pubblcità disgustose, fatte per i gay, di uomini gonfiati, nudi, in pose passive e lascive. É questa la parità auspicata?
    Io non mi preoccuperei tanto, come quell’altra che si occupa del “Corpo delle donne”, del corpo delle donne, che da secoli é ispiratore di buone cattive cose, ma dello sfruttamento commerciale del corpo degli uomini/ragazzi da parte dei gay di cui nessuno osa parlare.
    Bisognerebbe preoccuparsi piuttosto della violenza sulle donne che é aumentata considerevolmente ed é indizio grave del malfunzionamento delle relazioni uomo-donna.

  3. Marianna Mascioletti scrive:

    Mi piacerebbe tanto che “Lontana”, qualche volta, anziché lanciare frecciate d’odio a destra e a manca (e le pubblicità gay sono schifose, e le giornaliste ci hanno le gambe storte, e le femministe non hanno grazia, e gli immigrati sono criminali…), ci parlasse di quello che per lei è positivo, di quello che le piace.

    Così, giusto per capire meglio.

    Oh, sì, il mondo è brutto, siamo d’accordo: ma qualcosa, qualcosina di buono dovrà pur esistere… ?

  4. Lontana scrive:

    Ma vedi Marianna, il fatto é che allora non dovrei mettere nessun commento su Libertiamo, perché non son quasi mai d’accordo con quello che vi si scrive..Se volete solo commenti che vi incensano ditèlo!
    Ci sono blogger a cui faccio i complimenti e che hanno vedute assai larghe e non politicamente corrette come leggo spesso su Libertiamo.
    Il tuo post, tra l’altro, si sforza di staccarsi dalla banalità dei discorsi sul corpo delle donne che da mesi e anni ormai, ci ammorba facendo solo arricchire le varie tizie che fanno libri e servizi giornalistici sul nulla.
    É comunque un tentativo di capire perché le femministe non ottengono nulla, anzi a volte peggiorano la situazione femminile.
    Le donne che vediamo alla tele italiana sono in maggior parte delle belle donne, eleganti, curate che ben rappresentano la moda italiana, mentre altrove, compresa l’Europa del Nord, vedi delle donne odiose che hanno perduto la loro femminilità in favore del potere immaginario dei maschi.
    Per quanto riguarda la pubblicità per i filmini gay, vorrei sapere se ti piacerebbe che i tuoi figli adolescenti si trovassero, nel bel mezzo di un normale film, uno spot di superpalestrati lucidi e porno che ammiccano. Tutto questo rientra nel discorso sull’uso commerciale del corpo, se non va bene per le donne, non deve andare bene nemmeno per gli uomini, solo che non fa fine dirlo.

  5. Marianna Mascioletti scrive:

    “Il tuo post”? L’articolo che stai commentando non è mio! ;-) (o intendevi “il tuo commento”? Ma nel mio commento non ho parlato del tema dell’articolo, quindi mi sa che c’è un equivoco)

    Comunque, non ti ho risposto per chiedere “commenti incensanti” (anche se, parlando in generale, a un certo punto, secondo me, la critica sistematica diventa inutile – e dannosa al dibattito – tanto quanto i sistematici “complimenti per la trasmissione”). Il mio commento esprimeva una curiosità vera: dato che, quando ti capita di commentare qui, scrivi praticamente solo di quel che non ti piace, volevo capire quello che invece ti piace.
    Quello che hai scritto sulla maggior parte delle “donne che vediamo alla tele italiana” soddisfa, su questo argomento, la mia curiosità, e te ne ringrazio: ho capito che quella è una figura di donna che ti piace.

    Della pubblicità per i filmini gay non posso discutere, perché non l’ho mai vista (e non posso, inoltre, discuterne nei termini che poni tu poiché, anche per ragioni anagrafiche, non ho figli adolescenti). Di TV straniere mi capita di seguire con qualche regolarità solo BBC e CNN.
    Ho visto, nella TV italiana, donne poco vestite nelle pubblicità di qualsiasi prodotto, dal detersivo all’automobile allo yogurt, cosa che può piacere o meno, e che comunque non credo sia il problema principale del Paese. :D

  6. Lontana scrive:

    Siamo assolutamente d’accordo sul fatto che le immagini che vediamo negli spot non sono la priorità nel Paese! :-)
    Ed é per questo che la finta polemica che viene montata da un bel pezzo sul velinismo o sul corpo delle donne é montata sul nulla, pero’ Gad lerner ci ha fatto tutte le trasmissioni della stagione, e la Rodotà gongola per Rosi Bindi bastonando ogni bella donna che appare in TV. Poi ci mettiamo la Sofia Ventura con la sua disgraziata uscita su Fare Futuro e la tizia che ha scritto il Corpo della donne che si é fatta una rendita su questa panzana moralista.

    Pardon per lo scambio di persona! :-))

  7. iulbrinner scrive:

    “….l’universo in cui molte donne si trovano a vivere, rinunciando alla loro preziosissima alterità per uniformarsi ad un modello, proposto dalla tv e dai media, che le vuole belle ma silenti, liftate e seducenti, sempre pronte a soddisfare uomini, che le desiderano ma non le amano e forse neppure le conoscono”

    Sarebbe interessante capire chi è che sarebbe a dare la parola o a toglierla nella nostra società.
    Il fantomatico loro a cui addossare tutte le responsabilità di scelte soggettive femminili è il grande mantra che aleggia intorno al “corpo delle donne”, ma è l’ennesima dimostrazione che il mondo femminile non è ancora pronto – nonstante tutto – ad assumersi l’onere, oltre che l’onore, delle proprie scelte.
    Insomma, chi obbliga le donne a rivolgere un’attenzione così ossessiva alla sfera estetica?
    Gli uomini…?
    Io non vedo donne “costrette” a spogliarsi per affermarsi nella vita; vedo, piuttosto, donne che lo fanno per vocazione, per comodità e con una notevole dose di autocompiacimento.
    In ultimo: pensare che le genti debbano essere “condotte” attraverso dei “modelli di comportamento” eteronomi è quanto di più deformante ci possa essere sul piano politico e culturale.

  8. Marianna Mascioletti scrive:

    il mondo femminile non è ancora pronto – nonstante tutto – ad assumersi l’onere, oltre che l’onore, delle proprie scelte.

    Posso domandare di specificare con esempi pratici “onori” e “oneri”? Perché a me, sarà che sono un’irrimediabile ingenua, non sembra che la stragrande maggioranza delle persone (uomini o donne che siano, ma forse per “iulbrinner” vale meglio un vittoriniano “uomini e no”) vadano in giro alla ricerca di “onori”. A me sembra che le persone, semplicemente, vivano come possono, come sanno, le più in gamba e/o fortunate anche come vogliono. E che si carichino, a parte casi sporadici, parecchi “oneri” derivanti dal vivere quotidiano, che (mi si perdoni la banalità) non è facile per nessuno.

    I modelli, secondo me, non sono fatti per essere seguiti a tutti i costi, ma fatto sta che esistono, ci sono, per gli uomini e per le donne, e non è poi strano che, se esiste un modello, qualcuno vi si conformi. Sulle motivazioni psicologiche del conformarsi al modello, però, mi sembra riduttivo presentare la questione come

    donne che lo fanno per vocazione, per comodità e con una notevole dose di autocompiacimento.

    Io non credo che spogliarsi sia “comodo”. Non lo credo perché per me, e per le donne che IO conosco, tutte più belle di me, non è comodo per niente, e perché trovarsi davanti (in un ambito che non è quello di una relazione sessuale liberamente scelta) un uomo che da una donna se lo aspetta (dato che le donne lo fanno “per vocazione”, no?) non è per niente comodo, e non porta a nessun autocompiacimento. E’ umiliante e basta, ed è umiliante soprattutto se non si è mai pensato ad una prospettiva del genere, e se non si ha alcuna intenzione di pensarci. E quelli che speculano su presunte “comodità e vocazioni” non aiutano a non sentirsi umiliate.

    Quando avevo dodici anni lessi un giallo di ambientazione cinese. L’investigatore ricordava come, se un fatto non si adatta alla teoria che si è elaborata, bisogna adattare la teoria al fatto, oppure abbandonare la teoria e crearsene una nuova che comprenda quel fatto.
    Ecco, io espongo un fatto: sono una donna, una donna che non ha “vocazione” allo spogliarsi, che non ha “comodità” nello spogliarsi e che non si “autocompiace” nel farlo. E che, nel momento (per fortuna ormai lontano nel tempo) in cui ha ricevuto pressioni per farlo, ha continuato a non farlo e ha subìto mobbing, angherie e umiliazioni di ogni genere. Come si inserisce, questo, nella sua teoria?

  9. Lontana scrive:

    Pero’ Marianna, bisogna distinguere…Se una vuole fare la notaia o il medico, nessuno le chiederà di spogliarsi, ma se vuole lavorare nel mondo dello spettacolo perché ci si fanno i “soldi”, puo’ anche ricevere quel genere di proposte.
    Poi esiste da sempre il narcisismo femminile, dai tempi di Poppea, e non é che mettendo in televisione delle austere professoresse, si elimini il modello seduttivo femminile dalla faccia della terra.
    Per me resta una polemica fasulla montata per criticare sempre e comunque le televisioni berlusconiane. Se prendiamo invece la TV americana, vediamo che anche le giornaliste CNN o Fox sono benvestite e ben truccate e pure le politiche democratiche si fanno le plastiche..
    Nei talk show, anche da Oprah, arrivano le star con tutto il kit di seduzione…insomma, il modello italiano é simile a quello americano e dissimile a quello nord-europeo che é una vera palla.

  10. iulbrinner scrive:

    @Marianna Mascioletti, che scrive, tra l’altro: “….Ecco, io espongo un fatto: sono una donna, una donna che non ha “vocazione” allo spogliarsi, che non ha “comodità” nello spogliarsi e che non si “autocompiace” nel farlo”

    C’è una curiosa, grottesca oscillazione semantica nelle donne che parlano del mondo femminile, ossia di sé stesse; quella che va, a seconda dei casi e delle convenienze del caso, dal “noi donne” – paradigma di una nuova, futuribile ontologia di un luminoso divenire umano – all’io, ossia l’ego più soggettivo possibile, generalmente scritto in maiuscolo maiestatis.
    “Noi donne” siamo il futuro di pace e prosperità del mondo.
    “IO” non mi spoglio per affermare me’ stessa, anche se un universo mondo di donne lo fa abitualmente, da tutti i lati della vita quotidiana.
    Sicché, IO e noi donne sono due lati di una figura geometrica che non chiude mai le sue forme.
    Anche quando i “modelli” dominanti li farebbero chiudere senza alcun problema.
    A proposito di “onori” dominanti, sono il meno adatto, per mancanza di frequentazione del mondo “rosa pettegolezzo”, a menzionare gli stuoli di “onorate” dello smutandamento liberamente vissuto ed entusiasticamente esibito, oltre che lautamente remunerato; nella mia ignoranza relativa potrei citare Madonna – l’icona di tutte le liberazioni femminil/femministe, secondo la Paglia – per passare alle veline nostrane, dalle missitalie in mutande alle “povere” frequentatrici (povere vittime) dei centri estetici e chirurgoplastici, dalle star Hollywodiane semiplastificate alle “ciccioline” di “onorata” memoria radical-libertaria (secondo strane alchimie di significato alchemicopoliticopannellianeccetera..).
    Per non parlare del mito pop-hard-nazionalintellettuale del santino Moana Pozzi, regina dello smutandamento politicamente corretto, di cui si ricordano solo i sorrisi e poco gli sgambamenti (radical-libertari?).
    Non so e non riesco a capire perché – ragionando di queste cose – si dovrebbe parlare di Marianna Mascioletti come se fosse la misura di tutte le cose femminili.
    La diretta interessata potrà, volendolo, chiarire.
    Ma riconosco, senza ombra di dubbio, l’oscillazione semantica di cui in argomento….

  11. Marianna Mascioletti scrive:

    @iulbrinner: Per portare un esempio diverso da quelli che lei dichiara di vedere, anzi, da cui lei si sente circondato (addirittura “un universo mondo”, ecchessaràmmai), per dimostrare che – ammesso che quella da lei enunciata sia una “regola” e non una visione del mondo un tantino deformata – esistono tante “eccezioni”. Ma chi vuol vedere solo le donne che “si spogliano per vocazione” vede solo quelle, accusa solo quelle.

    Io parlo di me perché non conosco personalmente tutte le donne del mondo. Un’esperienza ho fatto, una vita ho vissuto e continuo a vivere, la mia, e la porto a testimonianza del fatto che esistono delle oggettive pressioni – ripeto, in ambienti che non sono quelli di relazioni sessuali liberamente scelte – esercitate su una donna (anche se, come me, decisamente non bella né in qualunque modo sexy né tanto meno affascinante, e lo dico come un fatto, non come titolo di demerito o merito) perché “si spogli”.
    Tutto qui. Ma vedo che il mio fatto non si adatta alla sua teoria. Quindi, la sua teoria è da cassare. In più, non mi ha saputo rispondere nel merito della mia domanda.
    Perciò, per quanto mi riguarda, tutto ciò che lei scriverà in seguito non aggiungerà nulla alla discussione, come nulla ha aggiunto la sua risposta.
    Saluti.

    @Lontana: personalmente, non ho esperienza del mondo dello spettacolo. Non voglio certo scendere nella polemicuccia “Tizia è l’amante di Caio”, anche perché, sperimentato personalmente, sono dicerie spesso false. Come ho cercato – invano – di spiegare a “iulbrinner”, io ho un‘esperienza, la mia, che non è certo quella di una persona che vuole “fare i soldi” nel mondo dello spettacolo, ma è quella di una donna bruttina, per niente affascinante e che non saprebbe fare la sexy nemmeno col manuale: una donna che comunque, anni fa, si è trovata a subire una situazione lavorativa (dove, ripeto, “fare i soldi facili” o “il mondo dello spettacolo” non c’entravano nulla) decisamente insopportabile per aver rifiutato con decisione delle avance non richieste e non desiderate.

    Ripeto, i modelli di comportamento ci sono, e non è strano che alcuni, uomini e donne, li seguano. Non propongo certo di eliminarli (peraltro non credo che si potrebbe fare praticamente :D ) ma non mi sembra sia un atto vietato, illegale o terroristico che le persone con una visione diversa dai modelli, per così dire, “mainstream” di successo pongano il problema di come rendere più popolari alcuni modelli alternativi.

  12. Tornando all’articolo, la riflessione si fa interessante, a mio avviso, nel momento in cui tenta di spostare il focus oltre lo stereotipo dualista, fondato sulla mera contrapposizione dei generi.
    Un dibattito sul corpo delle donne, tuttavia, si pone necessariamente. Così come sarebbe necessario parlare della corporeità in generale e di come essa venga usata nella nostra società.
    E’un discorso politico, sociale, e ovviamente economico. Quello che si vede esposto in vetrina mediatica non è un corpo che fa veramente spettacolo, non è il corpo nudo che si vede in teatro, ma un prodotto commerciale, ben studiato. E’ un mercato che ha trovato terreno fertile nel clima culturale maschilista italiano, ma che vende. Perchè il target a cui si rivolge questo genere di merce (tette e culi) non è solo maschile: quante mogli, madri, figlie condividono questa visione dell’essere femminile…
    Il discorso si può poi estendere alla fisicità in generale. Ad esempio, in paesi dove l’omosessualità gode di considerazione diversa ed è stata sdoganata in tv, si vedono anche le pubblicità con i gay svestiti (anch’essi vittime del pregiudizio machista). Scandalizzarsi, per l’uno o per l’atro fenomeno, rischia però di farci cadere in una trappola moralistica. Non è forse qualcosa che fa parte del gioco? Lo si chiami mercificazione dell’esistenza, o volendo, libero mercato (anche se bisognerebbe appurare quale grado di libertà esso abbia veramente raggiunto), è qualcosa che accettiamo quotidianamente, perchè in misura maggiore o minore rende qualcosa a tutti. Probabilmente bisognerebbe chiedersi a quali costi e con quali benefici, o ancora quale consapevolezza ci sia nell’utilizzo che queste donne fanno della propria estetica, che rendono conforme ad un patto di convivenza sociale sessista, modificandola radicalmente, plasmandola per rendersi tutte uguali, tutte riconoscibili sotto il burqua botulinico. Quale consapevolezza abbiano quando mettono il proprio corpo a completa disposizione della famelica clientela che lo giudica, lo osserva, lo utilizza sempre più velocemente, per poi sostituirlo con uno nuovo, come si fa con un giocattolo…
    Perchè si ha la percezione che gli uomini abbiano una scelta maggiore, o comunque diversa? E’ solo percezione o realtà?

  13. @Lontana
    non capisco quale sarebbe questo modello nord-europeo che e’ una vera palla…

  14. bah, le donne hanno semplicemente una scelta che agli uomini non è data: essere “belle e zitte” oppure “sudarsi tutto”(come gli uomini).

  15. misterxy scrive:

    Riguardo alla questione della “donna oggetto” (veline, etc.), vorrei far notare che, in realtà, si tratta di una celebrazione permanente, ossessiva, capillare che tutti i media occidentali fanno della donna sia attraverso la pubblicità sia direttamente con la raffigurazione permanente del corpo femminile anche senza fini pubblicitari.
    Questo fatto viene negato rovesciandone il senso e denunciato come “cultura della donna oggetto”, secondo cui il corpo femminile viene strumentalizzato a fini di pubblicità.
    Scambiando lo scopo (la promozione del prodotto) con l’effetto (la presenza, la visibilità pubblica, la valorizzazione, la celebrazione) si nega che la pubblicità sia uno strumento di promozione permanente del sesso femminile.
    Scambio e negazione quanto mai utili.
    Se divento testimonial di uno spot quello spot mi rende famoso, mi celebra e mi esalta, e come è vero che io pubblicizzo un prodotto (sono “strumentalizzato”) così è vero che quella pubblicità pubblicizza me stesso. La pubblicità mi rende famoso, tant’è vero che, se non sono famoso o popolare e lo voglio diventare, devo farmela e pagarmela.
    Se è vero che le campagne elettorali si fanno diffondendo la propria immagine, allora le donne, attraverso la pubblicità (e non solo) sono in una permanente campagna elettorale di dimensioni colossali, una campagna promozionale ininterrotta, sistematica, capillare ed ovviamente gratuita.
    Quello che voglio dire è che è giunta l’ora di vedere che la pubblicità tanto “usa” le donne quanto viene usata da esse per la propria pubblicizzazione.
    Il corpo femminile è un testimonial e questo indica appunto che è un valore, il valore estetico, il quale, proprio perché rappresentato permanentemente cresce di valore.
    Fare da testimonial non mi svaluta, al contrario, mi valorizza.
    Si nega l’effetto reale e cioè la reale celebrazione, la reale glorificazione della donna, esaltata ogni giorno in una fantasmagoria di immagini del sesso femminile che, se dovesse essere pagata, costerebbe alle femmine occidentali centinaia di migliaia di milioni di euro ogni anno. La si nega e la si rovescia in un capo di imputazione contro gli uomini.

  16. misterxy scrive:

    In merito aggiungo che anche la propaganda nazista usava battere in maniera pressante sull’immagine stereotipata del corpo ariano, delle sue forme e della sua estetica, nessuno però si è mai sognato di dire o di scrivere che così facendo il nazismo riducesse l’ariano ad oggetto.
    E’ ben chiaro a chiunque sia in possesso di un cervello pensante, che lo scopo di tale propaganda fosse di trasformare il semplice corpo di una persona bionda in un valore assoluto, in un modello di riferimento.
    Stranamente, però, mai nessuno coglie questo nell’esasperazione sistematica dell’immagine del corpo femminile…

  17. roberto scrive:

    Vorrei rimandare ad una rispsota a Sofia Ventura nei confronti Lorella Zanardo e il suo libro il corpo delle donne: per me la Znardo è solo un’integralista e che se spesse veramente di televisone saprebbe che quanto più moderna e progressista fosse l’italia di 20 anni fa, oggi invece di essere progredita è regredita nel provincialismo, nel tradizionalismo, nel dilettantismo, nel bigottismo… in televisione ci sono poche belle ragazze, più che altre femmine volgari che se la tirano e pensano di essere chissa chi, e poi parlavano più un italiano corretto quelle ragazze che non chi c’è in televisione oggi

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