Da Il Foglio di giovedì 10 giugno 2010 – Al direttore, dai miei esordi politici radicali, ho sempre denunciato il carattere cattosocialista della nostra Costituzione, sostenendo la necessità di modificarne la prima parte in chiave liberale, quando era tabù (si discuteva sempre e solo di modificare la forma di governo e l’organizzazione della giustizia). Figuriamoci se non sono felice di questo ritorno di fiamma liberista del PdL proprio a partire dal piano nobile della revisione costituzionale, anche ieri invocata dal Cav. con grande determinazione. Ma i nuovi principi costituzionali saranno per la prossima legislatura, mentre per una svolta liberista che serva nelle temperie di crisi in cui ora ci arrabattiamo è bene che, giù nelle cucine, si prenda sul serio la svolta liberale anche “a Costituzione vigente”, come avete ben scritto sul vostro Foglio.Possibile? Possibile! Le tasse non possono scendere? A malincuore mi adeguo. Sburocratizzare l’avvio di nuove imprese, invece, si può, da subito. Ma è bene soprattutto occuparsi di come queste potranno campare e prosperare, una volta aperte. Tra burocrazia, rigidità delle regole ed un sistema creditizio asfittico, l’Italia vuol tanto bene alle sue piccole imprese da non permettere loro di crescere. In attesa della palingenesi costituzionale, sarebbe bene lavorar di chiave inglese per smantellare anzitutto il capitalismo di Stato a livello locale, disboscando la selva delle aziende regionali e locali e liberalizzando i servizi pubblici locali.

In nome dell’accelerata liberale, si riprenda la buona pratica del ‘non fare’, rinunciando ad ammiccare agli operatori di un tal settore con l’offerta di protezione e rendite, a scapito di consumatori e potenziali concorrenti. Potremmo utilmente evitare di colpire le parafarmacie e la libera vendita dei farmaci da banco. Oppure potremmo rinunciare ad ingessare le professioni cosiddette liberali (sic!) estendendo il monopolio degli Ordini, come si vorrebbe fare per gli avvocati. O ancora, ci sarebbe da evitare crociate ideologiche contro i centri commerciali, a buon mercato e graditi ai consumatori di ogni ceto. L’elenco sarebbe lungo.

Accanto a ciò che non andrebbe fatto, tante cose vanno fatte, per infondere robuste dosi di libertà all’economia: promuovere, anche fiscalmente, la buona finanza d’impresa non bancaria; aprire ancora il mercato del lavoro per ridurne il dualismo (i dati sulla disoccupazione giovanile son lì, impietosi, a dirci quanto è importante); riformare strutturalmente il sistema pensionistico liberando risorse per il welfare che serve (povertà, disoccupazione, famiglia); scambiare gli aiuti e gli incentivi intermediati da politica e sindacato, al sud ma non solo, con sgravi fiscali per chi produce reddito (e non per gli specializzati nella caccia ai sussidi); investire nello sviluppo di un’infrastruttura centrale per le imprese come la banda larga (ad esempio usando subito i famosi 800 milioni per incentivare fiscalmente gli investimenti privati); liberalizzare i trasporti; imporre allo Stato – invero affaticato più del mercato in questa crisi – una salutare cura dimagrante, privatizzando imprese statali e impresucole locali. Cominciando da quella che altrimenti finirà presto come l’Alitalia, cioè la Rai.

Insomma, Direttore, mi unisco all’applauso del Foglio ai ganzi liberalizzatori, ma per ora lo considero di incoraggiamento.

Fonte Radioradicale.it Licenza 2.5 Ita