– Il Consiglio di Sicurezza dell’Onu ha approvato le nuove sanzioni all’Iran. Ma quali? Il nuovo “pacchetto” di misure punitive, proposto dagli Usa e modificato nel corso dei mesi per attrarre il voto degli altri membri permanenti del Consiglio (comprese Russia e Cina) è considerato dai vertici americani “il più duro” sinora approvato per punire l’ambiguo programma nucleare iraniano. Ma molte delle sue misure più efficaci sono state eliminate nel corso del dibattito, e quello approvato rischia così di rimanere un provvedimento valido solo sulla carta.

Fino alla settimana scorsa, a dire il vero, era addirittura incerta la sua approvazione, perché le sanzioni sarebbero dovute scattare nel caso fossero falliti tutti i negoziati sull’arricchimento dell’uranio iraniano. In alternativa alle misure punitive si proponeva di far arricchire parte dell’uranio all’estero, in cambio di combustibile già raffinato. E’ importante il luogo della raffinazione (arricchimento) dell’uranio: quel minerale è decisivo per la costruzione di testate atomiche e se il suo arricchimento è portato al 90%, invece che al 20%, può servire per uso militare. Se questo processo industriale, di cui l’Iran possiede la tecnologia, avviene all’estero, ci sono più garanzie che il regime di Teheran usi le sue scorte per alimentare un reattore. Se è effettuato all’interno del territorio della Repubblica Islamica, dietro a una patina di ufficialità può nascondersi di tutto, senza alcuna seria possibilità di controllo. Basti pensare che solo lo scorso settembre è stato scoperto un impianto segreto, a Qom, mai dichiarato dalle autorità islamiche.

Il compromesso proposto dall’Agenzia Internazionale Energia Atomica (Aiea), mediato da Russia e Francia, era fallito lo scorso autunno. La via delle sanzioni era spianata. Ma la Turchia e il Brasile si sono posti di traverso. Con una mossa imprevedibile, a due settimane dal voto in Consiglio, hanno infatti raggiunto con Teheran l’accordo che non era riuscito a Russia e Francia. Ma con ancora meno garanzie. In base al compromesso, infatti, l’Iran farà arricchire una piccola parte delle sue scorte di uranio (1200 kg) all’estero e, in territorio turco, riceverà materiale già raffinato. Questa semplice mossa avrebbe potuto mandare all’aria il consenso internazionale che l’amministrazione Obama stava pazientemente raccogliendo attorno all’approvazione delle nuove sanzioni Onu. Come hanno fatto notare più volte i ministri degli Esteri di Russia e Cina, se un accordo è stato raggiunto, perché ricorrere ancora a sanzioni? Hillary Clinton ha avuto molto più filo da torcere per dimostrare ai suoi interlocutori che i termini del compromesso erano ambigui e che la situazione, di fatto, non era cambiata, per cui le sanzioni erano ancora necessarie. E questa è solo la parte visibile del dibattito. E’ ancora tutto da vedere (ed emergerà solo nei prossimi mesi) cosa Washington abbia deciso di concedere a Russia e Cina in cambio di un loro voto favorevole.

Un secondo ostacolo al voto del Consiglio voluto dagli Usa era costituito dai fatti di sangue a Gaza del 31 maggio scorso. Lo scontro fra i commando israeliani e gli attivisti della Freedom Flotilla (9 morti) ha monopolizzato per una settimana il dibattito all’Onu e l’attenzione dell’opinione pubblica. Sia la Turchia (fortemente coinvolta nell’incidente), sia lo stesso Iran hanno fatto di tutto per capitalizzare questa tragedia. Il premier turco Recep Tayyip Erdogan ha rimesso in discussione l’alleanza militare e i rapporti economici con lo Stato ebraico. Ha minacciato di mandare navi da guerra per scortare una nuova “flottiglia” di aiuti a Gaza. Ha cercato, senza riuscirvi, di far passare una risoluzione di condanna contro Israele, prima al Consiglio di Sicurezza, poi al Consiglio per i Diritti Umani dell’Onu (dove ha incontrato la ferma opposizione anche dell’Italia). L’Iran, dal canto suo, prometteva di inviare sue navi in aiuto a Hamas a Gaza e tuttora minaccia di farlo, anche con una scorta militare. Martedì, il giorno prima della votazione in Consiglio, da Istanbul il presidente iraniano lanciava avvertimenti contro la Russia, chiedendo fedeltà: “attenzione a non diventare nemici”. Ripeteva le sue accuse contro il “falso regime sionista” di Israele, per il quale sarebbe iniziato “il contro alla rovescia della distruzione”. E poneva una sorta di ultimatum all’amministrazione Obama, che starebbe perdendo “un’occasione unica”, nel rinunciare all’appeasement iniziale con il regime di Teheran.

Alla fine, però, nonostante gli accordi in extremis e le distrazioni dal dibattito principale, l’Onu ha approvato la nuove sanzioni. Tanto rumore per… cosa? Per ammorbidire la resistenza di Mosca e Pechino, che solitamente sono state al fianco della Repubblica Islamica, non solo le sanzioni sono state alleggerite, ma è diventato anche molto più leggera la loro implementazione. Non sono quasi mai “obblighi”, ma di “consigli”. Di obbligatorio c’è solo il divieto di acquisto di armi pesanti (fra cui elicotteri e missili) da parte dell’Iran. Ma per quanto riguarda le sanzioni commerciali, è “urgentemente consigliato” ai Paesi di tutto il mondo ispezionare i carichi di navi e aerei iraniani. Per aggirare questa misura, a Teheran già pensano di cambiare i nomi e le bandiere delle loro navi, per meglio trasportare materiale utile al proprio programma nucleare senza impiccio. Infine “si suggerisce” di congelare le transizioni con le banche iraniane.

Il principale settore economico iraniano, quello energetico, non è neppure sfiorato dalla nuova risoluzione. Una bozza così l’avrebbe votata chiunque. Eppure Obama non è neppure riuscito a ottenere l’unanimità desiderata. In qualità di membri non permanenti (che dunque non hanno potuto esercitare il potere di veto), Brasile e Turchia hanno votato contro, come era prevedibile. Altrettanto comprensibilmente, il Libano (che ha il filo-iraniano Hezbollah al governo) si è astenuto. E tutto questo dovrebbe indurre il regime di Teheran a “cambiare comportamento”, come è nell’intento dell’amministrazione Usa?