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L’art. 41 della Costituzione? Non è prioritario cambiarlo, è impossibile difenderlo

– A me capita spesso di non ritenere opportuni i modi con cui gli esponenti della maggioranza pongono certi problemi delicati. Ma trovo sinceramente esagerate e stucchevoli le reazioni della sinistra, quasi sempre animate da una difesa acritica e conservatrice di tutto e del suo contrario.

Fateci caso: la sinistra è diventata patriottica. Sono sempre lì, pronti ad intonare con la mano sul cuore all’americana, l’inno di Mameli. Che resta bruttino come inno nazionale, per nulla all’altezza della Marsigliese o degli inni tedesco, inglese o quant’altro. Molto meglio Va pensiero, ma questo bel pezzo di musica, scritta da una grande compositore, è stato requisito dalla Lega Nord (il partito che raccoglie i sentimenti di odio/amore della sinistra).

E che dire del tentativo di imbiancare il sepolcro del Risorgimento? Nel momento in cui un Paese celebra il 150° Anniversario della sua fondazione come Stato nazionale, indipendente ed unito potrebbe permettersi – senza rinunciare alla sua identità storica e senza mettere in discussione la sua integrità – una rilettura critica di quegli eventi. Il Risorgimento non fu un processo univoco, una grande parata alla cui testa marciavano a braccetto Vittorio Emanuele II, Cavour, Garibaldi e Mazzini. Fu un percorso ricco di contrasti, di differenti visioni, di polemiche mai sanate fino in fondo. Mazzini morì a Pisa sotto falso nome (di lui Cavour diceva: “Se lo prendo lo faccio impiccare”).

E che dire del fenomeno del “banditismo” (che fu in larga misura la risposta al blitz garibaldino del 1860): una pagina di storia del Mezzogiorno che non si è mai voluto aprire e scrivere in modo veritiero? Perché negare che, alla base dell’arretratezza del Sud, c’è anche l’assemblaggio di due economie conseguenti all’unificazione del Paese ? No. La scelta, ispirata dall’Alto, è quella di una rappresentazione agiografica della nostra storia nazionale, come se si temesse di non poter reggere la verità. Ma un Paese che ha paura di se stesso non ha davanti a sé un glorioso destino.

L’ultima considerazione riguarda il dibattito sulla riforma della Costituzione. Chi scrive ritiene che non si tratti di una priorità. Se fosse possibile sarebbe opportuno liberarsi anche di quell’oscena riforma del Titolo V, che ha creato più problemi di quelli che (non) ha risolto. Da decenni fingiamo tutti di credere che ci siano dei problemi nell’architettura istituzionale di cui alla Seconda Parte della Carta, quando basterebbe una revisione dei regolamenti parlamentari per dare efficienza al sistema politico.

La Carta fondamentale è invece ingiallita nella Prima Parte e segnatamente nel Titolo III (Rapporti economici). Le norme e gli istituti giuridici che vi sono contenuti sono assolutamente datati, al punto di essere da sempre inattuati, non per espressione di una perversa volontà politica (come si affermava una volta) contraria ad applicare la Costituzione, quanto piuttosto per comprovata desuetudine. Salvo esigue minoranze (che l’elettorato ha reso “extraparlamentari”) nessuna forza politica si riconoscerebbe adesso in disposizioni che magari nell’Assemblea costituente vollero (loro o i loro de cuius) rivendicare.

Il Titolo III comincia dall’articolo 35 e finisce all’articolo 47. I primi tre articoli riguardano il lavoro. Anche se non si riscontrano degli aspetti critici, basta una rapida lettura per comprendere che il legislatore del 1948 aveva di mira una precisa tipologia di lavoro: quello alle dipendenze, rinserrato all’interno della cittadella delle garanzie tradizionali. Per trovare una indiscutibile conferma è sufficiente leggere l’articolo 38, lo stesso che regola (insieme all’articolo 32 dedicato sinteticamente alla tutela della salute) il welfare all’italiana (con una chiara distinzione tra previdenza ed assistenza ben più evidente ed esaustiva di quanto non è stato comunemente acquisito dal nostro dibattito). In sostanza prevale il solito profilo di un sistema di sicurezza sociale assai oneroso, impostato sul modello delle assicurazioni obbligatorie ed incapace di proiettarsi – anche mediante una diversa allocazione delle risorse – alla ricerca di un altro modello, più equo e solidale, più attento ai nuovi bisogni.

Subito dopo ci si imbatte nell’articolo 39, l’articolo che regola l’attività sindacale, che giace inapplicato da sempre e al quale nessuno vuole dare attuazione. L’articolo 40 riconosce il diritto di sciopero, ma l’ordinamento è parecchio laconico nel definire le leggi che ne regolano l’esercizio salvo il caso dei servizi di pubblica utilità. All’articolo 41 si parla di iniziativa economica privata, come se ci si riferisse ad una “parola malata”, ad un valore spurio, in “libertà vigilata”, con cui il legislatore del 1948 ha stretto un compromesso in attesa di tempi migliori. Il terzo comma recita infatti che “la legge determina i programmi e i controlli opportuni perché l’attività economica pubblica e privata possa essere indirizzata e coordinata a fini sociali”. Non si avverte, forse, un desiderio di “gosplan” quinquennale d’infausta memoria?

La medesima cultura statalista ricompare subito dopo all’articolo 42 dove si afferma che la proprietà è pubblica o privata e che i beni economici appartengono (si noti la sequenza) “allo Stato, ad enti o a privati”. Anche gli articoli 43 e 44 sono buoni testimoni di una visione tipica del socialismo reale (possibilità di esproprio indennizzato nei confronti da aziende che gestiscono servizi pubblici essenziali, fonti d’energia, situazioni di monopolio, riforma agraria nella logica della “terra a chi la lavora).

Dulcis in fundo, l’articolo 46, nel quale è riconosciuto ai lavoratori il diritto a collaborare “nei modi e nelle forme previste dalle leggi” alla gestione delle aziende. Sia chiaro, anche adesso è aperto un dibattito sulla partecipazione dei lavoratori, ma quanto previsto dall’articolo 46 ricorda, proprio, quei consigli di gestione (emuli dei soviet) istituiti nelle fabbriche del Nord nell’immediato secondo dopoguerra. In sostanza il peso delle ideologie del secolo scorso è del tutto evidente. Ma se Berlusconi se la prende con l’articolo 41 (perché solo con questa norma ?) piovono toni e fulmini.


Autore: Giuliano Cazzola

Nato a Bologna nel 1941. Laureato in Giurisprudenza, esperto di questioni relative a diritto del lavoro, welfare e previdenza, è stato dirigente generale del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali. Insegna Diritto della Sicurezza Sociale presso l’Università di Bologna. Ha scritto, tra l’altro, per Il Sole 24 Ore, Il Giornale, Quotidiano Nazionale e Avvenire e collaborato con le riviste Economy, Il Mulino e Liberal. È stato deputato per il Pdl nella XVI Legislatura. Per le elezioni 2013, ha aderito alla piattaforma di Scelta Civica - Con Monti per l'Italia.

11 Responses to “L’art. 41 della Costituzione? Non è prioritario cambiarlo, è impossibile difenderlo”

  1. Sono lietissimo di leggere da una voce autorevole, quale quella del Prof.Cazzola è, espressioni pacate e ferme di verità.
    La vicenda unitaria italiana dal suo primo esistere è stata viziata nel profondo da una ormai insostenibile intelaiatura demagogica atta a piegare alla volontà ed agli interessi di minoranze più o meno potenti(e prepotenti), spesso estero dirette, non solo il quadro istituzionale (i plebisciti truffa ed il referendum sul quale gravano ombre pesantissime) e le conseguenti statuizioni fondamentali – la Carta Costituzionale, espressione di compromessi fra visioni del mondo illiberali destinata a perpetuare anche in tempo di fine dell’emergenzialità della guerra civile gli equilibri di potere del CNL – ma soprattutto la struttura organizzativa dello stato e gli andamenti ordinari e straordinari che ne conseguono e ne sono conseguiti.
    Ricordo a me stesso come di 668 milioni di lire oro equivalenti che circolavano nella Penisola nel 1860, ivi compreso anche il Lombardo Veneto e le parti oltramontane del Nizzardo e della Savoia, 443 circolavano nelle Due Sicilie.
    Ricordo ancora a me stesso di come l’asse portante delle finanze delle stesse fosse il pareggio di bilancio e di come la circolazione monetaria interna fosse integralmente garantita in oro anche per le quantità espresse in altro metallo, sia argento che rame. Nel mentre, ad esempio, la circolazione interna del Regno Sardo era garantita solo per un terzo.
    Si potrebbe rileggere tutta la vicenda della cosiddetta unificazione in termini assai diversi da come la studiammo, per generazioni, sui banchi di scuola ma sarebbe utile solo a comprendere come esclusivamente sulla verità e sulla correttezza si possono erigere basi solide sulle quali e per le quali riscrivere nella sua integralità un nuovo contratto sociale e con esso nuova legislazione di base e di applicazione e con esse ridisegnare ed attuare tutta la presenza pubblica e privata nella economia e nella società.
    Berlusconi ha ragioni da vendere nell’affermare la necessità di un cambiamento epocale. Esso però non potrà essere limitato all’art.41 che, pure, nella sua illiberalità è specchio fedele della illiberalità di tutto il complessivo costituzionale. Esso dovrà essere integrale e sostanziale.
    Tutto andrà ridisegnato e riorganizzato, organi di garanzia compresi, oltre che tutta la strutturazione territoriale da semplificare all’estremo anche alla luce delle immense potenzialità funzionali offerte dall’ICT.
    Scriverà davvero la Storia chiunque saprà agire in tal senso.

  2. Giorgio Gragnaniello scrive:

    Il Brigantismo meridionale era endemico da secoli nel Sud e la sconfitta borbonica ne fu solo un’occasionale incentivo.
    L’economia del nuovo Stato unitario fu protezionista in funzione anti-francese e ciò rovinò l’ industria meridionale preesitente,che avrebbe avuto bisogno di più liberi scambi:è vero;ma avventurarsi oltre in polemiche neo-borboniche richiederebbe anni di studi presso le immense e polverose carte del Fondo Ministero Interni borbonici dell’ASN di Napoli,col risultato per l’on. Cazzola di trascurare l’attività politica.
    Dell’art.41 non mi risulta sia mai lagnato in sostanza (la forma è effettivamente un poco retrò,ma è questione di elasticità e di interpretazione)in questi decenni alcuno dei grandi imprenditori italiani(quelli veri);neppure dopo l’avvento della L. 19990-287,che ad esso si ispira e ne consegue e che dopotutto mi sembra tutelare più l’imprenditore coraggioso e sinceramente liberista che il suo collega cui l’art.2 della medesima legge mette qualche pratico impaccio.

  3. marcello scrive:

    Ma guardate che l’art. 41 non è contro la libera iniziativa. Dice solo che non basta essere proprietario di un’impresa per fare tutto quello che si vuole.

  4. Roberta scrive:

    L’articolo 41 tutela sia l’iniziativa privata d’impresa sia l’interesse collettivo. Quello che è successo con il terremoto in Abruzzo fa capire che nemmeno i vincoli legislativi sono stati sufficienti per frenare la spregiudicatezza di certi costruttori che, grazie all’appoggio di amministratori pubblici compiacenti, si son ben guardati dall’usare materiali e tecniche di costruzione a norma antisismica. A veduta di ciò, non capisco perché tanto accanimento contro l’art. 41. Mi sembri che come al solito i nostri politici urlino alla luna per distogliere l’attenzione dai problemi seri e le cose che si possono fare adesso, facilmente con leggi ordinarie, senza aspettare chissà quale riforma costituzionale. Piuttosto mi preoccuperei di ridurre la pressione fiscale, liberalizzare gli ordini professionali e altri settori di servizi per la riduzione delle tariffe, e, soprattutto, razionalizzare l’amministrazione pubblica.

  5. Domenico Bilotti scrive:

    Non condivido la linea di Cazzola. Se ne facciamo una questione linguistica, ogni testo di sessant’anni fa è espressione di un lessico legislativo profondamente diverso (non che questo attuale, fatto di finanziarie distribuite su migliaia di commi, sia meglio).
    Se ne facciamo un discorso di diritto sostanziale, abbiamo due codici precostituzionali che nessuno vuol cambiare e che pochi hanno avuto il coraggio di aggiornare incisivamente e numerose norme realmente “desuete” perfettamente vigenti.
    La “cittadella del lavoro” del Costituente era ed è meno farsesca di quanto appaia… Ricorderei che i fautori della decretazione attuativa delle cd “legge Biagi”, teoricamente artefici della sponda liberal di quella coalizione, sovente difendevano i provvedimenti proprio sottolineandone la costituzionalità. Non facciamo delle norme sui rapporti economici la maschera con la quale rendere indistinto ogni volto.

  6. Mario Seminerio scrive:

    Probabilmente sono ottuso io, ma non riesco proprio a cogliere la distinzione tra l’articolo 41, nel punto in cui parla di “attività economica pubblica e privata (…) indirizzata e coordinata a fini sociali”, e un Tremonti che passa il tempo a magnificare una non meglio precisata e definita “economia sociale di mercato”.

  7. Giuseppe Naimo scrive:

    In punto di necessità di modifica dell’art. 41, voglio riprodurre il commento della Prof. Isabella Leoncini, nel quale mi riconosco completamente:”assolutamente inutile; la costituzione, al di là dell’indubbia impronta ideologica che traspare qua e là e dell’anacronismo di certe statuizioni, ha maglie assai larghe che lasciano ampio spazio alle opzioni del legislatore ordinario. in genere, proclamare l’esigenza di cambiare la costituzione, almeno nei principi fondamentali, è fumo negli occhi, nel tentativo di scaricare sulla carta l’impotenza della politica contemporanea”.

  8. trovo la visione degli economisti parziale, colpevolmente parziale. Nei paesi esteri a noi concorrenti esistono discussioni in merito all’ambiente, alla sua tutela e soprattutto a come risparmiare le risorse non rinnovabili. Da noi i politici parlano su come un’impresa possa avere le mani libere per poter fare una concorrenza più agguerrita e meno dispendiosa non curandosi di quelle regole esistenti, ma non sufficienti per impedire che le imprese si impiantino senza occuparsi dell’eventuale bonifica o del necessario risparmio di risorse. Invece che continuare la discussione su come formare quadri capaci di reggere la forza economica delle imprese e capaci di tutelare un bene comune, ci domandiamo come fare a togliere le regole inutili(quali sono?)al fine di facilitare l’impianto di nuove imprese su cui esercitare poi l’azione di controllo su poche leggi. Così un imprenditore che possiede un terreno su cui sorge una villa ottocentesca potrà realizzare stalle o stabilimenti a fianco della villa stessa per poi mettere davanti al fatto compiuto i controllori che non potranno che chiudere gli stabilimenti o la stalla senza che nessuna abbia però le risorse per riparare lo scempio. Mi pare che Brunetta dovrebbe mettere in campo tutta la capacità delle nuove tecnologie per impedire ripetizioni continui che la nostra burocrazia chiede continuamente e che le Regioni si preoccupino della formazione e dell’aggiornamento dei liberi professionisti che agiscono sull’ambiente per rafforzarle e toglierle dall’imbarazzante debolezza nei confronti di imprese spregiudicate insensibili alla questione del bene comune. In definitiva occorre lavorare e ritengo sia opportuno che prima di fare occorra pensare e per questa attività il nostro paese ha disarmato troppo presto.

  9. giorgio scrive:

    Sono tutte analisi strumentali fatte da chi ideologicamente è già in avanti con l’errore madornale di pensare che la costituzione sia ad uso e consumo della demagogia, invece la carta che noi abbiamo ci serve a individuare dei paletti necessari,laddove le nuove proposte di modifica lascerebbero strumentali e opportune libertà, ai sedicenti nuovi capitalisti, che vorrebbero tornare ai tempi di prima della carta italiana, che bella modernità !, a me mi pare un passo del gambero, e una scoperta del’acqua calda e/o minestra riscaldata che piace solo a chi ha i capitali guadagnati non proprio in completa trasparenza. Che bel modernismo, grazie ma gli anni trenta non mi piacciono…sono già superati…

  10. giorgio scrive:

    Ho solo scordato una cosa molto importante, l’esimio dottore Cazzola ha già scordato tutti gli scempi e i delitti ambeintali e sociali, con relativi aggravi sul costo erariale e in termini di vite umane, che la sua tesi a comportato: Seveso , ad esempio, sulla base dei quali di ficucia al libero imprenditore gliene do ZERO, ricordo che il liberismo sfrontato e senza lacuna regola, non ha mai prodotto grandi risultati, ma solo scompensi economici epocali, quindi libertà di impresa ma su regole solide, e il reddito deve essere espressione di un territorio e di un sociale e non di un solo ricco, che non vedo come sopravviverebbe se tutti morissero di tumore o di inondazioni per la deregulation(vedi taranto ecc.), mi sembra che il dottor cazzola non sia molto aggirnato sulla storia degli ultimi 100 anni del mondo, e soffre della solit malattia della destra italiana, spesso sono raccomandati e curano solo i loro interessi del breve termine, senza una visione complessiva del sociale e dello storico, non parliamo ovviamente del suo capo…..!

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