– A me capita spesso di non ritenere opportuni i modi con cui gli esponenti della maggioranza pongono certi problemi delicati. Ma trovo sinceramente esagerate e stucchevoli le reazioni della sinistra, quasi sempre animate da una difesa acritica e conservatrice di tutto e del suo contrario.

Fateci caso: la sinistra è diventata patriottica. Sono sempre lì, pronti ad intonare con la mano sul cuore all’americana, l’inno di Mameli. Che resta bruttino come inno nazionale, per nulla all’altezza della Marsigliese o degli inni tedesco, inglese o quant’altro. Molto meglio Va pensiero, ma questo bel pezzo di musica, scritta da una grande compositore, è stato requisito dalla Lega Nord (il partito che raccoglie i sentimenti di odio/amore della sinistra).

E che dire del tentativo di imbiancare il sepolcro del Risorgimento? Nel momento in cui un Paese celebra il 150° Anniversario della sua fondazione come Stato nazionale, indipendente ed unito potrebbe permettersi – senza rinunciare alla sua identità storica e senza mettere in discussione la sua integrità – una rilettura critica di quegli eventi. Il Risorgimento non fu un processo univoco, una grande parata alla cui testa marciavano a braccetto Vittorio Emanuele II, Cavour, Garibaldi e Mazzini. Fu un percorso ricco di contrasti, di differenti visioni, di polemiche mai sanate fino in fondo. Mazzini morì a Pisa sotto falso nome (di lui Cavour diceva: “Se lo prendo lo faccio impiccare”).

E che dire del fenomeno del “banditismo” (che fu in larga misura la risposta al blitz garibaldino del 1860): una pagina di storia del Mezzogiorno che non si è mai voluto aprire e scrivere in modo veritiero? Perché negare che, alla base dell’arretratezza del Sud, c’è anche l’assemblaggio di due economie conseguenti all’unificazione del Paese ? No. La scelta, ispirata dall’Alto, è quella di una rappresentazione agiografica della nostra storia nazionale, come se si temesse di non poter reggere la verità. Ma un Paese che ha paura di se stesso non ha davanti a sé un glorioso destino.

L’ultima considerazione riguarda il dibattito sulla riforma della Costituzione. Chi scrive ritiene che non si tratti di una priorità. Se fosse possibile sarebbe opportuno liberarsi anche di quell’oscena riforma del Titolo V, che ha creato più problemi di quelli che (non) ha risolto. Da decenni fingiamo tutti di credere che ci siano dei problemi nell’architettura istituzionale di cui alla Seconda Parte della Carta, quando basterebbe una revisione dei regolamenti parlamentari per dare efficienza al sistema politico.

La Carta fondamentale è invece ingiallita nella Prima Parte e segnatamente nel Titolo III (Rapporti economici). Le norme e gli istituti giuridici che vi sono contenuti sono assolutamente datati, al punto di essere da sempre inattuati, non per espressione di una perversa volontà politica (come si affermava una volta) contraria ad applicare la Costituzione, quanto piuttosto per comprovata desuetudine. Salvo esigue minoranze (che l’elettorato ha reso “extraparlamentari”) nessuna forza politica si riconoscerebbe adesso in disposizioni che magari nell’Assemblea costituente vollero (loro o i loro de cuius) rivendicare.

Il Titolo III comincia dall’articolo 35 e finisce all’articolo 47. I primi tre articoli riguardano il lavoro. Anche se non si riscontrano degli aspetti critici, basta una rapida lettura per comprendere che il legislatore del 1948 aveva di mira una precisa tipologia di lavoro: quello alle dipendenze, rinserrato all’interno della cittadella delle garanzie tradizionali. Per trovare una indiscutibile conferma è sufficiente leggere l’articolo 38, lo stesso che regola (insieme all’articolo 32 dedicato sinteticamente alla tutela della salute) il welfare all’italiana (con una chiara distinzione tra previdenza ed assistenza ben più evidente ed esaustiva di quanto non è stato comunemente acquisito dal nostro dibattito). In sostanza prevale il solito profilo di un sistema di sicurezza sociale assai oneroso, impostato sul modello delle assicurazioni obbligatorie ed incapace di proiettarsi – anche mediante una diversa allocazione delle risorse – alla ricerca di un altro modello, più equo e solidale, più attento ai nuovi bisogni.

Subito dopo ci si imbatte nell’articolo 39, l’articolo che regola l’attività sindacale, che giace inapplicato da sempre e al quale nessuno vuole dare attuazione. L’articolo 40 riconosce il diritto di sciopero, ma l’ordinamento è parecchio laconico nel definire le leggi che ne regolano l’esercizio salvo il caso dei servizi di pubblica utilità. All’articolo 41 si parla di iniziativa economica privata, come se ci si riferisse ad una “parola malata”, ad un valore spurio, in “libertà vigilata”, con cui il legislatore del 1948 ha stretto un compromesso in attesa di tempi migliori. Il terzo comma recita infatti che “la legge determina i programmi e i controlli opportuni perché l’attività economica pubblica e privata possa essere indirizzata e coordinata a fini sociali”. Non si avverte, forse, un desiderio di “gosplan” quinquennale d’infausta memoria?

La medesima cultura statalista ricompare subito dopo all’articolo 42 dove si afferma che la proprietà è pubblica o privata e che i beni economici appartengono (si noti la sequenza) “allo Stato, ad enti o a privati”. Anche gli articoli 43 e 44 sono buoni testimoni di una visione tipica del socialismo reale (possibilità di esproprio indennizzato nei confronti da aziende che gestiscono servizi pubblici essenziali, fonti d’energia, situazioni di monopolio, riforma agraria nella logica della “terra a chi la lavora).

Dulcis in fundo, l’articolo 46, nel quale è riconosciuto ai lavoratori il diritto a collaborare “nei modi e nelle forme previste dalle leggi” alla gestione delle aziende. Sia chiaro, anche adesso è aperto un dibattito sulla partecipazione dei lavoratori, ma quanto previsto dall’articolo 46 ricorda, proprio, quei consigli di gestione (emuli dei soviet) istituiti nelle fabbriche del Nord nell’immediato secondo dopoguerra. In sostanza il peso delle ideologie del secolo scorso è del tutto evidente. Ma se Berlusconi se la prende con l’articolo 41 (perché solo con questa norma ?) piovono toni e fulmini.