Categorized | Capitale umano

Gli atei devoti? Né cattolici, né liberali…

– da Il Secolo d’Italia del 9 giugno 2010 –

Ma ci sei o ci fai? Alla domanda: «Cos’è oggi il cattolicesimo politico?» sarebbe difficile rispondere che è una “cosa cattolica”. Non che non vi siano, ovviamente, cattolici che fanno politica, ma sono, non solo numericamente, prevalenti i politici che fanno i cattolici, che ostentano più obbedienza che speranza, più amore del Papa che amore di Dio, più deferenza che coerenza e capacità d’esempio.

Si legga quanto scrive Gaetano Quagliariello (La persona, il popolo e la libertà. Per una nuova generazione di politici cristiani, ed. Cantagalli), secondo cui la parola cristiana esprime con immagine trascendente «i postulati immutabili del diritto naturale» della tradizione greca e romana, su cui poggia la solidità dell’ordine politico. O si ascolti quanto dice Eugenia Roccella, per cui la questione antropologica del cristianesimo è compendiata nei prontuari del proibizionismo bio-politico, a cui alcune elite cattoliche si dedicano, da almeno un decennio, con spregiudicata disinvoltura. O si seguano le suggestioni cripto-organiciste di Maurizio Sacconi e la sua riabilitazione postuma dell’Italia fanfaniana, la cui coesione era sì assicurata da un conformismo ipocrita e codino, ma capace di vaccinare il popolo dal virus contagioso dello scetticismo e dell’anomia morale.

Non c’è, in tutto questo, una briciola di inquietudine e di azzardo, c’è un pensiero freddamente “ordinatore”.  Questo “cristianisimo razionalizzato” ricorda, in forma rovesciata, quello che per alcuni decenni ha spopolato a sinistra. La promessa di salvezza si fa metafora di un ideale di giustizia e il regno della speranza messianica offre il contenuto morale e simbolico ad una umana – troppo umana –  profezia politica. Se molti cattolici di sinistra davano mostra di credere più alla rivoluzione che alla resurrezione, molti cattolici di destra continuano così a confondere la gerarchia con la Chiesa, l’oltre-Tevere con la realtà di oltre un miliardo di cattolici. Dalla teologia della liberazione a quella della restaurazione.

Come però direbbe Giovanni Reale, quanto si dice della Chiesa e del mondo cattolico da parte di chi non vi appartiene né partecipa, non conta nulla. E quindi ben poco contano le considerazioni di chi assiste dall’esterno ad un fenomeno che fa coincidere la “scristianizzazione” della rappresentanza cattolica con la radicale “confessionalizzazione” della sua piattaforma politica.
Ma agli effetti collaterali di questa tutt’altro che casuale deriva è bene prestare attenzione, per le conseguenze che il fenomeno comporta nella società italiana, nella sua cultura civile e nella stessa sintassi del linguaggio politico.

Occorre ammettere che l’identificazione della politica cattolica con l’intransigenza normativa sui temi della vita, del matrimonio e della morale sessuale non riflette tanto lo zelo settario dei politici cattolici, quanto una certa intransigenza dottrinaria. E’ questa sensibilità e non la confusione del gioco politico ad avere imposto queste parole d’ordine. La partita dei valori non negoziabili si gioca ormai, pressoché interamente, sul piano politico-legislativo e non su quello pastorale.

Se i cristiani disobbediscono alla Chiesa, i non- cristiani interessati a imporre il pensiero conservatore e a prendere congedo da una visione della libertà troppo novecentesca, sono assai più propensi ad obbedirvi. Non serve la conversione, basta un robusto e leale collateralismo. Anche se la religione torna ad essere un affare di Stato, la fede rimane una questione di privacy, di cui nessuno è davvero chiamato a rispondere.

Lo schiacciamento della politica cattolica sui temi bioetici e sulla dimensione politico-istituzionale ha però, come dicevamo, effetti sistemici tutt’altro che neutrali.  Una società che ha abbandonato l’orizzonte costitutivo della “verità” nasconde dietro la maschera “pluralista” la propria dissolutezza morale e la propria dissoluzione civile, presentandosi disarmata ai suoi nemici che almeno credono nel male, anziché a nulla. La laicità rettamente intesa postula la “verità”, come un contenuto positivo e assoluto, sottratta al gioco dell’opinioni, alle persuasioni dell’apparenza, alle lusinghe dell’interesse. Questo predica, con accenti millenaristi, il cattolicesimo politico mainstream. Nell’auto da fè anti-relativista finiscono dunque bruciati i fondamenti “permissivisti” e “nichilisti” della società aperta.

Tutto assai poco liberale e assai poco cattolico, per Dario Antiseri, che in Laicità. Le sue radici, le sue ragioni (ed. Rubbettino 2010) argomenta per l’ennesima volta la propria diffidenza per il fondazionismo teorico e per l’assolutismo etico del più recente “giusnaturalismo” cristiano, come aveva già fatto in Cristiano perché relativista, relativista perché cristiano. Per un razionalismo della contingenza (Rubbettino 2003) e Relativismo, nichilismo, individualismo. Fisiologia o patologia dell’Europa? (Rubbettino 2005).

Il messaggio del Vangelo, se chiamato a confermare una mera verità di ragione, diventerebbe una «specie di strofinaccio dell’argenteria di Aristotele, di Grozio o di qualche altro filosofo». Dal punto di vista politico, inoltre, visto che «non vi è nulla di più culturale dell’idea di natura e di natura umana» per definire le regole della convivenza e dell’ordine civile occorre rifarsi alla storia europea e alla relativizzazione del ruolo dello Stato, chiamato a garantire – dice Antiseri citando Einaudi – «l’anarchia degli spiriti attraverso l’impero della legge».

In Dario Antiseri, secondo una prospettiva che sarà insopportabile ai banditori del “cristianesimo forte” dei teo-con e atei devoti, la fede torna ad inscriversi nell’orizzonte pascaliano del rischio e della scommessa e dunque nella logica relativistica della scelta, anziché in quella della verità razionale. E la società aperta torna a poggiare sui suoi fondamenti fallibilistici e sul sospetto verso la pretesa razionalità morale del legislatore politico.

E’ soprattutto interessante che Antiseri, nella sua difesa politica e religiosa del relativismo, individui la più tenace radice cristiana della storia politica europea nel «valore che il Cristianesimo dà alla libera e responsabile coscienza di ogni singola persona» e dunque nella forza di una tradizione «che permette le idee più diverse e azzardate».  «L’Europa non possiede un’unica visione filosofica del mondo», ma «le istituzioni della società aperta sono frutto di una specifica tradizione, esito di consapevolezze teoriche e di precise scelte etiche». Insomma: il relativismo è da sempre la voce profonda dell’anima e della cultura europea. I «valori non sono tutti uguali, ma tutti diversi» e suscettibili di una discussione critica, che non educa all’indifferenza, ma alla scelta responsabile, giacché la libertà umana non poggia su di una verità indiscutibile, ma sulle risorse preziose di una ragione fallibile.

E’ evidente che quello di Antiseri è purtroppo un pensiero irregolare, troppo cattolico e troppo eretico, per guastare l’umore o ingombrare la marcia degli avanguardisti dell’anti-relativismo. Ma è importante (e confortante) notare come il vecchio epistemologo popperiano (e cattolico davvero) non abbia temuto di affondare la sua sfida sul terreno più immediatamente politico, con un’intonazione liberale caratteristica e – absit iniuria verbis – felicemente disinibita.


Autore: Carmelo Palma

Torinese, 44 anni, laureato in filosofia. E' stato dirigente radicale, consigliere comunale di Torino e regionale del Piemonte. Direttore dell’Associazione Libertiamo e della testata libertiamo.it. Gli piace fare politica, non sempre gli riesce.

3 Responses to “Gli atei devoti? Né cattolici, né liberali…”

  1. Marco Faraci scrive:

    Mi pare che uno degli elementi più interessanti che conferma l’analisi di Carmelo è che certi “cattolici” si concentrano esclusivamente sull’Italia. Raramente li vediamo in campo a favore delle minoranze cristiane oppresse in tanta parte del pianeta ed a difesa del diritto a convertirsi al cristianesimo in paesi “difficili” (quando invece l’evangelizzazione è parte fondamentale cristianesimo). Piuttosto sono a favore di un sostanziale “cujus regio ejus religio” ed in questo senso paradossalmente sono a relativisti a loro modo.

  2. Carmelo Palma scrive:

    Giusto Marco! E’, il loro, uno strano mix di anti-relativismo morale e di indifferentismo politico. Il loro nemico è il libertarismo, non la violenza, la differenza morale, non la persecuzione. Così alla fine usano contro la Bonino e Zapatero parole più dure che contro Ahmadinejad o Hu Jintao. Curioso, no?

  3. Luca Cesana scrive:

    Sì, esistono i cattolici liberali e dio li protegga!

Trackbacks/Pingbacks