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Una Berlino a misura di bambino: come la Germania esorcizza la paura del futuro

– Berlino è una città straordinaria. E’ rinata dalle ceneri della sua distruzione ed allo stesso tempo tutto parla e racconta di un passato di cui sono rimaste quelle poche tracce che i bombardieri alleati si sono dimenticati di radere al suolo. Era una delle grandi capitali della cultura mondiale, e dopo la sua apocalisse è tornata ad esserlo, ma in un altro da sé.

Una città è un testo. Una città è una struttura narrativa che racconta le formule medianti le quali una società tende, prova, ad autorappresentarsi. E Berlino racconta un pezzo di Germania.

Ma questa città cosa racconta della crisi? Della grande crisi che da qualche anno sta vivendo il mondo occidentale tecnologicamente avanzato?
Crisi economica, crisi identitaria, crisi ideologica, quanti aggettivi possiamo attribuire a questa parola che, usata e abusata, sta diventando una sorta timbro mediatico da spendere ogni qual volta si voglia etichettare il presente.

La crisi greca, il millenarismo economico e le speculazioni finanziarie che stanno connotando il 2010 sono, ovviamente, all’ordine del giorno nei media tedeschi. Ma i media tedeschi non sono roboanti come quelli italiani; risultano sicuramente meno enfatici, meno assoggettati alle contingenze partitiche, sicuramente più sobri. Gli italiani che in Germania si aspettano di trovarsi davanti ai sensazionalismi televisivi e giornalistici in genere, che da noi sono il pane quotidiano, rimarranno delusi. In Germania la politica è meno visibile che da noi. Sui muri i manifesti elettorali e partitici sono pressoché assenti, i telegiornali sembrano meno assoggettati alle logiche di maggioranza ed alla drammatizzazione politica. Molto spazio viene dato alla politica nel senso di globalità. Il mondo, gli esteri, è in primo piano, mentre nei nostri telegiornali gli esteri sono tangenziali; una frase, una accezione politica di un sottosegretario, un messaggio in codice tra una frazione ed un’altra di un partito ha più peso politico di un golpe centraficano. Il nostro provincialismo è lo stigma della nostra azione mediatica, una sorta di vizio genetico che chissà quando smetterà di accompagnarci. Ma non è questo l’argomento dell’articolo.

Proviamo a cercare tracce di crisi nella vita di una città, piuttosto che nei media.

Fin dalla guerra fredda Berlino è un mondo a parte, anche economicamente. In quegli anni sciagurati lo Stato, la Germania Ovest – saggiamente – ha investito per spingere ed incentivare il maggior numero possibile di tedeschi e stranieri a vivere a Berlino. Sgravi fiscali, prezzi calmierati, assistenza sociale, sono tattiche di governo che han fatto sì che Berlino divenisse una sorta di città a statuto speciale. Questa “tradizione” perdura ancora oggi. A Berlino c’è l’equo canone, una casa di 50 metri quadri, in quartiere residenziale, in affitto può costare intorno ai 250 euro al mese. In un quartiere ricco la stessa metratura viene intorno ai 500. Ho visto bellissime case con un affitto bloccato di 600/700 euro; le stesse case a Roma costerebbero dai 1500 euro al mese in su. Sugli affitti non si scherza, l’amministrazione vigila, guai a cercar di fregare l’equo canone. Se un proprietario di casa vuole rientrare in possesso del suo appartamento entro un anno l’inquilino andrà via e l’amministrazione cittadina gli troverà un nuovo appartamento allo stesso prezzo. Nella capitale prussiana comprare una casa in un bel palazzo di un bel quartiere viene intorno ai 1200 euro al metro quadro, ma anche meno. A 1200 euro al metro quadro, in qualunque grande città italiana, si troverà nulla e men che nulla.

Prenzlauer Berg, nell’ex Germania Est, è uno dei quartieri più belli di Berlino. I palazzi sono condomini operai dei primi del secolo: per una strana coincidenza i bombardieri alleati qui hanno sbagliato la mira. I palazzi sono, per lo più, tutti in piedi e finemente ristrutturati. C’è n’è solo uno scrostato e decadente che involontariamente è diventato un monumento al come si stava nell’est del socialismo reale.
In questo quartiere, pieno di caffè e ristoranti, i negozi sono più che belli e raffinati, e ognuno di essi è un manualetto di interior design; ma quasi sempre non si vedono clienti. Grandi bellissimi negozi semideserti. Ecco la crisi, mi dico, finalmente la vedo! Ma qui i giovani imprenditori sono aiutati dallo Stato. Se il negozio va male si chiude, con estrema facilità, e ne si riaprirà un altro. E le insegne del locali cambiano di continuo, di anno in anno. I clienti mancano, ma non è un problema. Si investe e si rinveste.

Un mio amico sociologo – italiano, che insegna da anni in Germania – mi dice al telefono: “qui la crisi c’è ma non si vede, semplicemente si cerca di rimuoverla” e poi mi dice: “osserva meglio i bambini”.

Effettivamente vedo un enorme numero di bambini. I loro genitori, puntualmente, sono giovani. Ragazzi di trent’anni con due, tre figli. Alle due del pomeriggio i parchi sono pieni di belle coppiette con frotte di pupi alti, magri, biondi e festanti. Durante tutta la giornata gli infiniti caffè e localetti sono zeppi di famigliole che mangiano e chiacchierano. E vien da farsi una domanda: che lavoro fanno i genitori? A chiunque l’abbia domandato la risposta su per giù è la stessa. I più studiano, gli altri lavoricchiano, e alcuni non fan nulla. Ma in Germania chi studia è aiutato economicamente dallo Stato e chi ha figli pure.

E poi noto altre cose. Un grande e bellissimo negozio su due piani che in realtà è un “dentista per bambini”. Poi vedo un, bellissimo, “bar per bambini”; e nello stesso quartiere almeno una decina di negozi di abiti per bambini, poi una bancarella che vende “pelli biologiche per bambini” da mettere nel passeggino, sotto il sedere. Poi bancarelle di babbucce per bambini in lana peruviana, poi un’altra di cappelli per bambini in pelle biologica di agnello. Poi alimentari biologici come se piovessero, carissimi, con file di mamme alla cassa. In questo quartiere tutto è biologico.

Una mia amica – quarantenne, storica, berlinese – mi dice: “io non ho figli, qui se non hai figli ti fanno sentire un diverso, tutto è in funzione dei bambini, sembra che tutto si viva solo in proiezione futura, bambini luminosi per un luminoso futuro” e poi, con imbarazzo, con voce bassa quasi a non voler farsi sentire da chi è seduto al tavolo con noi, mi dice: “so che lo stai pensando, e hai ragione, sembra di esser tornati ad un principio di salutismo e di progenie nazi-fascista”.

Oddio! Che metafora brutale. Imbarazzante. Ma cosa significa? Perché in uno stato assistenziale il proiettare così tante attenzioni sull’infanzia può essere letto come un segno inquietante? Perche è una rimozione. Ecco il segnale di crisi, ecco dove la paura del presente si manifesta in tutta la sua potenza, ecco dove Berlino racconta il suo, rimosso, terrore di “perdere” il presente. Nel futuro, nei bambini ipevitaminizzati, ipersani, ecco che si proiettano l’insoddisfazione per un presente di millenarismo sociale ed economico. I bambini servono ad esorcizzare il presente. Un presente “assistito”, “gonfiato”: i berlinesi sentono che potrà durare ancora per poco, ed allora rischiano, scommettono sul futuro.

L’amico sociologo mi dice: “bravo, hai capito”. Beh, se lo dice lui. Ma allora, perché noi italiani non facciamo la stessa cosa? Perché non oltrepassiamo le ansie del presente concentrandoci sul futuro? Su, su facciamo uno sforzo ideologico di speranza e fede in un futuro migliore, facciamo un innumerevole numero di figli! Poi mi vengono in mente le leggi sociali che ci sono in Germania, i sussidi, gli affitti, gli aiuti all’imprenditoria, e la risposta vien da sé.

Nell’ultimo giorno di permanenza a Berlino mi accorgo di una cosa. Le stazioni della metropolitana della città sono invase da una pubblicità di un sistema di pagamento on line. Le stazioni della metro sono invase – ovunque, sui muri, nelle gallerie, sui soffitti – da queste parole, di tutte le dimensioni, visivamente ossessive: “sicher, sicherer, sichererer, sicherererer”. Il loro significato è: “sicuro, più sicuro, più più sicuro, più più più sicuro”. Gli slogan pubblicitari raccontano, sempre, i temi del presente. Qui hanno paura di perdere la loro sicurezza.


Autore: Francesco Linguiti

Si occupa di produzione culturale. È autore nella produzione audiovisiva. È docente di semiologia del testo.

3 Responses to “Una Berlino a misura di bambino: come la Germania esorcizza la paura del futuro”

  1. Lucio scrive:

    E dire che la prima parte di questo bel pezzo mi Aveva quasi convertito all’assistenzialismo di Stato.

  2. Fabio scrive:

    questo pezzo mi sembra quasi un elogio all’assistenzialismo di Stato, ma quello fatto bene. I prezzi delle case a Berlino sono più bassi di quelli italiani? probabilmente perchè non hanno mille “mafie” diverse che ci mangiano sopra!! (ovviamente c’è anche un motivo geografico: le città italiane sono piccole e ammassate una sull’altra, Berlino è piazzata in mezzo ad una steppa. Ovvio che anche la terra costi meno).

  3. Michelangelo scrive:

    A parte la bella scrittura e molti spunti interessanti vorrei segnalare un altro articolo meno entusiasta della situazione in Germania ed in particolare a Berlino
    http://www.myberlino.com/search/label/Berlino%20Economia
    Anche a Berlino sembra esserci corruzione e la povertà è molto diffusa.
    Saluti

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