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Liberalizzare ma evitando di complicare

da Il Secolo d’Italia di martedì 8 giugno 2010 – Il Presidente del Consiglio ed il Ministro per l’Economia hanno sorpreso tutti rimettendo al centro della proposta politica del centrodestra la “rivoluzione liberale”. Bene: chi aveva dubitato che dalle corde del PdL fossero scomparsi la libertà di impresa, il mercato e la concorrenza come fattore decisivo per assicurare il massimo di vitalità all’economia italiana, come abbiamo sempre pensato, può tirare un sospiro di sollievo.

In effetti, mai come in un momento di crisi della finanza pubblica che impone un inevitabile giro di vite sulla spesa pubblica, è necessario liberare energie sul lato dell’offerta, attraverso un processo di liberalizzazione e di aumento della competitività dell’economia reale per guadagnare la via della crescita.

Perché è chiaro che se il nostro destino è nel rapporto debito-Pil, noi possiamo agire per decreto sul numeratore ma per una crescita strutturale del denominatore dobbiamo affidarci alle imprese e al mercato libero.

Io continuo a pensare che, seppur con strumenti ed obiettivi di oggi e non di vent’anni fa, una stagione di liberalizzazione dell’economia italiana (io aggiungerei anche di privatizzazioni, a livello centrale e decentrato) sia ciò che di meglio si potrebbe fare nei prossimi tre anni di legislatura.
Se si comincia dalla sburocratizzazione dell’avvio di una nuova impresa va benissimo. In effetti, le indagini condotte dall’Eurostat mostrano che gli italiani hanno una forte propensione all’autoimpiego, oltre il 50 per cento, ma che al contempo  ritengono difficile raggiungere il loro obiettivo. I tedeschi, ad esempio, hanno una propensione all’autoimpiego più bassa, 41 per cento, ma ritengono più facile “mettersi in proprio”. Tra i fattori che nel giudizio degli italiani più ostacolano l’iniziativa imprenditoriale, al primo posto figura la scarsità del credito, al secondo la crisi economica, al terzo la difficoltà di conciliare lavoro autonomo e impegni familiari; il carico burocratico, probabilmente per rassegnazione, non figura tra i principali ostacoli. Ma è chiaro che agire in modo radicale sulla burocrazia, dimostrando nei fatti la fiducia dello Stato nella serietà delle autocertificazioni, potrebbe avere l’effetto salutare di moltiplicare la nascita di nuove microimprese.

Ora dobbiamo tutti collaborare perché all’annuncio seguano i fatti. Da questo punto di vista, l’obiettivo di una modifica dell’articolo 41 della Costituzione ha un valore simbolico importante, ma evidentemente non è una condizione necessaria né sufficiente ad ottenere un fiorire di nuove iniziative imprenditoriali. Mentre apriamo la discussione al piano alto della revisione costituzionale, dobbiamo lavorare ai piani bassi della deregulation (o nuova regolamentazione leggera ed intelligente): anche a Costituzione invariata, infatti, come dimostrano decenni di politiche economiche in cui qualcosa di buono è stato tentato e perfino fatto, vi sono amplissimi margini di manovra per provvedimenti rapidi da adottarsi avendo in mente i prossimi tre anni, in cui la crisi continuerà a mordere.

Dobbiamo far sì che l’obiettivo a cui i nuovi piccoli imprenditori si ispirano non sia quello di vivacchiare, magari contando su un po’ di evasione fiscale o contributiva, ma quello di crescere e creare le medie e grandi aziende di domani.
Come mostrano anche le indagini dell’Eurostat, dobbiamo trovare il modo di suscitare un’offerta di finanziamento ai nuovi imprenditori che il sistema bancario italiano di per sé non sembra in grado di offrire. La Banca del Sud è nata con questo specifico obiettivo: è importante monitorarne l’attività ed i risultati. Ma c’è anche da scommettere sulla creazione di strumenti finanziari specifici, favorendo (anche fiscalmente) il venture capital e private equity: di questi tempi la finanza non gode di buona stampa, ma di finanza – se volete, di “buona finanza” – in Italia abbiamo bisogno più di prima. Come di un sistema fiscale più leggero e soprattutto più semplice, o di servizi pubblici liberalizzati, anche a livello locale. O di professionisti che si facciano concorrenza innovando anziché alzare difese corporative.

Ma per non correre il rischio di parlar d’altro, finisco tornando al punto. Una radicale liberalizzazione dell’intrapresa privata, giovanile e non solo, è l’obiettivo di un Governo ambizioso, che pone ben in alto l’asticella per i mesi e gli anni a venire. Questa scommessa è difficile ma ci piace… anche a Costitiuzione invariata.


Autore: Benedetto Della Vedova

Nato a Sondrio nel 1962, laureato alla Bocconi, economista, è stato ricercatore presso l’Istituto per l’Economia delle fonti di energia e presso l’Istituto di ricerca della Regione Lombardia. Ha scritto per il Sole24Ore, Corriere Economia, Giornale e Foglio. Dirigente e deputato europeo radicale, è stato Presidente dei Riformatori Liberali. Presidente di Libertiamo, è stato capogruppo di Futuro e Libertà per l'Italia alla Camera dei Deputati. Attualmente, è senatore di Scelta Civica per l'Italia.

3 Responses to “Liberalizzare ma evitando di complicare”

  1. Antonino scrive:

    Proprio non capisco… Basta che qualcuno del governo dica liberta`d’impresa e tutti a lodare o a tirare un sospiro di sollievo perche` la maggioranza ha finalmente ritrovato la sua carica liberista “primordiale”, perdonando con molta facilita` tutti i recenti provvedimenti illiberali, tipo quelli concernenti la professione forense e il commercio (piu`volti discussi anche in questo sito).
    Il piu`delle volte ho l`impressione che i parlamentari “liberali” del PDL tendano ad amplificare quelle pochissime traccie di liberismo rimaste nel centro destra ed eventualmente attenuare a a definire come “Realpolitik” la sostanza di questo governo che e`tutt`altra cosa

    Saluti

  2. filipporiccio scrive:

    Ma infatti… nell’ultimo quarto di secolo abbiamo più volte sentito proclami di liberalismo da parte degli esponenti dell’attuale maggioranza. All’inizio c’era anche qualche riscontro pratico, poi più nulla. Non c’è alcuna ragione di pensare che stavolta sia diverso, soprattutto considerando l’azione di governo che contraddice ampiamente i proclami…

  3. luigi zoppoli scrive:

    Capisco tutto, va bene tutto ma sinceramente…..Parlare di modificare il 41 della Costituzione intanto è un insulto all’intelligenza e poi è la dichiarazione di non voler portare avanti ciò che si dice di voler fare. Che non richiede alcuna modifica costituzionale ma solo gente che voglia liberalizzare. Dopo 16 anni di declamazioni in argomento, mi pare che di credibilità ne sia avanzata ben poca. E se di emptio liberale il governo parlasse, avrebbe evitato di inserire le orrende norme fiscali che purtroppo lì si leggono.

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