– La realtà dei conflitti armati asimmetrici determina nuovi problemi di carattere operativo e giuridico. Questi ultimi, in particolare, sono molto complessi, in quanto comportano l’adattamento di norme elaborate principalmente sul paradigma della tradizionale guerra e sono aggravati dall’abuso degli strumenti di tutela e garanzia previsti per scopi lato sensu militari (scudi umani, attacchi kamikaze).

In estrema sintesi, il diritto umanitario dei conflitti armati è oggi retto dai principi di:
– necessità militare, che impone di impiegare la forza solo nella quantità necessaria per l’assolvimento della missione, legittimando l’attacco condotto contro un obiettivo militare in presenza di un vantaggio preciso;
– distinzione, per il quale può essere attaccato solo un combattente o un obiettivo militare;
– proporzionalità, che prevede che l’attacco non deve causare effetti collaterali eccessivi rispetto al vantaggio militare diretto e concreto previsto;
– precauzione, si aggiunge a quello di proporzionalità e impone ulteriori doveri complementari alle parti in conflitto, sia per chi pone in essere l’attacco sia per chi lo subisce;
– divieto di alcuni mezzi o metodi di combattimento, tra cui quello di affamare la popolazione civile.

La loro formulazione ha un margine di indeterminatezza ampio (come tutti i principi generali di qualsiasi ordinamento), la cui effettiva concretizzazione dipende dal contesto operativo in cui sono destinati a operare. Al riguardo, lo scenario mediorientale è un unicum, e ne impone una lettura specifica.
Ne dà una dimostrazione chiara la sentenza del 13 dicembre 2006 della Suprema Corte di Israele relativa al caso delle “esecuzioni mirate”.

La Suprema Corte, stabilito che nei territori occupati è in atto un conflitto armato internazionale, fornisce un’ampia nozione di partecipazione diretta alle ostilità (che comporta la perdita della protezione accordata dal diritto internazionale ai non combattenti, rendendone lecita l’uccisione), includendovi numerose attività tra cui: l’utilizzo di armi contro l’avversario, la raccolta di informazioni inerenti al conflitto, il trasporto di combattenti, armi o munizioni sul luogo delle operazioni, lo svolgimento di compiti di comando nella pianificazione o decisione degli attacchi, le attività di reclutamento di civili chiamati a partecipare agli attacchi; l’offrirsi volontariamente quali “scudi umani”.

Tra l’altro, la Corte si dimostra consapevole dei rischi dell’interpretazione estensiva di tale nozione, imponendo una precisa serie di condizioni da rispettare: presenza di prove forti, fondate e convincenti in ordine alla partecipazione diretta alle ostilità; pericolo imminente che giustifichi l’attacco diretto; impossibilità di adottare altri mezzi per neutralizzare il pericolo (come ad esempio l’arresto della persona); valutazione della proporzionalità fra vantaggio militare previsto ed eventuali danni collaterali.

Quest’ultimo punto è la vera sfida di Sisifo dei conflitti asimmetrici, non esistendo dei parametri predefiniti sulla base dei quali operare un bilanciamento tra i due fattori.  In parte, si cerca di minimizzare le perdite tra i civili. Ad esempio, nell’ultimo conflitto le truppe israeliane hanno fatto un uso massiccio di warnings trasmessi ai residenti della Striscia di Gaza. Questi annunci (fatti tramite volantini, chiamate e messaggi sui cellulari, comunicati radio e televisivi) contenevano per lo più avvertimenti ai residenti di evacuare le aree dove vi erano terroristi o strutture terroristiche.

D’altronde, la produzione di danni collaterali sproporzionati può vanificare il vantaggio e comportare i rischi di escalation del conflitto, spesso incontrollabili.
A tal proposito, l’episodio di questa settimana della Freedom Flotilla può essere un chiaro esempio.

D’altronde, la situazione attuale merita qualche riflessione perché se è vero che l’episodio può essere dipeso da carente pianificazione o cattiva esecuzione, in realtà appare più problematico e chiama in causa la prosecuzione del blocco.
Infatti, operazioni del genere possono essere ammesse in via eccezionale come manifestazione di autotutela di uno Stato, purché ciò avvenga nel rispetto delle esigenze umanitarie della popolazione civile e, soprattutto, in uno spazio temporale circoscritto, pena la loro insostenibilità materiale e giuridica, come riconosciuto anche dal Segretario di Stato degli USA.

L’esempio del tradizionale amico statunitense può oggi aiutare Israele. Proprio la settimana scorsa, la Casa Bianca ha approvato il nuovo piano strategico di sicurezza nazionale, che coglie perfettamente il legame inscindibile tra sicurezza nazionale e relazioni internazionali nel mondo contemporaneo: “We will build new and deeper partnership in every region, and strengthen International standards and institutions. This engagement is no end in itself. The International order we seek is one that can resolve the challenges of our time” (Barak Obama). Ciò evidenzia l’apparente paradosso per il quale l’adozione di politiche aperte riduce il grado di rischio complessivo.

Ecco perché per Israele continuare oggi sulla linea della intransigenza può rivelarsi un rimedio peggiore del male.
È, inoltre, un grave errore strategico almeno per tre motivi:
1) isola internazionalmente Israele, scaricando il peso della sicurezza nazionale prevalentemente sulla dimensione, con costi economici, umani e politici alla lunga insostenibili per uno Stato democratico di diritto;
2) rafforza paradossalmente la principale arma di cui Hamas oggi dispone: l’immagine collettiva di una popolazione allo stremo. Da un punto di vista militare, importa poco che Israele sia effettivamente responsabile: ormai la battaglia psicologica e propagandistica sul punto è persa e non saranno certo i comunicati stampa del governo israeliano a fare cambiare idea all’opinione pubblica mondiale. Questo Hamas lo sa bene e cinicamente sarà disposta a tutto per mantenere la situazione di vantaggio;
3) la Turchia di Erdogan sembra non aspettare altro. E se già il suo coinvolgimento, più o meno diretto, nella spedizione della Freedom Flotilla testimonia un deterioramento nelle relazioni tra i due Paesi, non è affatto irrilevante essere di fronte ai comuni alleati dalla parte del torto o da quella della ragione.

Chi vede in Israele una fiammella di speranza per la democrazia e i diritti umani in Medio Oriente non vorrebbe si spegnesse, soffocata dalla chiusura ermetica delle politiche di sicurezza stricto sensu.
Già questa sarebbe la migliore vittoria per i suoi nemici, che sono anche i nostri.