Come una maglia di calcio si oppose all’apartheid nel Sudafrica degli anni Settanta

– Tra pochi giorni ha inizio la diciannovesima edizione dei campionati mondiali di calcio. Pur tra mille difficoltà, il paese anfitrione – il Sudafrica – vuol mostrare al mondo di saper gestire un evento di portata globale e dalle mille implicazioni politiche, di enorme valore economico e di profondo appeal mediatico. Per un mese abbondante lo spicchio meridionale del continente africano sarà il centro del mondo, entrando nelle case e negli occhi di centinaia di milioni di persone (secondo le stime, le finali 2002 e 2006 sono state guardate da più di 1 miliardo di persone, un sesto della popolazione mondiale).

Tra cantieri ancora aperti a tre giorni dal fischio d’inizio (e molti lo resteranno anche dopo l’alzata della coppa) come non se ne vedevano da Italia ’90, la quotidianità del Mondiale in Africa, seppure in Sudafrica, farà ovviamente a pugni con il ricordo dell’aurea normalità della kermesse tedesca di quattro anni fa. I nuvoloni si addensano fitti all’orizzonte: riuscirà il Sudafrica a fare del calcio un volano per la crescita, magari per il turismo, o finirà travolto dai debiti come è accaduto alla Grecia con le Olimpiadi del 2004? Gli scontri tra la polizia ed i tifosi nigeriani (una delle comunità di immigrati più nutrite nel paese) in occasione dell’amichevole tra la squadra africana e la Corea del Nord si ripeteranno o sono un caso isolato? I turisti-tifosi sono al sicuro? E che dire dei sempreverdi messaggi di Al Qaida? A questo punto, non ci resta che aspettare.

Di cronache dal Sudafrica ne incontrerete molte in questi giorni. E tutti evidenzieranno l’alto valore simbolico di questa Coppa del Mondo nel paese che fu dell’apartheid e che fu – ed è ancora – di Nelson Mandela. E allora, proprio per parlare del significato più profondo del rapporto tra questo grande paese ed il calcio, oltre a consigliarvi questo bel libro, eccovi uno stralcio di un racconto molto bello:

E’ stata una t-shirt la prima cosa che mi ha mostrato la forza unificante del calcio, anche in un paese così isolato, violento e diviso come il Sudafrica degli anni ’70. Aveva un teschio e una croce di ossa davanti, e la scritta “Orlando Pirates”. Un giorno l’ho indossata al vicino supermercato Spar, facendo scalpore. I Pirates, anche noti come Bucs, erano la migliore squadra di calcio dei neri, dominatrice della nuova lega professionale per neri, ma molti pochi bianchi li avevano mai visti giocare. Andare ad un incontro di calcio non era visto come una ragione adeguata per essere in un quartiere nero. Io non avevo alcuna idea dell’effetto che la mia t-shirt avrebbe avuto sui lavoratori neri del supermercato, dove a questi era permesso di trasportare merce o riempire scaffali, ma non di fare nulla di più qualificato, come le operazioni di cassa.

Il Sudafrica era così profondamente segregato a quei tempi che i neri ed i bianchi si passavano accanto senza guardarsi negli occhi, sfiorandosi gli uni con gli altri come fantasmi. Ora, con la mia maglietta con il teschio e le ossa, era come se io avessi dato a questi lavoratori un segnale segreto, e loro mi guardavano chiaramente per la prima volta.

Ridendo di piacere, tutti volevano battere o stringere la mia mano. Dove avevo preso quella maglietta? Risposta: da un collega nero al lavoro, per puro scherzo (sebbene non dissi così). Ero mai stato a qualche incontro dei Bucs? No. Iniziavo a sentire un po’ di vergogna nel proclamare fedeltà alla squadra non sapendo praticamente di essa. Ma quella maglietta indosso, nel supermercato o per la strada, fu considerata da tutte le persone nere che incontrai nient’altro che un gesto di amicizia. (…).

(di Raymond Whitaker, tratto da ‘Ballad of a South African Football Fan’, primavera 2010 – Intelligent Life Magazine)


Autore: Piercamillo Falasca

Vicepresidente di Libertiamo. Nato a Sarno nel 1980, si è laureato in Economia alla Bocconi e ha frequentato il Master in Parlamento e Politiche Pubbliche della Luiss. E' fellow dell’Istituto Bruno Leoni. Ha scritto, con Carlo Lottieri, "Come il federalismo può salvare il Mezzogiorno" (2008, Rubbettino) ed ha curato "Dopo! - Ricette per il dopo crisi" (2009, IBL Libri). Ha scritto anche, nel 2011, "Terroni 2.0", edito sempre da Rubbettino.

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