Età pensionabile, occupazione femminile ed equità di genere

 – La nuova richiesta dell’Unione Europea al nostro paese di allineare l’età pensionabile delle donne a quella degli uomini rappresenta un’occasione per rifare il punto tanto sugli obiettivi del nostro welfare quanto sull’equilibrio economico e sociale tra uomini e donne.

Come sostiene anche Benedetto Della Vedova, l’adeguamento della soglia non dovrebbe limitarsi solamente all’ambito della pubblica amministrazione, ma si dovrebbe pensare ad estenderla anche al settore privato.
E’ evidente che il mantenimento dell’età pensionabile a 60 anni per le donne non è sostenibile, sia per ragioni di ordine contabile, che per considerazioni di carattere politico.

Per le prime, si tratta di prendere coscienza che non è più praticabile lavorare solo 30 o 35 anni a fronte di un’aspettativa di vita che nel caso delle donne è ormai di 85 anni; per le seconde, di prendere atto della progressiva evoluzione dei ruoli sociali e della necessità di un approccio sempre più coerente al concetto di parità tra uomini e donne.
Di conseguenza, è nei fatti che il dibattito sulla parificazione dell’età pensionabile tra uomini e donne non è un dibattito sul “se”, ma sul “quando”.

Quello che è in gioco è quindi un “privilegio” riservato ad una fetta ristretta, in termini anagrafici, della popolazione femminile – un trattamento preferenziale il cui costo sociale ricade non solo sugli uomini, ma anche su tutte le donne più giovani.
La questione assume, in questo senso, la duplice valenza dell’equità di genere e dell’equità generazionale. Una donna di 30 anni sa bene che non potrà beneficiare di un pensionamento anticipato: ha, quindi, tutto l’interesse perché la parificazione dell’età pensionabile avvenga il prima possibile, pena un prezzo da pagare non solamente in termini di tasse, ma anche – in un paese oppresso dal peso previdenziale – di minori opportunità.

C’è probabilmente bisogno di concepire un nuovo modello di Stato sociale, il cui scopo non sia più rendere più semplice e più confortevole il permanere o il portarsi fuori dal mondo produttivo, ma piuttosto accrescere il numero di persone attive. L’obiettivo dovrebbe essere un vero concetto di “welfare to work” in sostituzione di approcci puramente assistenziali e redistributivi.
Dobbiamo prendere atto, ad esempio, che il tasso di occupazione femminile in Italia è attualmente il più basso d’Europa, dopo Malta. E lo è ancor più, come prevedibile, tra le donne sposate e con figli.

E’ interessante, tuttavia, comparare il dato dell’occupazione femminile con le statistiche sulla natalità e si coglierà immediatamente come l’Italia sia in coda anche in questa classifica.
Di conseguenza le donne italiane non lavorano meno perché fanno più figli che altrove, ma sono meno presenti nel mondo del lavoro pur a fronte di una natalità minore che all’estero.
Questo è un segno chiaro che serve un approccio diverso alla questione femminile, un approccio che non può più basarsi su quell’insieme di piccoli “sconti” e di piccole rendite che rappresentano gli esiti convergenti del sindacalismo “rosa” e del paternalismo maschile.

La via maestra è, invece, quella di innalzare la competitività delle donne nel mondo del lavoro e ciò può avvenire solo accrescendo la propensione delle donne a spendere tempo ed energie fuori dalle mura di casa, nell’attività professionale.
In questo senso è possibile pensare a strumenti di welfare mirato che possano favorire questo obiettivo.
Innanzitutto rifocalizzare lo Stato sociale a favore delle famiglie, attraverso una più efficace offerta di servizi – dagli asili nido all’assistenza agli anziani – in grado di ridurre quel carico di lavoro che nella maggior parte dei casi tuttora ricade sulla donna.

In secondo luogo usare la leva fiscale per promuovere l’occupazione di entrambi i coniugi, come proposto ad esempio dall’economista Gilles Saint Paul, che suggerisce di ridurre l’aliquota sul secondo percettore di reddito all’interno della famiglia. In una coppia “tradizionale”, dove il primo percettore di reddito è il marito, questo aumenterebbe l’orientamento ad un (maggiore) impegno lavorativo anche da parte della moglie, e potrebbe portare anche a rinegoziare la distribuzione dei compiti domestici.

Infine andrebbe valorizzato positivamente l’impegno familiare dei padri, anche attraverso una piena attuazione della legge sull’affidamento condiviso dei figli in caso di separazione. Troppi papà separati, che desidererebbero prendersi cura dei propri bambini, continuano a vedersi negata questa opportunità.

Una strategia per l’occupazione femminile basata su queste linee guida avrebbe due punti di forza principali:
– sarebbe “gender-neutral” e non basata sulla cristallizzazione di disugualianze legali tra uomini e donne. Quindi da un lato non comporterebbe discriminazioni e ingiustizie nei confronti dei maschi, dall’altro si adeguerebbe in modo flessibile alla continua evoluzione delle dinamiche e degli equilibri tra i due sessi.
– punterebbe ad innalzare la competitività e  l’intraprendenza delle donne e non invece ad assegnare loro “posti” a prescindere. Consentirebbe, in pratica, a datori di lavoro e manager di scegliere tra un ventaglio più ampio di candidati preparati, al contrario di strumenti quali le quote rosa che li obbligherebbero a scegliere i collaboratori secondo un “manuale Cencelli” di genere, anziché sulla base della loro valutazione del “best for the job”.

In definitiva, le prospettive delle donne non sono legate all’arroccamento difensivo su trattamenti preferenziali, bensì ad una loro crescente capacità di affermarsi in un mondo complesso e concorrenziale, nonché alle opportunità che solo un’economia libera ed aperta è in grado di offrire.
E’ una sfida difficile, ma ineludibile.


Autore: Marco Faraci

Nato a Pisa, 34 anni, ingegnere elettronico, executive master in business administration. Professionista nel campo delle telecomunicazioni. Saggista ed opinionista liberista, ha collaborato con giornali e riviste e curato libri sul pensiero politico liberale.

9 Responses to “Età pensionabile, occupazione femminile ed equità di genere”

  1. iulbrinner scrive:

    “Una strategia per l’occupazione femminile basata su queste linee guida avrebbe due punti di forza principali:
    – sarebbe “gender-neutral” e non basata sulla cristallizzazione di disugualianze legali tra uomini e donne. Quindi da un lato non comporterebbe discriminazioni e ingiustizie nei confronti dei maschi, dall’altro si adeguerebbe in modo flessibile alla continua evoluzione delle dinamiche e degli equilibri tra i due sessi”

    Alcune perplessità.
    La prima, nello specifico, è il ricorso alla leva fiscale; questa si traduce – nei termini fatti propri, ad esempio, dal disegno di legge dei Senn. Morandi, Ichino ed altri del PD (atto senato n. 2102 del 13 aprile scorso) – in una “discriminazione (positiva)” riassumibile in questi termini: “ridurre le tasse sul reddito da lavoro per le donne e aumentarle per gli uomini”.
    Perché, in ultima analisi, di questo si tratterebbe e a me non sembra una misura “gender neutral”; sarebbe una discriminazione ingiusta a danno maschile.

    La seconda, sul piano più generale, riguarda l’omologazione forzata maschio-femmina in nome dei valori del mercato e del consumo.
    E’ mia opinione che le omologazioni forzate contraddicono le naturali differenze che non consentiranno mai ad un uomo di portare avanti una gravidanza al posto di una donna, di allattare, di vivere l’affettività e di rivolgersi al mondo infantile (e familiare) con le attenzioni e le cure di cui le donne sono “naturalmente” – per costituzione biopsicologica – dotate ed a cui sono istintivamente propense.
    Uomini e donne, insomma, non sono uguali ma diversi e negare queste diversità a me sembra una forzatura di natura politico-ideologica, funzionale ad un certo disegno sociale, ma disfunzionale ai fini esistenziali profondi dell’individuo.

  2. Marco Faraci scrive:

    @iulbrinner
    Non ritengo le proposte che ho formulato come le migliori possibili in un quadro ideale, ma il mio obiettivo è quello di prefigurare una strategia di uscita praticabile dall’attuale legislazione “gender-sensitive”, affermando il principio dell’uguaglianza formale di uomini e donne davanti alla legge.
    Dal mio punto di vista infatti il pericolo primario nell’attuale scenario viene da politiche dai trattamenti differenziati da parte dello Stato, come le quote, l’età pensionabile ed appunto la proposta Ichino-Morandi.
    In questo senso la proposta di Gilles Saint Paul, vedi anche il link(http://www.voxeu.org/index.php?q=node/922), nasce proprio in diretta opposizione al modello di tassazione differenziata sulla base del sesso proposto da Ichino ed Alesina.

  3. iulbrinner scrive:

    @Marco Faraci

    Altre personali perplessità.
    Il modello proposto da Gilles Saint Paul, a quanto ne so io, limiterebbe il beneficio fiscale alle remunerazioni accessorie da lavoro dipendente (straordinario, presenza, produttività, etc.) a vantaggio del secondo percettore di reddito familiare; generalmente, ma non sempre, le donne.
    Tralasciando il settore pubblico che è una questione a sé, è abbastanza noto che il settore privato – quello che assorbe la maggiore forza lavoro nel Paese – abbia in queste voci retributive un’incidenza relativamente modesta, per non dire irrilevante.
    Gilles Saint Paul avrà fatto, sicuramente, i suoi calcoli (me lo auguro) ma la proposta mi sembra, comunque, fragile e – obiettivamente – qualcosa di simile ad un “salvataggio in calcio d’angolo” per non accreditare la concezione di una sovietizzazione dei rapporti economici a fini egualitaristici salvaguardando, in qualche modo traverso e contraddittorio, i principi liberisti (e liberali).

    Quanto alla strategia di uscita dall’attuale legislazione “gender-sensitive”, a me sembra che non esista altra strada che quella di riconoscere le diversità sessuali, biologiche e psicologiche, sulla base delle quali cominciare ad immaginare ed elaborare (non dico statuire, dico immaginare ed elaborare) nuovi equilibri ideali da tradurre in prassi politica; ad ogni modo e comunque, finalmente fuori e lontani dai dogmatismi ideologici, coercitivi ed impositivi del femminismo di qualunque facciata (dell’uguaglianza o della differenza che sia).
    Insomma, tornare finalmente a parlare un linguaggio politicamente scorretto ma aderente alla realtà delle cose.
    Questa, quantomeno, la mia opinione personale.

  4. Non si tratta di ridurre i carichi “familiari” ( che impedirebbero a molte donne di entrare nel mondo del lavoro) mediante il pontenziamento di servizi diretti alla famiglia, nè di immaginarsi leve fiscali ( la famiglia è solo in subordine un’agente economico della società) ma bensì di rendere più agevoli quelli “da lavoro” con forme di supporto indiretto alla madre/moglie. Della serie…di una donna casalinga meglio una lavoratrice part time o con orari flessibili.
    O forse sull’altare della parificazione della produzione tra uomo e donna si vuole pure sacrificare la libertà della donna di scegliere se e come accudire i propri figli??
    PS: Mi sembra scontato che lo stesso ragionamento varrebbe anche per gli uomini.

  5. Marco Faraci scrive:

    @Francesco
    Non mi sfugge l’attaccabilità in senso strettamente liberale delle soluzioni proposte – sto cercando di ricercare soluzioni che, sia pur non ottimali, abbiamo effetti nel complesso preferibili tanto alla situazione attuale quanto ad altre ricette che si sentono in giro.
    In questo senso non riterrei più intrusive le proposte di cui parlo rispetto all’azione attuale dello Stato che è tutt’altro che neutrale, ma al contrario “aiuta” ad orientare le scelte private.
    Vi sono infatti tutta una serie di fattori “politici” che oggi agiscono nella direzione di disincentivare il lavoro e la produttività delle donne. Tra questi:
    – l’età pensionabile ridotta.
    – la disponibilità di “politiche di conciliazione” quali congedi parentali e part-time.
    – la prassi di affidamento figli in caso di separazione che, malgrado l’approvazione della legge sull’affidamento condiviso, continua a prevedere nella maggior parte dei casi l’affidamento esclusivo alla madre.
    – le norme sugli “alimenti” in caso di separazione, che eliminano la necessità per le donne di orientare le proprie scelte di vita alla necessità di mantenere in ogni momento una completa indipendenza economica.
    Va detto, infine, che in una società che quella attuale dove il lavoro è più flessibile che in passato la presenza di due redditi anziché uno in famiglia può rivelarsi strategica in un’ottica di differenziazione del rischio ed in un certo senso rappresenta un ammortizzatore sociale “privato” nel caso in cui uno dei due coniugi perda il lavoro.

  6. iulbrinner scrive:

    @Marco Faraci

    In realtà altre opzioni esistono e sono allo studio da tempo, in diverse versioni; si tratta del famoso “quoziente familiare”, ad esempio, di cui si tratta anche tecnicamente a questo link: http://www.avvenireonline.it/NR/exeres/3FF55707-7B72-4239-83B1-BA0DCD71C2C8.htm.

    Il problema di fondo, però, mi sembra che sia valoriale e cioè se si tratti di privilegiare la famiglia in quanto tale o l’uguaglianza dei due sessi nel mercato del lavoro.
    Una scelta preclude in una certa misura l’altra e, personalmente, dati i presupposti, opto senza dubbio per la prima.

  7. GAbri scrive:

    Ma chi sono questi maschi che parlano in nome e per conto delle donne?
    Non sono autorizzati a farlo.I negri hanno dovuto lottare da soli per veder riconosciuti i loro diritti,così dovranno fare le donne,naturalmente quelle vere che partoriscono figli,li accudiscono,li crescono,coloro che si occupano dei loro genitori anziani o dei loro pessimi e brutti mariti.Costoro devono riappropriarsi del loro destino,impegnandosi in politica non delegandola a veline nominate dai maschi che non le rappresenteranno mai,perchè appunto serve di questi padroni.Le donne non debbono essere rappresentate da ministri ladri,venduti,da economisti incompetenti ma dalle migliori donne che potranno esprimere al loro interno.Non voglio neppure parlare del fatto che i conti INPDAP in questo caso erano più che in attivo,che il quasi 70% dei pensionati/e percepisce pensioni ridicole indegne di un paese civile,che sopratutto questa manovra non servirà in nessun modo a favorire nè l’occupazione giovanile nè quella femminile come recitano i nostri politici,l’avida confindustria,gli stessi cari vecchi compagni.No non voglio neanche discutere e affrontare gli argomenti seri troppo seri legatiall’uscita dal mondo del lavoro,perchè la condizione preliminare per poter parlare di pensionamento è aver almeno lavorato,i nostri rappresentanti non sanno neppure di cosa parlano,la seconda indispensabile condizione è la credibilità.Quale credibilità può avere un politico o un ministro che osa parlare di età pensionabile per le donne senza far ridere?Lui che lavora due giorni alla settimana e non si è ancora abbassato lo stipendio mentre l’Italia piange.E’ uno spettacolo indecoroso quello di questi maschi italici che puniscono le donne italiane,sono come i ladri che rubano alle vecchie madri.Un vantaggio forse ci sarà,le donne divise e lacerate forse recuperenno solidarietà tra di loro,smetteranno di scimmiottare i maschi cretini,di esibirsi nude ridicole nei programmi televisivi,finalmente il mammismo italico sarà un fenomeno di costume del passato.Coraggio e adesso dopo questo ennessimo schiaffo alle fannullone che hanno tenuto in piedi la baracca prendiamoci la libertà di non lavorare più come asine dentro casa come abbiamo stupidamente fatto in tutti questi anni,vogliono la parità con l’Europa ,noi diciamo in tutto però,vogliamo essere come le tedesche,le inglesi,le scandinave,non fare nessun lavoro extra.

  8. Marco Faraci scrive:

    @Gabri
    In un contesto democratico i politici eletti rappresentano gli elettori e prendono decisioni per loro conto. L’attuale parlamento è lì perché ha raccolto il voto degli elettori, uomini e donne.
    Non ritengo che vi sia un “gap” di rappresentanza tra classe politica e donne. Se ci fosse le donne lo avrebbero già colmato.
    In Sudafica è bastata una sola elezione a suffragio universale per cambiare in un colpo solo il “colore” del parlamento.
    In Italia le donne hanno accesso al suffragio dal 1946 e se oltre 60 anni di elezioni non hanno portato a modificare radicalmente la composizione di genere del parlamento è perché il sesso del candidato non viene considerato un aspetto fondamentale nella rappresentanza politica.
    Se un elettorato in (lieve) maggioranza femminile elegge un parlamento in larga maggioranza maschile, è perché ritiene che questo nella sostanza non sia a proprio detrimento.
    I politici uomini hanno governato piuttosto bene per le donne intese come “classe”, al punto che ogni volta che nella legislazione è presente un trattamento differenziato questo è sempre a loro favore.
    Prova ne sia il fatto che anche in questo momento l’argomento oggetto del contendere è il fatto che alle donne sia concesso andare in pensione cinque anni prima degli uomini e non certo il contrario.

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