La crisi ha infierito sui giovani: sparito anche il lavoro precario

pubblicato su Il Secolo d’Italia di sabato 5 giugno 2010 – Ci promettevano il ‘posto fisso’, ne lodavano il valore sociale, e invece ora scopriamo che non ci sono nemmeno più i lavori ‘precari’. Gli ultimi dati Istat sulla disoccupazione giovanile (per gli under 25 superiore al 30 per cento, nella fascia tra i 20 e i 34 al 13 per cento) rendono evidente una delle realtà più crude della crisi economica: il sistema italiano degli ammortizzatori sociali non ha permesso il mantenimento dei livelli occupazionali, come spesso enfaticamente annunciato dal ministro Sacconi, ma ha protetto una porzione di lavoratori italiani a scapito di altri. I primi sono coloro che beneficiano della cassa integrazione ordinaria e straordinaria (uno strumento di conservazione fittizia dei posti di lavoro), in buona parte lavoratori più anziani, protetti da contratti di lavoro a tempo indeterminato e occupati in aziende medio-grandi ed in settore sindacalizzati. I secondi – coloro sui quali si è abbattuta la scure della disoccupazione – sono giovani ‘precari’: molti contratti in scadenza non sono stati rinnovati, le imprese assumono meno e non convertono i contratti temporanei in rapporti stabili.

Conti alla mano, la crisi ha ‘bruciato’ buona parte di quella quota di occupazione giovanile che il pacchetto Treu e la legge Biagi avevano fatto guadagnare al paese, riportandoci quasi ai livelli del 1997. Non è un caso, quanto l’effetto di un mercato del lavoro profondamente duale (da un lato gli iper-garantiti, dall’altro gli esclusi dal perimetro delle tutele), che costringe le imprese a scaricare le loro imprescindibili esigenze di flessibilità sulla ‘riserva indiana’ dei giovani.
Per questi, al danno si aggiunge la beffa: con una spesa sociale assorbita per il 60 per cento dalle pensioni, il bilancio pubblico italiano destina poche briciole ai sussidi di disoccupazione e alla riqualificazione professionale, lasciando coloro che incappano nella disoccupazione in balìa delle onde. Altrove una disoccupazione giovanile di tale portata (tanto più in assenza di una rete di integrazione del reddito e di valorizzazione del capitale umano) sarebbe probabilmente foriera di drammatiche tensioni sociali e politiche e di più una consapevole presa d’atto dell’esistenza della ‘frattura’.

C’è una sola ragione per cui in Italia ciò non avviene: le strutture di un welfare iniquo e polarizzato, insieme alle misure anti-crisi e all’elevato livello di patrimonializzazione delle famiglie italiane, hanno imposto a queste ultime il ruolo di ammortizzatori-supplenti. Perché il paradosso, o forse la fortuna, è che spesso il garantito ed il privo di tutela sono padre e figlio, madre e figlia.
Se si guarda al quotidiano di milioni di ventenni e trentenni d’Italia, si osserva come il maggior benessere rispetto a quello dei coetanei del passato derivi quasi sempre dalle migliori condizioni economiche dei genitori. Quindici anni di crescita zoppicante, dinamiche salariali troppo legate all’anzianità di servizio e poco al merito e alla produttività, la totale assenza di rappresentanza sindacale ed un sistema di formazione poco qualificante hanno portato a questo: hai l’automobile e fai vacanze glamour, ma con i soldi di mamma e papà; ti compri casa, ma l’anticipo e parte del mutuo lo pagano i tuoi; e così l’affitto se vivi e lavori in un’altra città. E’ la scarsità di opportunità individuali e di mobilità sociale, d’altronde, ad aver lasciato ad imprese e dirigenti scorretti i margini entro i quali offrire – prendere o lasciare – l’ormai famigerato stage gratuito in azienda (e nell’ente pubblico!), di fatto chiedendo alle famiglie di sussidiare il datore di lavoro.

La soluzione non è ad un tiro di schioppo o di decreto-legge. Solo una ripresa robusta della crescita economica permetterà di riaprire le porte del lavoro a centinaia di migliaia di disoccupati. Ma una recessione può essere l’occasione per una operazione di verità politica. Un decennio abbondante, passato ad indicare la flessibilità come una truffa, ha fatto emergere tra i giovani una domanda di ‘stabilizzazione’ impossibile da soddisfare. Il problema era ed è quella barriera eretta tra i due mercati del lavoro e la soluzione era ed è ridurre le garanzie per chi ne ha troppe per aprire tutele ed opportunità a chi non ne ha. Tutto ciò significa rompere quella pax sociale di cui il Governo pare così geloso per riaprire i dossier scottanti delle pensioni, dell’ammodernamento del welfare, dell’Articolo 18 e della contrattazione? Sì.


Autore: Piercamillo Falasca

Vicepresidente di Libertiamo. Nato a Sarno nel 1980, si è laureato in Economia alla Bocconi e ha frequentato il Master in Parlamento e Politiche Pubbliche della Luiss. E' fellow dell’Istituto Bruno Leoni. Ha scritto, con Carlo Lottieri, "Come il federalismo può salvare il Mezzogiorno" (2008, Rubbettino) ed ha curato "Dopo! - Ricette per il dopo crisi" (2009, IBL Libri). Ha scritto anche, nel 2011, "Terroni 2.0", edito sempre da Rubbettino.

3 Responses to “La crisi ha infierito sui giovani: sparito anche il lavoro precario”

  1. basta che non si scateni una guerra tra “poveri”

  2. Giorgio Gragnaniello scrive:

    Un settore quantitativamente minore ma qualitativamente importante del problema occupazionale giovanile è la crisi della ricerca scientifica.Nel 2008-per accordo bipartisan urgente fra il Premier uscente e il subentrante-il Fondo per la ricerca fu dirottato sull’Alitalia.Nell’indifferenza generale fu spostata l’agonia di questa su quella,accellerando la fuoriuscita dei “cervelli”,la cui formazione pur tanto era costata al Paese,vieppiù con un’operazione anti-mercato che grida vendetta sulla tomba di Einaudi.Non ricordo Liberale-né di destra né di sinistra-di questa nostra Società pre-Orwelliana, che abbia protestato specificamente contro il fatto.La giustificazione del nuovo Premier avrebbe però inorgoglito Cavour e Vittorio Emanuele:la necessità patriottica di sottrarre Alitalia all’imminente acquisto francese.Vi sembra poco?Pensate alla soddisfazione dei tanti giovani ricercatori italiani emigrati-quando tornano a casa per le vacanze-di volare italiano.

  3. Loredana scrive:

    Disoccupazione e precarietà,
    stanno mettendo a dura prova il nostro paese e la nostra pazienza.
    I dati sono allarmanti e allarmati siamo tutti noi.
    Sembra che si parli solo di crisi e disoccupazione, ma mi sembra anche che nessuno in sostanza faccia nulla per marginare il problema.
    Ne hanno parlato registi come Virzì nel suo film “Tutta la vita davanti”, o film come “Generazione mille euro”, “Non è un paese per giovani”…Libri come quello di Mauro Garofalo “iolavorointivu” e molti altri..
    Ma quello che mi chiedo io è se rimangono parole e riflessioni al vento…
    Ho ventisei anni e per fortuna o sfortuna non faccio parte di quella fetta di ventenni e trentenni del quale benessere (e tengo a precisare un sfarzoso benessere) deriva dalle condizioni economiche dei genitori, ma di certo se non avessi alle spalle un po’ di quella stabilità economica che la mia famiglia riesce con tanti sacrifici a darmi sarei disperata sul serio.
    Ho sempre lavorato nei settori più svariati e finita l’università ho iniziato a fare stage molti dei quali non retribuiti,e già da questo presupposto dovremmo domandarci come questo possa essere possibile, come possa esistere una legale attuazione di questi sistemi di sfruttamento che generano solo altri precari e altri disoccupati.
    E’ proprio questa scarsità di opportunità individuali e di mobilità sociale che sta alla baste di questo problema e non credo che nemmeno una ripresa economica potrà portare a tanti cambiamenti su questo versante, siamo un paese di furbi dove se si può perché pagare?!?!

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