L’energia in manovra. Aspettando il federalismo, lo Stato presenta il conto

– Doveva essere una manovra senza tasse, fatta di soli virtuosi tagli alla spesa pubblica. Ma non è così per il settore dell’energia.

Accanto al lieve taglio degli incentivi alle fonti rinnovabili che non avranno più assicurato l’acquisto dei certificati verdi invenduti da parte del Gestore dei Servizi Elettrici, è stato, infatti, introdotto con il decreto legge 78/10 un canone aggiuntivo annuale sulle concessioni delle grandi derivazioni d’acqua per uso idroelettrico.

I canoni idroelettrici sono stati sino ad ora corrisposti alle regioni e alle province che rilasciano le concessioni. La nuova imposta sarà, invece, dovuta allo Stato e il suo importo sarà determinato con decreto del Presidente del Consiglio. Per non incorrere nell’illegittimità costituzionale della norma (le imposte devono, infatti, essere previste dalla legge, almeno nel loro quantum e ambito applicativo), è stata fissata una misura massima, pari al 100 per cento del canone già esatto. Praticamente un raddoppio dell’imposta. Quel che è peggio, l’effetto deflattivo che la tassa avrà sugli investimenti interviene proprio in un momento in cui il rinnovo di numerose concessioni fornirebbe l’occasione per nuovi interventi di modernizzazione degli impianti esistenti.

Il cammino verso il federalismo fiscale del Governo segue quindi un corso anomalo. Mentre alle regioni del Sud è riconosciuta la facoltà di diminuire l’IRAP, lo Stato usa la base imponibile di un’imposta regionale per far cassa.

Un’altra volta a pagare il conto è il settore elettrico. In primis, il Nord, dove si concentrano i tre quarti della potenza istallata.

Già nel 2008 la manovra aveva allungato la mano sul reddito delle società energetiche, finite nel mirino della Robin Tax. Nonostante l’addizionale del 5,5 per cento dell’IRES dovesse essere una misura contingente, rimane in vigore oggi che è venuta meno la ragione perequativa che ha condotto il legislatore ad imporla, ossia la positiva congiuntura economica del settore. Anzi, è stata aumentata di un punto percentuale lo scorso anno, con la legge 99/09.

Due anni fa era il settore dei combustibili fossili a pagare dazio, quest’anno tocca all’idroelettrico. Non un’ottima premessa al decentramento fiscale. Quali margini di manovra possono avere le regioni, se lo Stato continua ad inasprire il proprio livello di pressione tributaria?

Eppure proprio il federalismo fiscale può giocare un ruolo di primo piano nello sviluppo di un settore come quello energetico, che ha un evidente impatto sul territorio.

L’effetto nimby, l’avversione delle comunità locali nei confronti della realizzazione di infrastrutture nella propria area, muove dalla società civile ma trova immediata presa sulla classe di governo locale.

Se la tassazione è diretta verso il centro, il territorio avverte i costi ma non la parte preponderante dei benefici. Si aggiunga poi che il Prezzo Unico Nazionale toglie agli utenti anche la possibilità di approvvigionarsi a prezzi più contenuti con l’energia prodotta in loco.

Spostando il baricentro del fisco verso il territorio, ci sono buoni motivi per pensare che la politica locale possa cambiare atteggiamento nei confronti del settore e cerca semmai di attrarre investimenti nelle infrastrutture.

Segnali opposti quelli che vengono dal Governo, che decide di effettuare un prelievo sulle concessioni rilasciate da regioni e province e disincentiva gli investimenti in un settore già gravato da un livello elevato di pressione fiscale.


Autore: Diego Menegon

Nato a Volpago, in provincia di Treviso, nel 1983. Laureato del Collegio Lamaro Pozzani della Federazione Nazionale dei Cavalieri del Lavoro. Ha svolto ricerche e scritto per Iter Legis, Agienergia e la collana Dario Mazzi (Il Mulino). Si occupa di affari istituzionali e di politiche del diritto nei temi di economia, welfare, energia e ambiente. Socio fondatore di Libertiamo, è Direttore dell'ufficio legislativo di ConfContribuenti e Fellow dell'Istituto Bruno Leoni. Attualmente candidato alle elezioni politiche 2013 con Fare per Fermare il Declino.

One Response to “L’energia in manovra. Aspettando il federalismo, lo Stato presenta il conto”

  1. Nicola Perrini scrive:

    Ancora il Nord che si lamenta! Con uno stato che investe il 50% in più per ogni cittadino del Nord rispetto a quello del Sud, con un’economia fortemente squilibrata fatta di imprese e di importatori concentrati in una sola macroregione e conseguente flusso continuo di denaro che lascia il Sud, con migliaia di giovani cresciuti al Sud e regalati al Nord, con l’anomalia di un partito regionale che governa l’intero paese, con i provvedimenti del Cipe che destinano il 99% al Nord e l’1% al Sud( si veda il provvedimento del 17 maggio scorso) , con la rapina dei fondi Fas, dirottati verso l’Expo di Milano 2015 ed altre opere al Nord, parlare in questi termini è grottesco! Riflettete, documentatevi, leggete la storia, quella vera, e poi parlate!

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