– Martedì scorso gli italiani che hanno visto Ballarò si saranno sicuramente accorti che l’opposizione (politica, televisiva e giornalistica) non è in grado di rivolgere alla manovra un minimo di critiche fondate e sostenibili, soprattutto se a difenderla c’è Giulio Tremonti.

Erano presenti Enrico Morando per il PD, Massimo Giannini de La Repubblica, Raffaele Bonanni segretario generale della Cisl ed Enrico Mentana, oggettivamente “messo lì nella vigna a far da palo”. Tutti si sono dichiarati d’accordo sulla necessità dell’intervento e sulla sua misura. Tremonti ha potuto dimostrare che essa era prevista da tempo, secondo l’indicazione europea; e che il Governo si è limitato solo ad anticiparla a seguito dell’incalzare della crisi nei suoi aspetti nuovi ed imprevisti.

Tutti hanno convenuto che il problema di fondo è quello di ridurre la spesa pubblica e il perimetro della pubblica amministrazione. Quanto al pubblico impiego persino il sindacalista Bonanni ha ammesso, rassegnato, che in tutti i Paesi sono state adottate misure restrittive (in realtà ben più severe delle nostre) e che a lui rincresce in particolare il blocco degli scatti del personale della scuola, perché questa è la sola dinamica retributiva di cui la categoria dispone (anche in conseguenza di politiche retributive sbagliate portate avanti dai sindacati).

Il leitmotiv delle critiche continua ad essere quello della mancanza di equità. Martedì scorso, almeno, di questa osservazione sarchiaponesca  è stato fatto un esempio. Dobbiamo ringraziare Massimo Giannini, il quale ha ammesso di guadagnare bene, ma di vergognarsi un po’, perché a lui non si chiedono sacrifici di sorta. E giù applausi dagli ospiti della “fumeria d’oppio” di Giovanni Floris. Giannini è poi riuscito a movimentare la serata.

Costretto a riconoscere che l’impianto della manovra per la lotta all’evasione fiscale è ben congeniato, il vice direttore de La Repubblica non ha trovato di meglio che ripescare, a memoria, una vecchia dichiarazione (espressa con la solita franchezza, senza darsi cura di ciò che è “politicamente corretto”) di Silvio Berlusconi che, a suo tempo, venne considerata come una giustificazione degli evasori.

La mossa del giornalista ha suscitato la protesta del premier che ha telefonato e replicato in diretta. Forse sarebbe bastato ricordare che i Governi non si giudicano dalle dichiarazioni ma dagli atti che compiono. E l’attuale esecutivo ha ben poco da farsi perdonare in campo fiscale (non si parla più neanche dello scudo fiscale).

A chi scrive è tornata alla memoria – assistendo alla trasmissione – una considerazione svolta da Dario Franceschini – già segretario del PD ed ora capogruppo alla Camera nonché leader della minoranza interna – al recente convegno di Todi. Leggiamo dal Corriere della Sera del 10 maggio: “Dobbiamo chiedere scusa ai commercianti, agli artigiani – ha sostenuto Franceschini – che abbiamo chiamato evasori: non li abbiamo capiti. Abbiamo chiesto di pagare le tasse fino all’ultima lira, sapendo che andavano a finanziare la burocrazia”.

Pare proprio che queste affermazioni siano lontane da quelle pronunciate, a suo tempo, da Tommaso Padoa Schioppa (“le tasse sono una buona cosa”) e dalla retorica anti-evasione tanto in uso a sinistra.