Comprare oggi e non pagare mai? Con CGIL si può!

– Ci sono cose che non si possono comprare, ce ne sono altre che si possono comprare oggi e pagare domani ed altre ancora che si possono avere e non pagare mai perché a pagarle, a sua insaputa, sarà qualcun altro.
Per accedere al meraviglioso supermercato della spesa a costo zero, non serve andare in banca, né farsi una carta platinum. Serve solo essere un po’ in su con l’età ed avere in tasca una tessera Cgil.

La genialità del business, di cui Cgil è leader incontrastato, consiste nel differire di là nel tempo l’invio della fattura per la spesa effettuata. Parecchio aldilà. Diciamo il tempo di un paio di generazioni, così che quelli a cui capita di ritrovarsi il conto sul groppone non saranno più in grado di risalire a chi si è fatto (e goduto) il cadeau. Nel frattempo infatti il beneficiario dell’acquisto, fisicamente, non ci sarà più, e qualora ci fosse ancora il suo conto sarebbe intanto andato smarrito in una pista burocratico-normativa talmente contorta da rendere impossibile rintracciarne il percorso.

Il business di Cgil non è, come appare, contrario al mercato. Trattasi semmai di un’intrapresa trasparente come l’acqua sorgiva ed audace come un’esplorazione filosofica del Ministro Tremonti. È trasparente ad esempio la clausola secondo cui il massimo beneficio spetta al cliente agé, prossimo all’uscita (o già sortito) dalla dimensione contributiva. Il profilo-tipo del possessore di tessera Cgil infatti abita in un limbo anagrafico-contrattuale che lo preserva al 100% dal rischio di subire egli stesso gli effetti finanziari della propria auto-generosità.

L’obiezione più ricorrente, tra i detrattori del sistema di credito cui qui ci dedichiamo, è che la sostenibilità non c’è. C’è invece! Basta orientare la focalità analitica ad una visione immanente. La tessera Cgil, infatti, la copertura dei costi la garantisce comunque, qualunque sia lo scarto rispetto alle disponibilità del tesserato, perché la variabile sulla quale agisce il suo prodotto finanziario è il tempo. Quando cioè non basteranno due generazioni a pagare le spese degli avi, le si spalmerà sulle terze e quarte, ovviamente con la dovuta maggiorazione. Come per un mutuo. Con la sola differenza che con Cgil il mutuo lo accendi tu ma a pagartelo sarà Giacomino, il nipote di tuo figlio che, venuto al mondo qualche lustro dopo la tua dipartita, tu non vedrai mai patire le pene dell’infernale debito che tu stesso gli hai imposto. Audace, come sistema, no?

Il mercato è una bestia razionale. E razionale è il prodotto venduto da Cgil. È vero, magari le clausole di sottoscrizione potrebbero essere più chiare. Sarebbe meglio, ad esempio, se alla voce “saldo” si scrivesse nome e cognome del futuro pagatore, cioè il nome e cognome di figli e nipoti, e se accanto al nome ci si mettesse pure la cifra tonda, comprensiva di interessi, che con il tuo impegno di spesa li stai vincolando a pagare. Chissà, magari in quel caso, prima di cedere alle mirabolanti lusinghe dell’agenzia cigiellina di credito, un pensierino ce lo potresti pure fare, considerando quanto tuo figlio – giovane avvocato di uno studio professionale coi fiocchi – riesce a mettere su al mese.

Ma forse no, perché in fondo nulla ti scoraggia dal credere che anche i tuoi figli, a loro volta, avranno figli e nipoti che si incaricheranno di onorare la serie storica dei genealogici debiti. Nulla e nessuno ti scoraggia dal credere che con la tua tessera Cgil in tasca, e le tue lotte di piazza per renderla profittevole, tu in realtà non stia facendo un gran bene anche ai tuoi figli, ed ai loro figli e a quel Giacomino che neppure vedrai mai.
Dunque, qual è il problema?

Beh, giusto a cercare il pelo nell’uovo, si potrebbe magari constatare che la capacità contributiva tende a snellirsi – per forza di cose – da una generazione a contribuzione fissa e garantita alla successiva, a contribuzione saltuaria e rischiosa, e che dunque il fondo da cui pescare per il ripianamento inter-generazionale dei saldi ha la tendenza, come dire, ad esaurirsi. E ci si potrebbe magari arrischiare a profetizzare – ma giusto per gufare un po’ contro il destino – che un giorno, magari neppure troppo remoto, il carico di debito riversato sulla progenie sarà talmente gravoso da impedirle persino di sollevare la testa, per non dire poi ‘spiccare il volo’.

Se queste sono le circostanze, magari il sospetto che in futuro possa sorgere come un sottotraccia di malumore, un rischio di ‘conflitto socio-generazionale’, beh, potrebbe pure sfiorarci.
Ma qui parliamo proprio di remotissime eventualità! In fondo, il debito di cui omaggiamo già oggi ogni nuovo nato italico – e di cui noi stessi a nostra volta abbiamo avuto l’onore di farci ricettori – è di qualche decina di migliaia di euro a cranio appena. Un fee ragionevolissimo, dunque, per godere del privilegio di venire al mondo in un mondo che un giorno può far di te il possessore di un’autentica Cgil card.

Attenzione però, perché questo è un business hic et nunc, con un portafoglio clienti praticamente in via di estinzione. E questo motiva la strategia di Cgil: massimizzare ora. Cioè dire ‘no’ indistintamente a qualunque tentativo di rimodulare la spesa – a partire dal welfare – perché, se la spesa riduce i margini speculativi, il capitale gestito finisce che rende meno. E, se da platinum la tessera diventa gold, il rischio è che la gente possa trovare l’investimento sindacale non più così conveniente.

La Cgil questo lo sa, e sa anche che per rassicurare il cliente deve convincerlo su un dato: non è affatto necessario seguire le indicazioni fornite dal mondo reale. E anzi, dal mondo reale si deve completamente prescindere, perché la verità è che il quadretto è quello che pende sui muri di tutte le camere del lavoro d’Italia, con i figli che pagano la pensione a papà, i privati che la pagano agli statali, lo stato che fa il mercato, producendo servizi ed acquistandoseli lui stesso a prezzi che nessun privato sborserebbe mai, ed il sindacato-mediatore che per ciascuna di queste transazioni sociali incassa la sua fetta di stock.
Che il tesserato, insomma, si senta sicuro, perché se lo stato è stato fin qui capace di fare tutto questo non c’è alcuna ragione per ritenere che non continuerà a farlo anche in futuro.

Viene predisposta all’uopo una strategia di fidelizzazione del tesserato Cgil volta a rinnovarne la certezza che il suo status è praticamente un diritto naturale, impermeabile alla mortificazione relativista dei conti, dei dati, del pragmatico buon senso.
Un tempo si partiva in treno da Torino, da Palermo. Ci si ritrovava a Roma a celebrare insieme la messa cantata sull’altare del lavoro. La lotta e lo sciopero, le bandiere rosse e le liturgiche litanie alla giustizia sociale, all’uguaglianza, ai diritti. Oggi si fa uguale. Reiterare quei concetti e non contestualizzarli mai: questo è l’ubi consistam della membership cigiellina. Farne dei tòpoi, da fissare come un cristo-in-croce sul maxischermo della prossima adunata anti-sistema. Perché il tòpos rassicura, motiva e fa proseliti. Mentre il fatto no. È l’abc del marketing, giusto?

Il 12 giugno il tesserato Cgil scenderà in piazza a manifestare contro quel decreto iniquo che viola il sacramento dell’immutabilità del reale, sfidando il dogma della rendita garantita,  sfidando i sottoscrittori del pacchetto ‘spend and enjoy’.
Ebbene, che a nessun liberale venga in mente di criticare l’opportunità dell’iniziativa. Nel prendere la tessera, anni orsono, il compagno sottoscrittore ha ricevuto in cambio un impegno preciso: che per la propria spesa non avrebbe dovuto pagare mai. Quindi non è che ora, dopo trenta-e-passa-anni che si gode in pensione completa una suite 5 stelle superior, si possa immaginare di dirgli che c’è stato un errore perché con la sua prenotazione lui in realtà aveva pagato solo il costo di una doppia vista cavedio alla Pensione Maria. Tutt’al più gli si potrà cominciare a dire di stringersi un po’, perché alla sua porta c’è già il figlio, con compagna e prole, che chiede ospitalità.


Autore: Simona Bonfante

Siciliana, giornalista free-lance e blogger, si è fatta le ossa di analista politico nei circoli neolaburisti durante gli anni di Tony Blair. Dopo un periodo in Francia alla scoperta della rupture sarkozienne, rientra in Italia, prima a Milano poi a Roma dove, oltre a scrivere per varie testate online, si occupa di comunicazione politica e lobbying 2.0.

3 Responses to “Comprare oggi e non pagare mai? Con CGIL si può!”

  1. gibi scrive:

    articolo incomprensibile…..per dire cosa? mah….

  2. Alessio scrive:

    Altro che articolo incomprensibile. Direi invece chiaro e in gran parte condivisibile.

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  1. […] 3 giugno 2010 di Simona Bonfante per Libertiamo.it […]