Neppure la Repubblica ha fatto gli italiani. Ma non è mai troppo tardi

Accade che le ricorrenze troppo a lungo e stancamente celebrate sviliscano il senso della festa e il sentimento del festeggiamento e finiscano per dividere, più che unire e chiamare a raccolta il Paese attorno a valori condivisi. Il 25 aprile e il 1 maggio, per decenni, hanno glorificato prima che la Liberazione e il Lavoro, il ruolo storico di una sinistra afflitta da un destino di opposizione e da un senso di superiorità narcisistico. Le prove di forza, nelle piazze colorate di rosso, surrogavano l’egemonia culturale. Il “popolo comunista” si scopriva così, ad un tempo, interprete dei valori costituzionali e del contratto civile, con cui l’Italia era uscita dalla guerra, e confinato ai margini del sistema politico del dopoguerra e irrimediabilmente esclusa dal gioco del governo.

La regola dell’alternanza e di una democrazia finalmente sbloccata ha normalizzato anche queste ricorrenze, al punto che, nel 2009, a Onna, Berlusconi ha potuto chiudere da destra la lunga parentesi dei 25 aprile di sinistra, trasformando la data simbolo della Liberazione in un appuntamento condiviso, segno di un riconquistato calendario comune.

Del 2 giugno, al contrario, la maggioranza degli italiani non saprebbe neppure dire cosa celebri e festeggi.  D’altra parte, solo da dieci anni, la ricorrenza è tornata ad essere una festività nazionale.  E non è detto che questo recupero tardivo, che ha prevenuto l’usura politica del festeggiamento, non si riveli alla lunga propizia. Il 2-3 giugno di sessantaquattro anni fa, l’Italia non si limitò a voltare le spalle alla monarchia e a decidere una diversa ragione sociale e istituzionale per un Paese piegato dalla vergogna della sconfitta, del fascismo, del “tutti a casa”: di una ossessione di potenza risolta in una dimostrazione di impotenza e bassezza, di compromissione e di viltà.  Il 2-3 giugno del 1946 gli italiani decisero che la forma repubblicana, vagheggiata dagli spiriti risorgimentali più visionari, serviva non solo a riscattare un Paese ferito e colpevole, ma anche a realizzare compiutamente il disegno unitario, per come era sopravvissuto alle ubriacature imperiali e razziali in cui il fascismo, con la complicità di Casa Savoia, l’aveva trascinato.

Chi pensa che il 2 giugno sia una festa troppo “ufficiale” per essere vera ha le sue ragioni. Se la Repubblica doveva servire a “fare gli italiani” meglio della monarchia e a realizzare sul piano morale quell’unità decretata ottantacinque anni prima, l’obiettivo non può dirsi raggiunto. Rientra nella logica delle cose che oggi i leghisti, come Salvini, chiedano di risparmiare su questi festeggiamenti e gli intellettuali orgogliosamente ostili all’usurpazione democratica della Nazione, come Buttafuoco, si divertano a contrapporre la festività guerriera del 4 novembre a quella troppo fighetta del 2 giugno. Se a fallire è stata l’Italia, nel senso che si è detto, non è strano che a fare tendenza sia paradossalmente un’italianità anti-risorgimentale, anti-unitaria e anti-repubblicana. E non è, malgrado le apparenze, stravagante che l’Italia più anti-italiana sia anche quella più “nazionalistica” e diffidente delle aperture geografiche e politiche, dell’Europa e dell’America, degli impegni internazionali e delle responsabilità globali.

Tutto questo – senza sopravvalutare gli arci-italiani che giocano a fare gli anti-italiani – dice quanto sia complicato il gioco della storia e quello della politica. Ma anche quanto, senza rispondere coi tromboni alle pernacchie (non serve Mazzini, per replicare a Salvini), per celebrare dignitosamente le ricorrenze occorra avere, più che memoria del passato, intelligenza del presente e passione del futuro.


Autore: Carmelo Palma

Torinese, 44 anni, laureato in filosofia. E' stato dirigente radicale, consigliere comunale di Torino e regionale del Piemonte. Direttore dell’Associazione Libertiamo e della testata libertiamo.it. Gli piace fare politica, non sempre gli riesce.

One Response to “Neppure la Repubblica ha fatto gli italiani. Ma non è mai troppo tardi”

  1. Luca Cesana scrive:

    Bravo Carmelo, al solito..

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