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Misure cautelari, istruzioni per l’uso (con ‘cautela’)

– La vicenda Scaglia, consegnatosi spontaneamente alle autorità, ristretto in carcere preventivamente per 89 giorni e rimesso in libertà immediatamente dopo una lettera incredula, scritta da una moglie, dichiaratasi incapace di comprendere le ragioni della custodia del marito, al Presidente della Repubblica e divulgata su tutti i media, obbliga a rinnovare qualche riflessione  non solo e non tanto sull’istituto delle misure cautelari, ma anche e soprattutto sull’uso distorto che, in alcuni casi, si è fatto e si fa delle stesse e su eventuali correttivi spendibili per porre argine alla disinvoltura con la quale vengono ordinate limitazioni di libertà personale, prima, e spesso indipendentemente dalle condanne definitive.

La libertà personale è inviolabile: lo scandisce a caratteri cubitali l’art. 13 della Costituzione, il quale, tuttavia, ammette anche forme di restrizione o limitazione della stessa sebbene solo “per atto motivato dell’autorità giudiziaria e nei soli casi e modi previsti dalla legge”,  riconoscendo altresì anche la legittimità a provvedimenti restrittivi adottati dall’autorità di pubblica sicurezza, solo se ed in quanto convalidati dall’autorità giudiziaria in un lasso di tempo complessivo di novantasei ore dall’adozione del provvedimento medesimo.

Onerato dal rinvio costituzionale, il legislatore ha  individuato “i casi ed i modi” di privazione della libertà personale, in via cautelare, prevedendo un meccanismo garantito a monte dalla positiva verifica della sussistenza di presupposti tassativamente indicati agli art. 273 del codice di procedura penale (gravi indizi di colpevolezza, giudizio prognostico sulla sussistenza di cause di estinzione del reato o della pena ai fini della verifica della utilità della misura, inutile se non si potrà mai irrogare alcuna sanzione per il reato, sul riconoscimento di cause di giustificazione o di non punibilità, nonché prognosi sulla sanzione irrogabile, che per legittimare la misura cautelare deve essere superiore ai due anni, essendo questo il limite di concedibilità della sospensione della pena) ed a valle, dalle condizioni, alias esigenze cautelari, catalogate nell’art. 274 del codice di procedura penale.

Tra le esigenze cautelari si annovera quella di carattere probatorio, tesa ad evitare che la libertà dell’indagato possa comportare il pericolo, concreto ed attuale, della dispersione o inquinamento delle fonti di prova; quella connessa alla situazione del pericolo di fuga, pure esso apprezzabile in concreto (fatti contingenti, disponibilità economica, contatti con l’estero, etc.) e, in fine, l’esigenza di carattere preventivo, tesa ad evitare che il soggetto, lasciato in libertà, commetta fatti della stessa indole di quelli per i quali è già indagato, o aggravi le conseguenze dannose e/o pericolose del reato per il quale è sottoposto ad indagine.

La positiva verifica dell’esistenza di tutti i presupposti descritti e di una almeno delle esigenze cautelari indicate, nel sistema virtuoso e garantito, forgiato in ossequio al dettato costituzionale, non è ancora sufficiente all’adozione di quello che giornalisticamente viene detto “arresto preventivo”, in quanto la legge descrive un catalogo ampio e diversficato di possibili misure spendibili, secondo la tipologia dell’esigenza da sopperire e la gravità della condotta da analizzare.

Prima che si arrivi alla custodia cautelare in carcere, concepita correttamente coma la extrema ratio, alla quale votarsi solo quando ogni altra misura si riveli inadeguata allo scopo, è possibile optare per l’obbligo di presentazione alla P.G, fino al divieto di espatrio o all’obbligo di permanenza in un certo territorio, oppure per gli stessi arresti domiciliari.

Per quel che concerne il procedimento, va notato che gli inquirenti che svolgono le indagini hanno potere di chiedere esclusivamente l’applicazione della misura, mentre sarà  il giudice per le indagini preliminari, in funzione di garante delle libertà costituzionali che si chiede di comprimere, a svolgere le opportune valutazioni, denegando o accogliendo la richiesta.

L’accenno, sebbene sintetico, al quadro di riferimento normativo, consente di poter desumere che, rebus sic stantibus, gli 89 giorni di detenzione di Scaglia, così come i mesi di carcerazione preventiva che persone meno note, subiscono quotidianamente, trovano copertura adeguata sotto l’architettura normativa esistente.

Sono dunque “esteticamente” legittimi,  – salvo valutazioni contrarie di merito che non competono in questa sede -, pur stentando a risultare, per frequenza e non eccezionalità di adozione, ontologicamente compatibili con un sistema costituzionale che postula la inviolabilità della libertà personale come valore fondante del contratto sociale.

Ciò in quanto ogni sistema, per quanto pensato come virtuoso, finisce spesso, per una serie di fenomeni applicativi degenerativi, per snaturarsi, palesando distorsioni che, sedimentazione dopo sedimentazione, mortificano completamente l’originario spirito della legge.

In fatto di libertà personale, l’abdicazione del nostro sistema di garanzie passa ineluttabilmente attraverso l’elusione, troppo disinvolta e serena, di un limite di sicurezza pure posto dalla legge: la “extrema ratio”.

Quante volte la misura custodiale carceraria risulta essere effettivamente, come esige il legislatore, la sola ed unica possibilità di evitare i pericoli di inquinamento delle prove, di fuga o di reiterazione o aggravamento del reato?

Troppe poche volte se si considera che, quasi sempre, esclusi casi realmente eclatanti, dopo l’ordine di custodia in carcere, il Tribunale del Riesame o lo stesso giudice che ha ordinato la custodia carceraria, su richiesta dell’indagato, regrediscono la misura custodiale carceraria ad altra meno afflittiva.

E’ d’obbligo, pertanto, por mano alla normativa esistente, recuperando correttivi virtuosi in grado di evitare che la postulata inviolabilità della libertà personale subisca, nella pratica, flessioni e compressioni troppo disinvolte, per cedere talora ad esigenze di sicurezza propagandistica, talaltra a tentazioni di protagonismo inquirente.

Un prima idea, per tentare la razionalizzazione del sistema, potrebbe consistere nell’affidamento della decisione sulla richiesta cautelare ad un organo collegiale, anziché monocratico, anticipando alla fase dell’adozione, quel controllo che oggi viene affidato, solo dopo l’adozione del titolo custodiale, al Tribunale del Riesame, .

Affidare l’esame della richiesta ad un organo collegiale, garantirebbe maggiormente l’indagato in fase di adozione della misura, rendendolo, destinatario di un provvedimento restrittivo,  adottato solo dopo un dibattito interno al collegio, un confronto serrato su plurime e differenti visioni e posizioni.

A fronte della solitudine del giudice monocratico, chiamato oggi a decidere, in poco tempo,  della libertà di un soggetto, la collegialità nella decisione potrebbe assegnare effettivamente al giudice della misura quel ruolo di reale garante delle libertà costituzionali, che solo in astratto, visto lo stato dei fatti, sembra essergli demandato.

È pur vero, però che una siffatta modifica inevitabilmente ridurrebbe in maniera sensibile la reale efficacia del contraddittorio differito, residuando in capo all’arrestato il potere di confutare, solo mediante l’allegazione di nuovi elementi, le valutazioni espresse da tre giudici, anziché da uno solo.

Ne resterebbe azzerata ogni possibilità di una successiva verifica, essa stessa collegiale, come accade oggi con il ricorso al Tribunale del riesame, non potendosi razionalmente ed economicamente immaginare come plausibile  una struttura tanto elefantiaca.

Ciò, non solo e non tanto per la macchinosità procedimentale, di un controllo del collegio sul collegio, che già appare ictu oculi improponibile, ma anche e soprattutto per ragioni di organico, ben potendosi immaginare che un procedimento tanto complesso necessiti di un numero di magistrati di gran lunga superiore a quello esistente, in ragione delle incompatibilità che verrebbero a crearsi tra i vari giudici che hanno conosciuto, sebbene in fase cautelare, il merito della vicenda.

La collegialità nell’adozione della misura dovrebbe coniugarsi, tuttavia, ad una reale accelerazione dei tempi di definizione del procedimento a carico di soggetto ristretto, non solo e non tanto mediante la previsione di termini massimi di custodia cautelare, che, sebbene eccessivamente lunghi, esistono già attualmente, ma anche e soprattutto attraverso meccanismi di responsabilizzazione dei pubblici ministeri, dai quali si deve esigere, una volta richiesta ed ottenuta la misura cautelare, una chiusura delle indagini in tempi rapidissimi, non potendosi tollerare che un cittadino risulti ristretto prima del giudizio per un tempo infinitamente lungo a causa della lentezza e macchinosità, a tratti della nebulosità, delle indagini che vengono compiute.

Occorre trovare correttivi procedurali, mediante i quali creare le condizioni operative per riaffermare una cultura costituzionale che ritiene la privazione/limitazione della libertà personale ante iudicium come un momento di crisi del sistema, un fatto patologico, l’eccezione alla regola che postula la sanzione connessa esclusivamente alla condanna definitiva e che riconosce al cittadino, presunto innocente fino a condanna definitiva, il diritto di arrivare libero al processo.

Per riaffermare principi di siffatta civiltà giuridica basterebbe spostare sul magistrato del pubblico ministero che, con la richiesta di misura, implicitamente chiede all’ordinamento di ammettere uno strappo che ritiene necessario, l’onore e la responsabilità di tale sacrificio.

Si potrebbe prevedere, in caso di richiesta cautelare accolta, l’obbligo per l’ufficio di Procura di definire la vicenda investigativa entro un mese dall’adozione del provvedimento cautelare, prorogabile di due nei casi più complessi, con la conseguenza che, risultando incapace di definire tempestivamente e proficuamente il quadro investigativo, il sostituto incaricato verrà esposto a plurime sanzioni procedimentali, quali la perdita di efficacia della misura e l’avocazione delle indagini.

Sarebbe utile, inoltre, immaginare un sistema che preveda, laddove per tre volte uno stesso sostituto sia stato incapace di garantire, dopo l’adozione della misura cautelare, la concentrazione dei tempi investigativi meritando l’avocazione delle indagini, la sanzione del trasferimento d’ufficio in una delle cd. sedi disagiate.

Solo la creazione di contrappesi procedimentali rigorosi, per i casi di richieste di misure cautelari custodiali, potrebbe ingenerare un meccanismo virtuoso di responsabilità in capo all’inquirente, chiamato a ponderare la effettiva necessità di richiesta di misura cautelare con una cautela oggi non necessaria, in considerazione della mancanza di qualsivoglia conseguenza procedimentale efficace in caso di richieste inutili o temporalmente infinite.

Solo così, si potrà sottrarre il cittadino al rischio di incappare anche in scelte procedimentali a volte eccessivamente mediatiche o “sceriffesche”.


Autore: Geny Stanco

classe 1977, laurea in Giurisprudenza all’Università Federico II di Napoli, è avvocato penalista a Salerno. Ha collaborato con la cattedra di Procedura Penale dell’Università di Salerno, è appassionata di politica e di società.

One Response to “Misure cautelari, istruzioni per l’uso (con ‘cautela’)”

  1. Andrea B scrive:

    Ho come l’ impressione che, nel sistema attuale, sia il giudice per le indagini preliminari, “l’ anello debole” del sistema di garanzia dei diritti costituzionali del cittadino.

    E che il Tribunale del Riesame sia troppo spesso chiamato a ristabilire tali garanzie, negate ai cittadini indagati, da G.i.p. non “terzi”, ma piuttosto contigui e proni alle richieste di carcerazione preventiva dei colleghi della magistratura inquirente.

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