– Ha ragione il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, a esprimere “sgomento e allarme” per il sanguinoso abbordaggio israeliano alle navi dirette a Gaza. È un incidente dalle conseguenze potenzialmente esplosive, consumato sotto gli occhi delle televisioni globali e amplificato in tempo reale dai social network.

Lascia a dir poco sconcertati che i responsabili politici e militari israeliani abbiano calcolato con tanta leggerezza il rischio di un bagno di sangue in mondovisione, e quindi di un naufragio mediatico per Israele.   A prima vista, soprattutto se letta con le lenti del pregiudizio anti-israeliano, la posizione di Tel Aviv è indifendibile. Il bilancio di morti e feriti è tremendo. Le navi della “flottiglia” non potevano costituire una diretta minaccia bellica, l’abbordaggio è avvenuto in acque internazionali e quindi ai limiti (e forse oltre) del diritto internazionale. Secondo la retorica del politicamente corretto, abbordare la flottiglia dei “pacifisti” è stato come “sparare sulla Croce Rossa”, ovvero una cosa che non si può, non si deve fare. Se per di più l’azione provoca morti e feriti, diventa imperdonabile.

La vicenda, però, è piena di ombre. E il conformismo dei mass media non aiuta a fare chiarezza. Anzitutto, è a dir poco discutibile l’utilizzo disinvolto e onnicomprensivo del termine “pacifista”. È chiaro, infatti, che non tutti i passeggeri di quelle navi possono essere qualificati con tale appellativo. I pochi filmati disponibili non si prestano ad equivoci. In uno si vedono i soldati israeliani che si calano dall’elicottero e vengono accolti a sprangate e colpi di fionda da un nugolo di presunti “pacifisti”. In un altro si vede chiaramente un “pacifista” che pugnala un soldato israeliano alle spalle.

Per quanto riguarda poi il lato israeliano, l’impressione che se ne ricava è quella di un’operazione poco meditata dal punto di vista militare, ancor meno da quello politico. I militari israeliani dichiarano di essere stati presi alla sprovvista dalla reazione violenta dei passeggeri, che ritenevano innocui aderenti a organizzazioni umanitarie. Per di più, l’attacco è avvenuto quando il premier israeliano era all’estero, in visita in Canada, e questo può aver contribuito all’errore di valutazione. Il disastro ha costretto Netanyahu a sospendere il viaggio e a rientrare precipitosamente, facendo così saltare un incontro programmato l’indomani con il Presidente degli Stati Uniti, partner privilegiato di Israele.

Il terzo ordine di perplessità riguarda il ruolo della Turchia. Gli scontri si sono verificati su una sola delle sei navi della flottiglia, la Mavi Marmara. I passeggeri delle altre navi, invece, non hanno opposto resistenza violenta. Coincidenza? Tutt’altro. La Mavi Marmara batte bandiera delle Isole Comore (e non della Turchia) ma è di proprietà della Insani Yardim Vakfi (Ihh), ong turca che Israele (e non solo Israele) ormai da anni accusa di connessioni con il terrorismo islamico e che si contraddistingue per il sostegno finanziario ad Hamas (che, non dimentichiamolo, l’Unione Europea annovera tra le organizzazioni terroristiche).

L’unico Stato nella regione con popolazione a maggioranza musulmana alleato di Israele era, fino a ieri, proprio la Turchia (Israele e Turchia sono alleati strategici e militari dal 1996). I rapporti erano già tesi dopo l’offensiva militare israeliana “Piombo fuso” contro Hamas nella striscia di Gaza a cavallo tra dicembre 2008 e gennaio 2009.

Eppure la Turchia ci ha messo nel suo, contribuendo alla serie di eventi che hanno condotto allo scontro nel Mar Mediterraneo. Difatti, nonostante le richieste israeliane, Ankara si è rifiutata di bloccare le navi, tra cui la Mavi Marmara, partite dal porto turco di Antalya per unirsi alle altre imbarcazioni della Freedom Flotilla, trincerandosi dietro la scusa che si trattava di un’iniziativa non governativa, quando era lampante che si trattava di una volontaria provocazione nei confronti di uno Stato “amico”.

Il linguaggio utilizzato da Ankara in queste ore, poi, è incendiario e inaccettabile. Parlare di “atto di terrorismo di Stato”, come ha fatto Erdogan (il quale pure, tra l’altro, si trovava all’estero, sulla via del ritorno da un viaggio ufficiale in Sudamerica), è da irresponsabili. I terroristi sono vigliacchi fuorilegge che perseguono in maniera premeditata l’uccisione del maggior numero di innocenti, per seminare, appunto, il terrore. I soldati israeliani, invece, fino a prova contraria, hanno sparato per difendersi dal linciaggio ed hanno eseguito l’abbordaggio su ordine di governanti eletti democraticamente, i quali ne risponderanno ai propri elettori oltre che alla comunità internazionale.

Sentire, poi, il ministro degli esteri turco dichiarare al Consiglio di Sicurezza dell’ONU (la Turchia è membro non permanente fino al 2010) che Israele ha perso la legittimazione come membro della comunità internazionale fa venire i brividi, e francamente, è altrettanto inaccettabile. Dopo dodici ore di discussione il Consiglio di Sicurezza ha partorito una frettolosa dichiarazione di compromesso, che condanna “gli atti che hanno avuto come esito la perdita di vite di civili nell’incidente con la flottiglia al largo di Gaza”, ma non direttamente Israele. Simile la condanna della Nato, riunitasi d’urgenza proprio su richiesta della Turchia. Insomma, l’incidente della Freedom Flotilla suscita interrogativi sul ruolo che la Turchia intende svolgere nel complicato scacchiere del Medio Oriente, con dirette ripercussioni sui rapporti tra la Turchia e l’Occidente.

Delle due l’una. O Ankara intende effettivamente accreditarsi come membro della Nato e candidato all’Unione europea in grado di fungere da mediatore nel processo di pace in Medio Oriente, in virtù anche di antichi legami storici con le ex province dell’Impero Ottomano; oppure Erdogan, anche solo per motivi di tattica elettorale (in Turchia si vota l’anno prossimo) intende “guardare a Oriente” (e al Medio Oriente) con ambizioni di potenza regionale, preferendo partner come Iran e Siria, anche se ciò implica la rottura di quei legami con Israele che per anni hanno rappresentato un modello di riferimento per ipotesi di cooperazione tra Stati arabi e Tel Aviv, e quindi una speranza di pace.

Qualora dovesse risultare corretta la seconda ipotesi, sarà indispensabile valutare una volta per tutte se tale percorso del governo turco è effettivamente compatibile con gli interessi e i valori dell’Occidente e, in particolare, con l’adesione all’Unione Europea.