Ecco la vera manovra choc che serve a far ripartire l’Italia

pubblicato su Il Foglio di mercoledì 2 giugno 2010

Pubblichiamo in anteprima stralci di un paper dell’Istituto Bruno Leoni scritto da Piercamillo Falasca, fellow dell’Ibl, che sarà presentato domani.

Il provvedimento da circa 25 miliardi di euro in due anni – una correzione pari all’1,6 per cento del pil – è basato principalmente su riduzioni e razionalizzazioni di spesa, ma ha il difetto di avere un carattere essenzialmente emergenziale: la gran parte dei tagli proviene da misure di congelamento della spesa (in primis, il blocco dei salari pubblici al livello del 2009), di riduzione al margine (come molti tagli “orizzontali”) o di semplice dilazione di pagamento (è il caso delle liquidazioni dei dipendenti statali). Sono invece sostanzialmente assenti gli interventi strutturali sulle dinamiche di spesa. Negli ultimi dieci anni la spesa pubblica è cresciuta in media del 4,6 per cento l’anno. E la parte del leone è rappresentata dai consumi intermedi della Pubblica amministrazione, cresciuti (più 41 per cento dal 2000 al 2009) al punto da assorbire i risparmi sulla spesa per interessi permessi dall’adesione all’euro (cioè dalla riduzione dello spread tra Bot e Bund tedeschi). La manovra non fa cenno al problema, ma è proprio nei consumi intermedi – soprattutto quelli a livello regionale e locale – che si annidano le principali inefficienze e le zone opache del sistema pubblico Italia. Senza interventi strutturali, capaci di correggere i meccanismi di “produzione” della spesa e di mettere in discussione abusi consolidati e pratiche clientelari, lo sforzo della manovra rischia di essere fisiologicamente riassorbito.

(…) L’obiettivo di crescita del 2 per cento nel 2012 fissato dal Governo appare particolarmente “sfidante”, molto difficile da raggiungere: l’Italia non sperimenta una variazione positiva annuale di queste dimensioni da alcuni anni e nel prossimo biennio i tagli di spesa pubblica rischiano di avere un effetto frenante sulla crescita.
Visti i numeri, nonostante i significativi sacrifici imposti, la manovra potrebbe non essere affatto risolutiva. Un lieve rialzo dei tassi di interesse sul debito potrebbe vanificare buona parte degli sforzi: secondo la Ruef nel 2011 gli interessi passivi dovrebbero rappresentare il 4,9 per cento del pil; se solo il valore fosse superiore alla stima della Ruef di un ventesimo, arrivando al 5,15 per cento del pil, la spesa per interessi “mangerebbe” il risparmio del blocco delle retribuzioni pubbliche.

L’Italia ha bisogno di interventi strutturali che consentano la riduzione dello stock di debito: è forse venuto il momento di riaprire il dossier delle privatizzazioni e di mettere mano ad un piano di alienazione del patrimonio pubblico in mano allo stato, alle regioni ed agli enti locali. Alienando il conglomerato pubblico statale e sub-statale, destinando le entrate a un ridimensionamento dei titoli del Tesoro da rinnovare, calerebbe l’onere degli interessi (pari a circa 71 miliardi di euro nel 2010 e 78 nel 2011, secondo la Ruef).
Sarebbe un modo per contribuire ad affrancare l’Italia dal rischio-contagio internazionale. Ad ogni modo, è difficile immaginare come possa essere gestito e gradualmente ridotto un debito pubblico tanto elevato in assenza di una significativa ripresa della crescita economica. Nelle Considerazioni finali il Governatore della Banca d’Italia, Mario Draghi, ha ricordato come nell’ultimo decennio, a fronte di una crescita dell’area euro pari al 25 per cento, l’Italia ha sperimentato un timido 15 per cento. Tra le cause, una produttività del lavoro stagnante (più 3 per cento in dieci anni, nell’eurozona è salita del 14 per cento) e un tasso di occupazione che resta pericolosamente basso. Sul fronte della crescita, la manovra offre purtroppo pochi spunti.

(…) Nel numero di maggio del Fiscal Monitor del Fmi, viene presentata una interessante relazione tra il livello del rapporto debito/pil ed il tasso di crescita pro capite nei cinque anni successivi: i dati sembrano suggerire che un aumento del debito di 10 punti percentuali di pil si associ ad una riduzione media di pil dello 0,25 per cento. Di qualche mese fa è un interessante lavoro di Carmen Reinhart e e Kenneth Rogoff: prese le venti economie più avanzate e considerato il periodo dal 1946 al 2009, i due economisti osservano come un debito pubblico superiore al 90 per cento del pil sia associato ad un calo significativo del tasso di crescita. E’ plausibile che il canale principale attraverso cui il debito pubblico influenza il tasso di crescita sia il livello della pressione fiscale: il debito pubblico elevato costringe il governo a tenere alta la pressione fiscale e questa inibisce la crescita; d’altro canto, la bassa crescita rende difficile la riduzione del rapporto debito/pil. I problemi si rincorrono: ridurre il deficit è importante, ma rischia di non essere sufficiente se non si accompagna con un contestuale abbattimento del carico fiscale. Puntare a perseguire la sola diminuzione della spesa è controproducente per la crescita e rischia di essere inefficace.

Siamo in emergenza e la manovra finanziaria è un ottimo primo soccorso. Il governo ha mostrato di possedere l’autorevolezza e la forza politica per implementarlo (la scelta di arginare le difficoltà di finanza pubblica con il congelamento delle retribuzioni pubbliche, cresciute molto di più di quelle private, è giusta e coraggiosa). Ma la cronicità della malattia richiede cure diverse dal semplice tampone. E’ auspicabile che l’esecutivo torni a parlare di liberalizzazioni, investa politicamente in una riforma della giustizia che la renda più rapida e giusta, dedichi attenzione al sistema formativo e alla ricerca, modernizzi il welfare e abbatta le troppe rigidità del mercato del lavoro. Il vettore di queste riforme non è ovviamente una manovra sui conti pubblici. Da quest’ultima ci si sarebbe invece aspettati una road map per una riforma fiscale, in grado di ridurre il carico (e gli obblighi di compliance) di persone e imprese, anche perché in assenza di interventi di riduzione delle imposte capaci di stimolare l’offerta e la crescita, l’Italia rischia di non avere il controllo sulla sostenibilità dei propri conti pubblici. Inoltre, come ha chiesto Draghi, è fondamentale collegare le misure di contrasto all’evasione fiscale con la riduzione delle aliquote, rendendo visibile ai contribuenti il nesso tra le due azioni. In sede di conversione in legge della manovra da parte del Parlamento, è auspicabile che agli interventi previsti si accompagnasse un provvedimento di riduzione delle aliquote delle imposte sul reddito da lavoro e da impresa. Di fianco ai 25 miliardi nel prossimo biennio, si potrebbe intervenire con un taglio di ulteriori 10 miliardi annui dei consumi intermedi della PA, accompagnati da un leggero aumento dell’imposizione indiretta capace di generare un ulteriore gettito di 10 miliardi. Conti alla mano, si potrebbero destinare circa 20 miliardi annui a un taglio proporzionale di circa il 10 per cento delle aliquote Irpef e Ires (16 miliardi per l’Irpef e 4 per l’Ires).


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