E infine Berlusconi cadde nel trappolone di Floris. Ed è un vero peccato che ieri sera a Ballarò abbia prevalso in lui il riflesso della reazione, condita da smentita e sciorinamento di dati, alla polemicuccia televisiva circa un suo elogio dell’evasione fiscale.

Youtube alla mano, con estrema facilità si ritrovano le dichiarazioni del premier del 2004:

“Se io lavoro, faccio tanti sacrifici e poi lo Stato mi chiede il 33 per cento di quel che ho guadagnato, sento che è una richiesta corretta, in cambio dei servizi che lo Stato mi dà. Se lo Stato mi chiede il 50 e passa per cento, sento che è una richiesta scorretta e mi sento moralmente autorizzato ad evadere per quanto posso questa richiesta dello Stato”.

Incrociate queste parole con la smentita di ieri, pare palese la contraddizione. E a poco serve cercar di distinguere tra giustificazione dell’evasione (quale è stata quella del Cav.) e sostegno (quale non c’è mai stato). Anziché provare a smentire, Berlusconi avrebbe potuto ribadire ciò aveva detto nel 2004: uno Stato che sottrae a chi lavora più della metà del reddito prodotto è immorale. Certo, possiamo discutere se l’evasione – sostanzialmente il raggiro o la violazione delle norme – sia una risposta più o meno legittima, ma come negare che essa – nella straordinaria e difficile quotidianità di un piccolo imprenditore – sia a volte necessaria o quanto meno comprensibile?

Un bel po’ di tempo fa, un ricco e poliedrico signore ebbe a dire: “Un governo saggio e frugale, che frena gli uomini dall’offendersi l’un l’altro, dovrebbe lasciarli liberi di regolare i loro propri obiettivi di produzione e sviluppo, e non dovrebbe prendere dalla bocca del lavoratore il pane guadagnato. Questa è la cifra del buon governo“. E ancora: “Prelevare a qualcuno, perché si pensa che con la sua attività e quella dei suoi padri abbia guadagnato troppo, per distribuire ad altri (…) è un’arbitraria violazione“. Sono parole del presidente americano Thomas Jefferson, pronunciate nel corso del discorso inaugurale della sua presidenza nel 1801.

Il punto è che Berlusconi ha oggi bisogno di ritrovare il coraggio di apparire – e finalmente trovare la capacità di essere – il fautore di un profondo riequilibrio del rapporto fiscale tra cittadino e Stato.
D’altro canto, checché ne pensi Tremonti, non metteremo a riparo i conti pubblici italiani senza una politica economica per la crescita, e non c’è nessuna possibilità di stimolare la crescita economica senza un deciso alleggerimento della pressione fiscale.

In fondo, ben oltre i conti pubblici, c’è la legittimità stessa dello Stato e il diritto (che lo si creda naturale o positivamente acquisito, poco importa) alla libera iniziativa privata.