Gli israeliani sparano sui pacifisti: sono almeno 9 i morti, 51 i feriti. Ed è pronta la condanna: il Consiglio di Sicurezza dell’Onu si è riunito in sessione straordinaria e ha richiesto un’inchiesta completa su quanto è avvenuto. Il premier Benjamin Netanyahu, in visita ufficiale a Washington, ha dovuto annullare il suo incontro con il presidente Barack Obama per volare in Israele e gestire la crisi. Ma è mai possibile che gli israeliani sparino su dimostranti, per di più provenienti da Paesi di tutto il mondo, intenti solo a portare (via mare, questa volta) 10mila tonnellate di aiuti umanitari a Gaza?


La realtà, almeno nel Medio Oriente, non è mai ciò che appare. I pacifisti erano a bordo di otto navi, riunite in quella che era chiamata la “Freedom Flotilla”. Salpati da Cipro con sei imbarcazioni (2 avevano problemi tecnici), non hanno rispettato l’alt della marina militare israeliana. Già non avevano accettato la proposta di sbarcare gli aiuti ad Ashdod, per farli entrare a Gaza attraverso i valichi di terra. Non avevano accettato la proposta di mediazione di Noam Shalit, il padre del caporale Gilad, prigioniero di Hamas dal 2006. Noam chiedeva solo di consegnare un pacchetto di aiuti umanitari e lettere a suo figlio, ma i pacifisti della “Freedom Flotilla” avevano rifiutato.

Quando i marinai con la Stella di David sono saliti a bordo della loro imbarcazione di testa, la turca Mavi Marmara, sono stati accolti da attivisti armati di spranghe, coltelli e bombe molotov. Secondo le testimonianze dei militari, nessuno di loro si sarebbe mai aspettato una reazione simile. Le immagini dell’Idf sono chiare: i commandos hanno rischiato il linciaggio. Forse, proprio questa sorpresa è la causa della strage. Un militare si sarebbe fatto rubare un fucile. Secondo la ricostruzione dei militari, alcuni colpi sarebbero partiti sia dall’arma trafugata che da altre bocche da fuoco. Quando uno dei commandos, raggiunto da un proiettile, è rimasto privo di sensi, gli israeliani hanno sparato.

Nei lunghi anni dell’Intifadah i palestinesi hanno fatto ricorso a qualsiasi tipo di trappola mediatica. Hanno trasportato armi con le autoambulanze. Hanno usato moschee e ospedali come basi militari. Ad ogni colpo messo a segno dagli israeliani, hanno potuto così opporre notizie di bambini uccisi, feriti bombardati, autoambulanze bersagliate. Se Israele era abituata a questa tattica, si è tuttavia mostrata impreparata alla nuova sfida: un convoglio navale per Gaza allestito da associazioni internazionali. Fra cui, in prima fila, il Free Gaza Movement e, soprattutto, la Ihh turca, un’Ong islamica che il governo israeliano accusa di connivenza con Hamas. Condannata negli anni ’90 anche da Ankara, ora la sua missione per Gaza aveva ricevuto il sostegno personale di Erdogan.

Il convoglio della “Freedom Flotilla” non imbarcava uomini di Hamas, ma attivisti da 40 Paesi del mondo. A bordo c’erano circa 700 persone, fra cui 350 cittadini turchi, 35 politici arabi ed europei, 5 parlamentari da Irlanda, Svezia, Norvegia e Bulgaria, attivisti e giornalisti europei (di cui 6 italiani), il leader del Movimento Islamico Israeliano, Raed Salah e un membro della Knesset, il deputato arabo-israeliano Hanin Zuabi. Questi passeggeri erano molto più che uno “scudo umano”: erano vere e proprie mine diplomatiche. La loro morte o il loro ferimento avrebbe immediatamente provocato la condanna della Turchia (che il 24 maggio aveva minacciato di rappresaglia il governo israeliano in caso di azione di forza), di tutti i Paesi rappresentati nella “armada”. A incidente avvenuto, palestinesi e arabi di Israele minacciano una Terza Intifadah, mentre una folla inferocita di manifestanti turchi circondava le sedi diplomatiche dello Stato ebraico a Istanbul e Ankara. Manifestazioni si sono svolte in tutte le capitali arabe, a Teheran, nelle città italiane…

Le autorità militari israeliane, viste le loro dichiarazioni a botta calda (tutte di plauso per il comportamento dei commandos), evidentemente non si sono rese conto dell’errore in cui sono cadute. Non hanno notato, o hanno sottovalutato, la trappola mediatica che si stava chiudendo come un cappio alla gola di Israele. E’ in discussione, non solo il processo di pace, ma persino la legittimità del blocco israeliano ad Hamas, di cui si è parlato al Consiglio di Sicurezza.

Resta aperta, però, un’altra questione. L’Idf avrebbe potuto evitare questa trappola mediatica? E’ molto difficile dirlo, perché non aveva alternative. La flotta dei “pacifisti” aveva l’esplicito obiettivo di forzare il blocco a Gaza, mentre il trasporto di aiuti umanitari era solo un pretesto. Lo scopo dell’operazione della “Freedom Flotilla” era evidente, visto il rifiuto di ogni mediazione e rotta alternativa, quale uno sbarco degli aiuti ad Ashdod o l’accettazione della mediazione di Noam Shalit. In mancanza di alternative, l’Idf avrebbe potuto accettare il passaggio di navi attraverso il suo blocco? Cosa avrebbe potuto comportare una scelta simile? Niente meno che la legittimazione del governo di Hamas, da tre anni al potere illegalmente a Gaza, da dieci in guerra aperta con Israele.