Ma io continuo a difendere il turno unico

– Pochi giorni fa su queste colonne Sofia Ventura ha prodotto un’interessante argomentazione a favore del sistema uninominale maggioritario a doppio turno sul modello francese.
Pur riconoscendo che tale modello ha in generale prodotto in Francia effetti di governabilità, io continuo ad avvertire più forte il fascino di modelli elettorali maggioritari a turno unico, dei quali preferisco in generale le dinamiche e gli esiti.

In effetti il modello francese ha, dal mio punto di vista, un certo numero di limiti che ne diminuiscono l’appetibilità, non rendendolo necessariamente preferibile ai vari sistemi “spuri” che abbiamo sperimentato in Italia ai vari livelli istituzionali dal 1993 ad oggi.
Innanzitutto il sistema francese affianca alla concorrenza tra i poli una forte dinamica di concorrenza interna, spesso fratricida, dentro le coalizioni.
A destra si è a lungo assistito ad una dura competizione tra gollisti e giscardiani, a sinistra tra socialisti e comunisti e più recentemente tra socialisti e verdi.
L’esito più clamoroso si è probabilmente verificato nel 2002 quando una sinistra potenzialmente “presidenziabile” è rimasta vittima delle proprie fratture interne al punto da non arrivare neppure al ballottaggio, così che uno Chirac, forte di appena il 19,8 per cento dei voti, si è visto praticamente regalare una rielezione automatica.
In Italia in uno scenario di doppio turno, il PDL patirebbe fortissima, collegio per collegio, la concorrenza della Lega Nord – radicata sul territorio e molto competitiva nei ballottaggi dove è in grado di intercettare più facilmente del partito di Berlusconi i consensi della sinistra.
Insomma, il doppio turno di collegio genererebbe un alto livello di conflittualità intra-centrodestra ed anche il PD si troverebbe probabilmente in tante realtà a subire la sfida dei candidati dipietristi.

Un altro limite del doppio turno, del resto, è che non presenta incentivi al voto utile; anzi, la limitata utilità del primo turno fa sì che molti tendano ad esprimere un voto di protesta, alimentando un perenne boom delle estreme più impresentabili (dai trotzkysti alla Laguiller o alla Besancenot fino al Front National di Le Pen).
Una dinamica opposta a quella che invece si realizza nei sistemi a turno unico che invece tendono a smorzare, grazie proprio alle dinamiche di voto utile, le istanze più estreme e violente. Non è un caso che il British National Party fatichi a prendere piede tra i votanti del Regno Unito.
In fondo persino i meccanismi a loro modo maggioritari e monoturnisti del “porcellum”, favorendo la convergenza degli elettori di sinistra verso il PD di Veltroni e l’IDV di Di Pietro, hanno svuotato elettoralmente – forse in maniera definitiva – la “sinistra radicale” nel nostro paese.

Nei fatti, il modello francese fa emergere un sistema di partiti molto più simile a quello dei paesi con il proporzionale piuttosto che a quello delle democrazie anglosassoni: lo scenario partitico della Quinta Repubblica è da sempre frammentato in sei/sette partiti maggiori più un certo numero di partiti minori. Si tratta sostanzialmente di partiti “identitari” (socialista, comunista, verde, centrista, gollista, nazionalista, etc.), simili a quelli che si possono consolidare nei paesi in cui vige un proporzionale con sbarramento – e neppure troppo alto.
I partiti maggiori tipicamente raccolgono il 20-25 per cento. Raramente di più. Più spesso di meno.
Forse l’UMP rappresenta il primo reale tentativo di costituire una forza politica più vasta ed elettoralmente inclusiva. Al tempo stesso a sinistra il Partito Socialista resta il Partito Socialista, non si rinnova e non si contamina per abbracciare un elettorato più ampio. Presidiare un quinto o poco più dei suffragi può tranquillamente essere sufficiente, del resto, per mandare all’Eliseo Martine Aubry o Segolène Royale.
In generale il modello francese non produce quei “partiti-paese”, quelle realtà plurali, inclusive ed al loro interno competitive, che sono propri, invece, degli scenari anglosassoni – dove, per governare, una forza politica deve guadagnare il consenso diretto di almeno il 40-50 per cento dei cittadini.

Va anche detto che il modello francese non mette al riparo dai giochetti di “desistenza” attraverso i quali prima delle elezioni i partiti si accordano per riproporzionalizzare il maggioritario. Basti pensare ai collegi che l’UMP ha concesso a tavolino al Nouveau Centre di Morin o al Mouvement pour la France di De Villiers od a quelli che simmetricamente il Partito Socialista ha concesso al Parti des Radicaux de Gauche o al Mouvement Républican et Citoyen.

Insomma la fotografia che è uscita dalle ultime elezioni francese difficilmente può essere ritenuta più “semplificata” rispetto a quella uscita dalle urne in Italia.

Ancora più discutibili sono poi le norme che in molte consultazioni (tra cui l’elezione dell’Assemblea Nazionale e dei Consigli Regionali) consentono l’accesso al ballottaggio non già ai primi due candidati, bensì a tutti coloro che superino un certa soglia – con la possibilità, quindi, di assistere al secondo turno a triangolari od anche a quadrangolari.
In questi scenari, si possono innescare meccanismi di voto tattico tali da falsare in gran parte l’esito del voto: per un elettore di sinistra può diventare persino conveniente appoggiare al primo turno il Front National affinché i suoi candidati accedano a triangolari dove possano sottrarre voti preziosi alla destra di governo (proprio la presenza al secondo turno delle liste “frontiste”, nelle recenti consultazioni regionali, ha assegnato alla Gauche molte regioni in cui sarebbe stata minoritaria).

Infine un dato da non sottovalutare: in Italia, il doppio turno, pur presente nel sistema elettorale degli enti locali dal 1993, non ha mai veramente conquistato gli elettori.
Se in Francia in genere l’astensione tra il primo ed il secondo turno tende a ridursi, in Italia al contrario tende ad aumentare, al punto che molto di frequente il vincitore del secondo turno si afferma con meno suffragi di quelli ottenuti al primo turno.
Da noi il doppio turno viene considerato da molti un sistema un po’ barocco, uno dei tanti “costi della politica” di cui si potrebbe fare a meno. E’ gradito, peraltro, da una certa scuola diessina che lo vede come un possibile strumento per innescare dinamiche elettorali del tipo “tutti contro Berlusconi”, senza l’onere di dover almeno provare prima delle elezioni a definire un programma ed a comporre le diversità in un’alleanza trasparente da proporre agli elettori.

I modelli maggioritari ad un turno – quello anglosassone/americano in primis, quello spagnolo in secundis, quello che sarebbe uscito dall’approvazione del referendum Guzzetta in tertiis – tendono a determinare uno scenario bipartito, più raramente tripartito. Quasi sempre conducono ad un governo politico monocolore.
Il loro obiettivo non è quello di fornire una rappresentanza di tutto lo spettro di identità presenti nel paese – la cui presenza politica potrà invece esprimersi attraverso giornali, associazioni, movimenti, think-tank e tutti gli strumenti di cui una società civile viva è in grado di dotarsi.
L’obiettivo è piuttosto quello di consentire agli elettori di scegliere tra 2-3 grandi programmi per il paese e di portare sugli scranni del parlamento il governo di oggi e quello di domani.


Autore: Marco Faraci

Nato a Pisa, 34 anni, ingegnere elettronico, executive master in business administration. Professionista nel campo delle telecomunicazioni. Saggista ed opinionista liberista, ha collaborato con giornali e riviste e curato libri sul pensiero politico liberale.

2 Responses to “Ma io continuo a difendere il turno unico”

  1. william longhi scrive:

    d’accordissimo sul turno unico. altrimenti proporzionale con soglia minima 5% senza liste bloccate.

  2. io sono per il turno unico per le parlamentari ed il doppio turno per le presidenziali (chiaramente presidente eletto direttamente).

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