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I processi sono pubblici, anzi no. Eppure è stata la diretta tv a disinnescare la “bomba Spatuzza”

– Decenni di esperienza, di errori e di eccessi, hanno dimostrato che la giustizia spettacolo è l’altra faccia dell’arbitrio giudiziario e dell’ambizione – nobile, ma istituzionalmente eversiva e coltivata in troppe procure – di “fare giustizia”, piuttosto che di amministrarla, secondo le regole di uno stato di diritto.

Il “partito dei magistrati” è una realtà politica, neppure interamente riconducibile all’attuale opposizione parlamentare, che ha segnato in profondità il dibattito pubblico, non solo sulla giustizia. E quale cultura della giurisdizione e della legalità animasse questo super-partito lo hanno dimostrato ampiamente i magistrati che hanno lasciato o temporaneamente svestito la toga per andare a “combattere” nelle sedi parlamentari, in nome di una visione organica dell’ordine costituzionale, che giustifica gli eccessi della giustizia, in nome dei difetti della società politica e civile.

La logica dell’eccesso trascina oggi il pendolo della discussione parlamentare verso estremi uguali e contrari, da cui, facendo della privacy una sorta di feticcio e passepartout ideologico, non si intende smontare i teatri di posa della giustizia spettacolo e ripristinare un ordine civile nel rapporto tra giustizia e informazione, ma “secretare” i contenuti delle indagini e le immagini e le voci dei processi. Dalla giustizia-reality, alla giustizia irreale, dalla giustizia che fa spettacolo, alla giustizia che fa silenzio.

Uno degli effetti collaterali del cosiddetto “disegno di legge intercettazioni” sarà infatti che i processi pubblici non saranno più tali, almeno rispetto alle registrazioni audio-video: rimarranno formalmente pubblici per chi riuscirà ad entrare nelle aule di udienza, ma non saranno più concretamente accessibili, in forma integrale e non mediata e dunque più autentica, rispetto alle ricostruzioni sommarie, interessate e parziali, caratteristiche della giustizia-spettacolo.

Qual è oggi la situazione? Secondo il Codice di procedura penale “l’udienza è pubblica a pena di nullità” (art.471)  e le norme di attuazione e di coordinamento stabiliscono in che senso e con quali limiti questa pubblicità vada assicurata rispetto al sistema dell’informazione. Così infatti dispone  l’art. 147 (Riprese audiovisive dei dibattimenti) del D.lgs 28 luglio 1989, n.271:

1. Ai fini dell’esercizio del diritto di cronaca, il giudice con ordinanza,  se  le parti consentono, può autorizzare in tutto o in parte  la  ripresa fotografica, fonografica o audiovisiva ovvero la trasmissione radiofonica o televisiva del dibattimento, purchè non ne derivi pregiudizio al sereno e regolare svolgimento dell’udienza o alla decisione.
2. L’autorizzazione  può  essere  data  anche senza il consenso delle  parti  quando  sussiste un interesse sociale particolarmente rilevante alla conoscenza del dibattimento.
3. Anche  quando  autorizza la ripresa o la trasmissione a norma dei  commi  1 e 2, il presidente vieta la ripresa delle immagini di parti,  testimoni, periti, consulenti tecnici, interpreti e di ogni altro  soggetto  che  deve  essere  presente,se i medesimi non vi consentono o la legge ne fa divieto.
4. Non  possono  in ogni caso essere autorizzate le riprese o le trasmissioni  dei  dibattimenti  che  si  svolgono a porte chiuse a norma dell’articolo 472 commi 1, 2 e 4 del codice.

Il cosiddetto “disegno di legge intercettazioni” opera un taglio chirurgico della norma che autorizza, al di là del consenso delle parti, la registrazioni dei dibattimenti di particolare interesse sociale, e quindi di fatto stabilisce il principio per cui non è il processo ad essere pubblico, ma è il consenso delle parti a stabilirne l’effettiva pubblicità, che nella società dell’informazione coincide con la sua fruibilità mediatica (art. 1, comma 25).

Ci si è rassegnati all’idea che, perché il processo diventi pubblico, alle parti sia richiesta una liberatoria analoga a quella sottoscritta dai partecipanti ai casting per le trasmissioni Tv, anche se il dato “sensibile” di cui si autorizza o nega così l’utilizzo non è l’immagine (che già oggi, come già detto, è possibile schermare alle riprese), ma il contenuto di una deposizione o di una prova processuale – materiali pubblici quanti altri mai, a maggior ragione quando le vicende processuali sono di oggettivo “interesse sociale”.

Si è insomma accettato il principio che, essendo difficile impedire a chiunque di parlare al di fuori delle sedi processuali, tanto vale rendere impossibile a tutti di parlare pubblicamente dalla aule in cui si celebrano i processi. Così per paradosso si tollera l’abuso e l’eccezione e si vieta la regola.

Cancellare trasmissioni come lo Speciale Giustizia di Radio Radicale, che ha documentato integralmente i più significativi processi della storia italiana degli  ultimi decenni, non servirà all’imparzialità del giudizio, ma alla parzialità del racconto. E non tutelerà le parti del processo da una sovraesposizione mediatica, ma ne consegnerà l’immagine ai “verbali giornalistici”,  su cui si celebrano (e continueranno a celebrarsi) i processi mediatici.

Per dire del peggio, è stato il processo pubblico – e la sua monumentale pubblicità, via tv, radio e internet – a ridimensionare la “bomba mediatica” delle rivelazioni di Spatuzza e a rendere convincenti gli argomenti di quanti contestavano la credibilità e la genuinità della sua testimonianza. Il copia-incolla delle deposizioni “segrete” o il dice-dice sulle rivelazioni “esplosive” avrebbero ingigantito le accuse e a provarle mediaticamente sarebbe bastata la grancassa mediatica.

Se il problema è quindi quello della tutela della reputazione di quanti sono coinvolti, a diverso titolo, in un processo, oltre che l’imparzialità del giudizio, ci troviamo dinanzi ad un caso da manuale di eterogenesi dei fini. Se invece, più plausibilmente, si tratta di una manovra spericolata di interdizione mediatica, che serve ad alcuni “imputati pubblici” per evitare un vero processo pubblico, allora la misura ha una sua obiettiva coerenza. Che occorrerebbe però censurare, non salutare come un caposaldo della civiltà giuridica liberale.


Autore: Carmelo Palma

Torinese, 44 anni, laureato in filosofia. E' stato dirigente radicale, consigliere comunale di Torino e regionale del Piemonte. Direttore dell’Associazione Libertiamo e della testata libertiamo.it. Gli piace fare politica, non sempre gli riesce.

One Response to “I processi sono pubblici, anzi no. Eppure è stata la diretta tv a disinnescare la “bomba Spatuzza””

  1. Luca Cesana scrive:

    d’accordissimo; personalmente non avrei potuto seguire, come feci al tempo, l’ignobile vicenda Tortora senza l’ausilio di RR
    farei un distinguo sui processiin tv che mi ricordano invece le pagliacciate di Tangentopoli
    concludendo, non riterrei inaccettabile un divieto alle trasmissioni video dei processi, salvegaurdando quelle audio

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