– Il passaggio politicamente più forte delle Considerazioni Finali per il 2009 – lette ieri dal Governatore di Bankitalia Mario Draghi – è probabilmente il seguente:

Non è la prima volta che l’Italia si trova di fronte a un’ardua sfida collettiva. Nei quasi 150 anni della sua vita unitaria ne sono state affrontate, e vinte, diverse. Mi si permettano due esempi.
La più grande sfida sul piano delle riforme strutturali fu affrontata quando l’Italia appena unita entrò nel consesso europeo con il 75 per cento di analfabeti (…). Governanti, amministratori, maestri, Nord e Sud, combatterono insieme la battaglia dell’alfabetizzazione. Alla fine ci portammo ai livelli europei. Fu questo uno dei fattori alla base del miracolo economico dell’ultimo dopoguerra.

Nel 1992 affrontammo una crisi di bilancio ben più seria di quella che hanno oggi davanti alcuni paesi europei. Il Governo dell’epoca presentò un piano di rientro che, condiviso dal Paese, fu creduto dai mercati, senza alcun aiuto da istituzioni internazionali o da altri paesi. Fu una lotta lunga (…); ma fu vinta, perché i governi che seguirono mantennero la disciplina di bilancio: la stabilità era entrata nella cultura del Paese.

Anche la sfida di oggi, coniugare la disciplina di bilancio con il ritorno alla crescita, si combatte facendo appello agli stessi valori che ci hanno permesso insieme di vincere le sfide del passato: capacità di fare, equità; desiderio di sapere, solidarietà. Consapevoli delle debolezze da superare, delle forze, ragguardevoli, che abbiamo, affrontiamola.

L’obiettivo della crescita in analogia al grande progetto di alfabetizzazione della società post-unitaria è un’immagine molto forte, simbolicamente potente e politicamente sfidante. Sarebbe auspicabile che la politica italiana sapesse farla propria, declinandola concretamente.

Alla vigilia dei centocinquant’anni dall’unità d’Italia, ben oltre il valore simbolico della data, è opportuno che la politica italiana s’interroghi sullo stato della nazione. Mai come durante una crisi economica sono evidenti le ‘fratture’ che attraversano la società italiana, da parte a parte: la frattura territoriale, profonda e incancrenitasi nei decenni; la frattura generazionale, frutto di sistema che tutela gli insider erigendo alte barriere per gli esclusi; la frattura di genere, che con gli anni si esaspera e non si sana; la nuova frattura etnica, in prospettiva la più rischiosa se non la si affronta con pragmatismo e approccio inclusivo.

Lo scarso dinamismo della società e dell’economia italiana è un po’ come il sale su queste ferite, ne impedisce la rimarginazione. Senza crescita economica, senza un ambiente di opportunità e prosperità, non solo falliscono i tentativi di rigore finanziario, ma si logora nel tempo lo stesso tessuto di una società e con esso il senso di appartenenza ad una comunità. Alla vigilia del primo secolo e mezzo d’Italia unita, la politica non può non avere una sana ossessione per la crescita economica.