– Le vicende degli ultimi giorni hanno dimostrato l’estrema vischiosità politica della spesa pubblica italiana, la difficoltà di tagliare concretamente ciò che in termini generali tutti concordano nel ritenere superfluo (con il concorso del sistema dell’informazione, capace in un giorno di passare dalla critica per gli sprechi a quella per l’insensibilità del governo rispetto a certi enti culturali). Lo stralcio dal provvedimento dell’abolizione delle piccole province, o anche il dietrofront sulla norma sull’ineleggibilità dei sindaci che sforano il patto di stabilità, sono lì a testimoniarlo.

Soprattutto, manca la determinazione di affrontare il nodo principale in materia di spesa pubblica: i consumi intermedi delle pubbliche amministrazioni, cresciuti del 41 per cento tra il 2000 ed il 2009, tanto da vanificare i benefici effetti di bilancio provocati dai risparmi sulla spesa per interessi conseguenti all’adesione all’euro. La manovra non fa cenno al problema, ma è proprio nei consumi intermedi – soprattutto quelli a livello regionale e locale – che si annidano le principali inefficienze e le zone opache del sistema pubblico Italia. Afferrare il toro per le corna vorrebbe anche dire mettere in discussione rendite di posizione, abusi consolidati e pratiche clientelari, diffusi con varia intensità lungo tutta la Penisola.

Si badi bene: è possibile che la manovra finanziaria biennale da 24-25 miliardi di euro non sia sufficiente a garantire la messa in sicurezza dei conti pubblici italiani. Basterebbe una leggera lievitazione dei tassi d’interesse – magari come conseguenza di un deterioramento ulteriore della situazione greca, portoghese o spagnola – e la spesa per interessi sul debito pubblico aumenterebbe fino a vanificare, per fare un esempio, gli effetti dei sacrifici oggi imposti ai dipendenti pubblici. In poche parole, nonostante la manovra, a causa dell’enorme debito pubblico, l’Italia non è padrona della stabilità dei propri conti pubblici.

E se tagliare ancora, ancora e ancora è sempre più difficile, anzitutto politicamente, il governo italiano non può che accettare che per uscire dalle sabbie mobili ci sono solo due cose da fare, non alternative per di più: ritrovare il sentiero della crescita economica e provvedere ad un abbattimento dello stock di debito. E questo secondo obiettivo è strategico anche per perseguire il primo.

Si levano sempre più numerose le voci di chi chiede al governo di integrare la manovra con misure di stimolo per l’offerta, in primis (ma non solo) attraverso una riduzione della pressione fiscale sulle imprese e sui lavoratori. E’ la via maestra, al cui perseguimento sarebbe auspicabile sacrificare anche quella pax sociale cui il governo pare troppo spesso badare. Ma accanto a questa, si dia uno sguardo al dossier delle privatizzazioni. Insomma, si metta in discussione la proprietà pubblica di imprese, quote societarie e proprietà demaniali. L’azienda Stato Spa non è un titano come qualche decennio fa, ma ha ancora dimensioni elefantiache: il Tesoro possiede – in tutto o pro quota – colossi come Poste Italiane, Rai, Ferrovie dello Stato, Eni, Enel, Finmeccanica, Cassa depositi e prestiti. E il patrimonio pubblico in mano a Regioni ed enti locali (ben prima degli effetti del ‘federalismo demaniale’) è altrettanto considerevole.

Alienando il conglomerato pubblico statale e sub-statale, destinando le entrate a un ridimensionamento dei titoli del Tesoro da rinnovare, calerebbe l’onere degli interessi (pari a circa 71 miliardi di euro nel 2010 e 78 nel 2011). Sarebbe un modo per liberare risorse dal bilancio pubblico da destinare alla riduzione del carico fiscale e – contemporaneamente – per contribuire ad affrancare l’Italia dal rischio-contagio.

Il dossier alienazioni è lì nell’angolo, urge che qualcuno abbia il coraggio di aprirlo.