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L’ANM e la manovra: una protesta scontata con argomenti banali

– L’adozione della manovra correttiva dei conti pubblici ha suscitato vivaci reazioni. Tra queste ve n’è stata una, quella dell’ANM, che per diversi motivi non convince del tutto.

In via preliminare, bisogna dire che, salvo modifiche, la manovra incide sul mondo della giustizia attraverso:
– la riduzione delle spese della Pubblica Amministrazione (che riguarda il funzionamento generale dei servizi amministrativi);
– la previsione di una decurtazione percentuale del 5% o 10% per la sola parte di reddito lordo superiore rispettivamente ai 90.000 e ai 130.000 euro (che colpisce un numero considerevole di magistrati);
– il congelamento del trattamento economico all’anno 2009 (che comporta per i magistrati il blocco dei meccanismi di progressione economica, il blocco dell’adeguamento alla dinamica dei contratti pubblici e il blocco degli effetti economici degli avanzamenti di carriera collegati al positivo superamento delle valutazioni di professionalità).

L’ANM ha presentato per ciascuna di queste misure precisi motivi di dissenso, ossia:
1)la ridotta funzionalità del servizio giudiziario;
2)la pretesa violazione dei principi di eguaglianza e progressività del sistema fiscale poiché la decurtazione grava sui soli dipendenti pubblici;
3)la lesione dell’indipendenza della magistratura poiché il meccanismo di progressione e il trattamento economico sono posti a sua tutela.

In relazione al primo punto, può dirsi che è un classico motivo in presenza di ridotti stanziamenti, utile nella misura in cui permette alle forze politiche e al Governo di potere valutare il concreto impatto dei tagli di spesa e apportarvi dei correttivi nell’ipotesi di obiettiva compromissione della funzionalità di servizi essenziali.

Con riferimento al secondo punto, iniziano a emergere i motivi di perplessità. Circa la pretesa violazione del principio di eguaglianza è palmare che il fine perseguito (la riduzione della spesa pubblica) giustifica la diversità di trattamento tra dipendenti pubblici e privati, poiché solo i primi sono remunerati direttamente dalle casse dello Stato. Anche la censura della progressività del sistema fiscale sembra mal posta, proprio perché la decurtazione è volta a rendere la manovra socialmente più equa, richiedendo un maggiore contributo in ragione del maggiore reddito.

Ancora più discutibile, infine, appare il terzo punto (che è quello centrale). Esso si basa sull’assunto, confermato dalla giurisprudenza costituzionale, che il previsto meccanismo di progressione rappresenti l’attuazione del principio costituzionale di indipendenza dei magistrati, poiché, tra l’altro, evita che siano costretti a periodiche rivendicazioni nei confronti degli altri poteri. Se ciò è indubbiamente vero, sfugge il nesso logico con l’attuale situazione. La manovra, infatti, non pregiudica il meccanismo della progressione, limitandosi a causarne una sospensione eccezionale e temporanea, la cui legittimità deve essere valutata attraverso i principi di ragionevolezza, necessità e proporzionalità. Ed è obiettivamente difficile sostenere che le imperative esigenze di stabilità finanziaria e monetaria che hanno imposto l’adozione della manovra non la giustifichino.

Proprio la considerazione dell’esatto contesto in cui si colloca l’adozione della manovra avrebbe dovuto indurre la giunta esecutiva dell’ANM a un atteggiamento più prudente. Come sembra confermare, malgrado si mantenga lo stato di agitazione e lo spauracchio dello sciopero, la parziale retromarcia fatta successivamente dall’ANM che “prende atto della grave situazione di crisi economica del Paese e ribadisce che i magistrati non intendono sottrarsi al loro dovere di cittadini e di contribuenti”.

In verità, sembra prevalere un approccio più concreto, volto a sfruttare la possibile azione di lobbying in occasione degli incontri istituzionali e, soprattutto, successivamente all’entrata in vigore delle misure contestate, una concertata azione di consulenza e assistenza per la tutela giudiziaria. Con la singolare situazione in cui magistrati si rivolgeranno ad altri magistrati per lamentare la violazione dei comuni diritti e interessi. Con quale esito non è difficile immaginare.

In conclusione, come la stessa ANM riconosce, è evidente che la sua dura presa di posizione è anche dovuta allo stato di perenne conflitto con parte dell’attuale Esecutivo, che pare essere senza via di uscita, almeno finché ciascuno dei contendenti non acquisterà la consapevolezza che ormai le reciproche ragioni sono oscurate dai rispettivi torti.


Autore: Giacomo Canale

Consigliere della Corte costituzionale e dottorando in diritto pubblico presso l'Università degli Studi di Roma Tor Vergata, dove collabora con la cattedra di diritto costituzionale. Ha frequentato il 173° corso varie Armi dell'Accademia Militare di Modena e prestato servizio in qualità di addetto di sezione presso il Reparto Affari Giuridici ed Economici del personale dello Stato Maggiore dell'Esercito. Le opinioni qui espresse sono strettamente personali e non impegnano l'istituzione di appartenenza

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