In Facebook l’editore c’è, ma non si vede, la libertà si sente, ma a volte non c’è

– Privacy. Una parola fino a pochi anni fa sconosciuta ai più. Oggi, invece, è uno degli argomenti politici maggiormente trattato ed invocato. Eppure fino a pochi anni fa la maggior parte dei cittadini non sapevano di poter aspirare ad un diritto alla privacy, alla privatezza. Non sapevano di poterla avere. E questa privatezza parrebbe essere a rischio nei social network.

I social network sono, tra gli altri, quelle reti sociali di comunicazione, di scambio, di condivisione, che in attività perenne stanno colonizzando il web. Uno di essi è Facebook. E’ una community di più di 500 milioni di utenti. Il suo fondatore, il giovanissimo miliardario Mark Zucherberg, pochi giorni fa ha dovuto chiedere scusa  agli utenti, e lo ha fatto dalle prime pagine dei giornali. Si è scusato per le falle presenti nel sistema di gestione dei dati personali dell’utente, ed ha dichiarato che anche in futuro Facebook non condividerà informazioni personali con persone o servizi indesiderati,  non offrirà agli inserzionisti le informazioni personali degli utenti, non venderà  mai informazioni a nessuno e rimarrà un servizio gratuito per tutti.  Intanto il 31 maggio scatterà l’operazione “abbandona Facebook”, lanciata da un movimento di protesta che dovrebbe condurre a diserzioni di massa dal famoso social network.

Facebook tutti lo conosciamo e tutti ne parliamo, ma quando è comparso in Italia, circa due anni fa, si è montata una vera e propria campagna di stampa che aveva come unico obiettivo quello di sminuzzare e dissezionare il giocattolino, alla ricerca di ogni ipotetico indizio di una sua dannosità o ridicolaggine.

Qui tra i miei ritagli ho ben diciotto articoloni che sui più importanti giornali italiani descrivevano Facebook come, più o meno, il più magnificente sintomo del quasi totale rincretinimento dei giovani e meno giovani italiani.

Ma Facebook serve a comunicare. E visto che tutto ciò che serve a comunicare prima o poi diventa utile, ecco che oggi questo social network è usato da tutti, anche da quelli che due anni fa lo spernacchiavano e deridevano.

In Italia temiamo tutto ciò che rappresenta una novità, ma poi, se ne capiamo l’utilità, tendiamo a dimenticare di averlo osteggiato. Quando comparve la televisione una intera fetta della cultura nazionale si schierò contro di essa: “è un demone consumistico!”. Non lo dicevano solo i comunisti, ma, bensì, anche i cardinali ed una buona parte degli intellettuali. Chi lavorava in televisione ci rimetteva in stima culturale. Chi era amato dal popolo (televisivo) era, da molti, considerato un nemico del popolo (tout court), un suo “tentatore”, uno spacciatore di falsi valori. Poi è stata la volta dei telefonini, degli sms, dei personal computer, delle reti web, ogni volta che una nuova tecnologia della comunicazione si è presentata sulla soglia dell’immaginario italiano ecco che i nemici della trasformazione si sono scagliati nelle loro maledizioni, nei loro timori, nelle loro ansie millenaristiche.

Ogni qual volta che si presenta una nuova tecnologia della comunicazione una fetta dei nostri accreditati opinionisti la interpretano come il fattore che distruggerà la comunicazione. La televisione come azzeramento massificatorio della cultura e delle coscienza – il telefonino come azzeramento del silenzio – gli sms come azzeramento della lingua – il web come azzeramento dell’esperienza “concreta” – i social network come azzeramento del contatto “fisico” (prossemico) tra gli umani, del guardarsi negli occhi; queste sono solo alcune delle “paure” che hanno agitato i sonni di molti di coloro che hanno sempre, per statuto, sparato a zero su tutto ciò il cui obiettivo non fosse quello della conservazione. Una guerra tra vecchio e nuovo. Un moralismo antitecnologico tutto italiano.

Il problema sta nel rapporto che noi italiani abbiamo con la tecnologia come agente di cambiamento. La tecnologia (elemento costitutivo dei media) è nella società, in negoziazione con essa e metafora di essa. Ne è regolatrice e testimone; scrive, ad esempio, uno dei massimi storici dei media J. N. Jeanneney: “La nostra non è certo la prima società che comunica, ma è probabilmente quella in cui la comunicazione si è data ( con l’aiuto della tecnologia) proprie istituzioni specifiche e separate”.

I media sono tecnologie (le tecnologie editoriali,cinematografiche, televisive, telefoniche, radiofoniche, ecc) ed i media sono anche linguaggi. Ma il linguaggio (in quanto strumento funzionale a rendere possibile un’attività – la comunicazione – umana, e frutto di sperimentazioni e messe a punto ) è anch’esso una tecnologia. L’insieme dei linguaggi umani, corporei e verbali, spesso erroneamente considerato come naturale, è in realtà una espressione della tecnica umana.

Ma quali sono i modi possibili per inquadrare il rapporto tra società e tecnologia?

Quando attraverso i media si riflette sul rapporto tra tecnologia e società, la spaccatura, insanabile, è tra chi si pone in un’ottica deterministica e chi in un’ottica “negoziazionistica”.

Dal punto di vista deterministico la tecnologia si immette, impatta nel sociale, determinando una serie di riconnotazioni dell’agire macro e micro sociale, dai sistemi socio-economici, ai livelli ideologici, alle sfere interpersonali. Da questo punto di vista,  che vuole considerare la società come un organismo ridefinito e riconiugato dalla tecnologia intesa come elemento invasivo e coercitivo, la tecnologia si manifesterebbe come una sorta di batterio (o di virus) in grado di disfare gli usi, i costumi, i ruoli e le prassi sociali e di riconnotarli a proprio piacimento. Con un’azione di tipo causa effetto, la società (in un’ottica deterministica) assorbirebbe le tecnologie per poi ritrovarsi diversa, spesso sacrificando parte delle proprie tradizioni e delle proprie ragioni. Una perdita in virtù di arricchimento. Nell’ottica deterministica  la società non propone istanze, necessità, che poi vengono concretizzate tecnologicamente, ma assume, si fa agire, dalle istanze e dalle azioni della tecnologia. Secondo questo principio le invenzioni, le macchine, le armi industriali, le tecnologie dell’informazione, e con esse i media, hanno lanciato, strutturato, fatto l’uomo moderno e contemporaneo, lo hanno colpito e rifondato; ed è anche una questione di mercato, per usare le parole di E. Morin: “La concentrazione tecno-burocratica grava universalmente sulla produzione culturale di massa. Di qui la tendenza alla spersonalizzazione della creazione, alla prevalenza dell’organizzazione razionale della produzione (tecnica, commerciale, politica) sull’invenzione [intesa come creatività culturale]”.

Altra posizione, sul rapporto tra società e tecnologie è quella che, invece, riflette su di un sistema di osmosi tra esigenze sociali e sviluppi tecnologici. Le necessità sociali possono essere  già presenti e definite nella società stessa (e per cui la tecnologia dovrà semplicemente risolverle); oppure, la società (qualcuno nella società) può averle immaginate, basti pensare alla fantascienza; o ancora, queste necessità sono implicate nel concetto di società come struttura in fisiologica modificazione.

In questo caso le istanze del sociale, le sue necessità, sarebbero potenzialmente sempre in atto, concretamente visibili, ma con dei modi e delle fattezze a cui bisognerà dare forme e metafore sempre più concretamente tecnologiche – più specifiche, raffinate, articolate (e funzionali). Insomma, in un modo o nell’altro la tecnologia darebbe delle risposte materiali, concrete, a domande, richieste, a sintomi provenienti dalla società. Siamo al concetto di negoziazione tra società e tecnologia, caro a quell’ambito della sociologia che considera le forme ed i modi della tecnologia, come alcune delle risposte possibili che la scienza propone a necessità, bisogni, istanze che esplicitamente o implicitamente si concretizzano nelle diverse epoche storiche dell’agire sociale.

Questo, a mio parere, è il modo più fertile di connotare la relazione che intercorre tra società e tecnologia, forse il modo giusto. Tutto questo per dire che non dobbiamo aver paura delle nuove tecnologie della comunicazione? Certo! ma non solo. Dobbiamo combattere il nostro moralismo antitecnologico, il nuovo va sperimentato e se utile adottato …. ma attenzione a non farsi ingannare.

In un workshop universitario abbiamo chiesto agli studenti di denotare Facebook e YouTube con una sola parola, sostantivo o aggettivo, a scelta dello studente. Dallo spoglio delle risposte si è riscontrato che la parola più ricorrente è stata “libertà”. E questo è un problema. Il concetto di libertà, cavallo di battaglia di alcuni maggiori teorici dei nuovi media negli anni ’90, è difficilmente applicabile ai network on line così come ad ogni forma di medialità gestita da un editore. YouTube, ovviamente, ha un editore attivo, è il browser che organizza e controlla i filmati postati (in poche parole li gestisce). Ed anche Facebook ha un editore attivo, è la struttura di gestione del network. Ogni qual volta il luogo della comunicazione è gestito, l’indice di libertà è relativo. Tutto ciò è ovvio, ma la cosa interessante è che il web, per una serie di complessi fattori psico-cognitivi, finisce per far sospendere la consapevolezza del fruitore di muoversi in un’area testuale che ha come primo fine e scopo ideologico quello dell’ indirizzamento e della gestione dei dati e informazioni della comunicazione, anche quando è one to one tra i singoli utenti.

E poi – i gestori di Facebook spesso e volentieri eliminano gli account di molti fruitori, e senza spiegazioni compiute. Sembra normale? No non è ammissibile. Nel momento in cui una tecnologia si istituzionalizza in quanto medium, come nel caso di Facebook, i fruitori entrano in un rapporto di empatia e identificazione con il medium stesso. Il medium diventa una parte di noi, e come hanno affermato alcuni antropologi, una protensione del proprio corpo e del Sé. Eliminare l’account di un fruitore di un social network è, né più né meno, una violenza psicologica. Non è nel diritto del gestore. E’ come se la Rai decidesse di requisirmi il televisore o se qualcuno mi sequestrasse il telefono, perché li uso male. E chi decide come devo comportarmi? E perché? Se un medium è di tutti ognuno ne può far l’uso che gli pare, se invece un medium è di qualcuno che può decidere il come e il perché, allora … non è libero.


Autore: Francesco Linguiti

Si occupa di produzione culturale. È autore nella produzione audiovisiva. È docente di semiologia del testo.

One Response to “In Facebook l’editore c’è, ma non si vede, la libertà si sente, ma a volte non c’è”

  1. manghy scrive:

    Sono arrivata su fb per puro caso…Mi era arrivato l’invito da un’amica, quando ancora si procedeva tramite inviti, pratica istaurata da Small World. Nei giorni in cui i miei amici erano tutti on line si era al massimo in 30. Stranamente, una pratica di controllo come quella degli inviti ti faceva sentire piu’ libero di quella di una normale registrazione. Poi il bello, era il fatto di poter condividere la foto del tuo gatto, delle vacanze, dell’ultima festa sulla spiaggia…Guai a farlo su myspace, dove tutto doveva risultare “artistico e professionale”.
    Eppure…Eppure a lungo andare il fenomeno limitato diventa di massa, il fenomeno di massa diventa fuori controllo, il fuori controllo diventa oggetto di critica e l’oggetto di critica genera un controllore! Risultato? Ritorno al caro, piccolo, vecchio blog che era stato un po’ trascurato, dove tutti hanno un’identita’ ma non un nome e un cognome e dove l’ambiente e’ ristretto. Curioso no? Siamo riusciti a trasformare il termine “ristretto” in sinonimo di liberta’.

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