– Non si scioglie il giallo sull’abolizione delle mini-province nel quadro della manovra correttiva varata dal governo. Il presidente dell’Upi, Giuseppe Castiglione (presidente della provincia di Catania, PdL), ha ieri anticipato le “vere” intenzioni del capo del governo, che dopo qualche ora, da Parigi, ha smentito che con la manovra si intenda giungere all’abolizione delle province: “Nessun accenno nel decreto”. Ma nel testo del decreto fatto circolare e in teoria approvato dal CdM la norma c’era. E individuava criteri d’indirizzo attraverso cui, con un processo di almeno quattro mesi, si sarebbe arrivati alla soppressione di alcune province. E’ probabile dunque che sul tema si voglia operare non “dentro”, ma “in parallelo” alla manovra – ma non si sa con quali tempi – attraverso la Carta delle Autonomie, attualmente in discussione in commissione Affari Costituzionali alla Camera.

Insomma, la questione rimane aperta, anche se appare e scompare dal tavolo istituzionale. Intendiamoci, abolire alcune province non sarebbe poi un grande risparmio. Molte funzioni sarebbero infatti da redistribuire tra altri enti locali, e i costi di tali funzioni continuerebbero a pesare sui bilanci pubblici. L’abolizione sembra una cosa sensata, semmai, per altre ragioni, più di ordine organizzativo. Posto che i comuni sono enti prossimi ai cittadini, e come tali vanno salvaguardati (semmai accorpandone alcuni, ma con dovizia), e le regioni sembrano in parte trovare giustificazione proprio nella loro dimensioni, con i vantaggi derivati dalle pianificazioni su scala media e dalla competizione naturale tra regioni in Europa, se occorre sfoltire un po’ di burocrazia pubblica, le province sono il bersaglio ideale.

C’è anche un’altra ragione, non pragmatica ma ideale, per la quale un numero eccessivo di livelli di enti locali rischia di destabilizzare la centralità dell’unità nazionale, ed è la ragione per cui, ad esempio, i liberali si erano storicamente schierati contro l’istituzione delle regioni in sede di Assemblea Costituente e poi nel 1970. Tuttavia questa ragione va scemando nelle coscienze, mentre l’argomento dei costi inutili sembra toccare di più.

Vediamo ora i criteri in base ai quali individuare le province da sopprimere, stando al “vecchio” art.5 della manovra: meno di 220mila abitanti, purché non confinanti con uno Stato estero o appartenenti ad una regione a statuto speciale. Con questa norma, a fronte dell’impennata nel numero delle province a partire dagli anni ’90, si abrogherebbero “ben” nove province, di cui una sola nel nord e tutte le altre dal Rubicone in giù.

Vediamo in dettaglio. Al nord a sacrificarsi sarebbe la sola Biella, peraltro creata negli anni ’90. Molti organi d’informazione indicano in verità anche Vercelli, che però si salverebbe: il comune di Alagna Valsesia infatti confina con Zermatt, in Svizzera. Oltre ad Aosta, risparmiata per i due criteri dello Stato estero e della regione a statuto speciale, si salverebbero per il solo criterio del confine con Stato estero, ma non per il numero di abitanti, le province del Verbano – Cusio – Ossola, Vercelli, Sondrio, Belluno e Gorizia. Al centro salterebbero le province di Massa – Carrara, Fermo (appena creata), Ascoli Piceno e Rieti. Il sindaco di Massa è intervenuto proponendo di annettere la Versilia per salvare la sua provincia, ma non si esclude che prenda corpo addirittura l’antica ipotesi di riunirsi con Parma, come ai tempi del Ducato. Al sud salterebbero Isernia, Matera, Crotone e Vibo Valentia, le ultime due create negli anni ’90. Si salverebbero per il criterio dell’appartenenza a regione autonoma Enna in Sicilia e tutte le province sarde escluse Cagliari e Sassari che hanno anche un numero di abitanti “adeguato”.

Nove province quindi sotto la scure del governo. Qualcuno potrebbe pensare che sia meglio di niente, ma il provvedimento è con tutt’evidenza limitato e anche debole, perché non ripensa complessivamente la ripartizione amministrativo-istituzionale italiana, ma si limita a fissare alcuni criteri, uno quantitativo (il numero degli abitanti) e due qualitativi (i confini e le regioni a statuto speciale), che vanno a correggere quello quantitativo.

Sia chiaro, le due correzioni sono sensate. Soprattutto per quello che riguarda le province alpine, che sono fortemente penalizzate dal punto di vista economico e sociale perché la montagna mal si adatta alla nuova economia del terziario avanzato e il turismo, da sempre fonte principale di ricchezza per quei territori, spesso non basta. Questo si traduce da decenni nello spopolamento, cioè nella perdita del miglior capitale umano a favore delle grandi e medie città del nord.

Nel caso piemontese, ad esempio, laddove negli anni ’90 si sentì il bisogno di staccare Biella da Vercelli e il Verbano – Cusio – Ossola da Novara, senza il criterio dei confini con Stato estero tutte quelle province verrebbero accorpate a Novara, laddove era già stato dimostrato come un “centro provinciale” così a sud rispetto ai territori era inefficiente già per gestire il solo Vco (che infatti s’era staccato con grande soddisfazione di tutti i suoi abitanti). Con il criterio dei confini, invece, almeno si salvano Vercelli e il Vco. La prima aveva lottato con forza per la sua indipendenza da Novara dal 1859 (anno di soppressione) al 1927 (anno di ricostituzione). La seconda, istituita negli anni ’90 sostenuta da un forte movimento di pressione popolare, ha risolto oggettivamente alcuni problemi organizzativi legati alla lontananza con il vecchio capoluogo: basti pensare che da Formazza (il comune più a nord) a Novara si devono percorrere ben 155 km che, in automobile, si traducono in quasi tre ore a causa del territorio montagnoso.

Da segnalare la forte presa di posizione di Umberto Bossi il 26 maggio. Il leader leghista, irritato da una richiesta esplicita dei “finiani” di abolire tutte le province, si è premurato di difenderle esagerando nei toni (“se toccano Bergamo è guerra civile”), ma chiarissimo nella sostanza. Un tentativo di chiudere un caso che tocca le corde dei leghisti, ma il caso è davvero chiuso? Al di là delle osservazioni già esposte sull’opportunità (che si traduce in convenienza economica e in capacità di sviluppo del territorio) di mantenere alcune province, ci sono due punti sostanziali che (se il progetto naufragasse) verrebbero accantonati.

Il primo riguarda il contenimento dei costi statali. Nello stesso momento in cui si propone il congelamento per tre anni degli stipendi pubblici, e si dà gran risalto al taglio delle spese dei Ministeri, sarebbe opportuno chiarire che la pacchia è finita anche per le competenze doppie e triple a livello locale, che si traducono in costi inutili su cui – o adesso o poi – si dovrà intervenire. Anche perché, parallelamente e oltre la manovra, in teoria dovrebbe andare in porto il federalismo, e questo non potrà in alcun modo tradursi in un raddoppiamento dei costi “a regime”, pena il fallimento nella tanto agognata e propagandata “semplificazione”. Il secondo punto che si rischia di accantonare è il programma elettorale sottoscritto dal PdL e dalla Lega Nord prima delle elezioni del 2008. In quel momento l’abolizione delle province era un argomento così forte e gradito agli italiani che diventò parte integrante del programma con cui Silvio Berlusconi vinse le elezioni.

E’ vero, i programmi elettorali non sono la Bibbia, e così come possono non essere applicati “in toto”, possono anche venire modificati dai partiti in corso d’opera, senza che questo debba creare scandali. Ma allora si dica con chiarezza che l’abolizione delle province non è più nel programma elettorale con cui il PdL, la Lega e altre formazioni vinsero le elezioni del 2008.
Il che, se così fosse, scontenterebbe molti elettori del PdL, che in queste ore stanno incitando il premier a un’iniziativa personale per andare avanti proprio sulla soppressione delle province. Se non di tutte, almeno di molte.