Stoppata la ‘marea nera’ la soluzione al petrolio è nell’atomo

– E’ di ieri la notizia del successo dell’operazione “top kill” messa in campo dalla British Petroleum per arginare la fuoriuscita di greggio dalla piattaforma Deepwater Horizon, cominciata lo scorso 20 aprile al largo della Louisiana, nel Golfo del Messico. In mezzo ci sono 11 morti nell’esplosione, cinque settimane di “vomito nero”, l’equivalente di 1000 barili al giorno, 160 mila litri, due piscine olimpioniche, inarginabili, inesorabili nel loro incedere verso la devastazione dell’ecosistema locale e di un modello di sviluppo energetico sporco, insostenibile e già ai limiti dell’adeguatezza rispetto alla domanda mondiale.

Secondo uno studio reso pubblico qualche settimana fa dall’esercito statunitense già nel 2015 il petrolio estratto potrebbe non bastare a soddisfare il fabbisogno mondiale, che nel 2030 dovrebbe essere raddoppiato, richiedendo 118 milioni di barili al giorno in luogo degli 86 attuali. Per tenere il passo della domanda l’offerta dovrebbe crescere dell’equivalente delle estrazioni dell’Arabia Saudita ogni 7 anni.

Nonostante i disastri, nonostante le tensioni sui prezzi, nonostante il passo incerto e contradditorio di Obama sulle nuove trivellazioni off shore (promesse in campagna elettorale e bloccate in seguito all’incidente della piattaforma Bp), un sondaggio della Fox ha rivelato che l’82% degli americani resta favorevole alla ricerca di nuovi giacimenti petroliferi. A parte il pragmatismo americano, che rende quel popolo più immune degli altri dalle strumentalizzazioni emotive delle paure collettive, il dato è significativo. Che cosa sarebbe accaduto nell’opinione pubblica americana (figurarsi in quella europea) se invece di un incidente petrolifero si fosse trattato di un incidente a una centrale nucleare?

Ecco il punto. L’atomo continua ad essere uno straordinario collettore di paure e mistificazioni. Due piscine olimpioniche di nero petrolio riversate in mare ogni giorno colpiscono meno di un qualunque inghippo in un reattore qualsiasi. Sarà per via del timore archetipico dell’ignoto, dell’invisibile (l’atomo) rispetto al visibile (le chiazze di greggio).

Fatto sta che continuiamo a dipendere dalle fonti fossili, che continuiamo a bruciare il petrolio anche dove non sarebbe necessario, e cioè nelle centrali termoelettriche (in Italia il 66% dell’energia elettrica è prodotta in centrali alimentate con combustibili importati, il 16% dei quali è olio e altri derivati, il 66% gas, il 18% carbone), invece che utilizzarlo dove non possiamo farne a meno, cioè nell’industria chimica e nella locomozione.

Nel mondo oggi sono in esercizio 436 reattori, che producono circa il 15% dell’elettricità che usiamo. In USA ne hanno 104, seguiti dalla Francia con 59. I reattori in esercizio in Europa sono 149, concentrati in 16 paesi e producono il 35% dell’elettricità di cui si nutre il Vecchi Continente. L’Italia paga la scelta scellerata compiuta nell’87, ha un mix energetico tra i più sbilanciati al mondo, dipende in gran parte dalle forniture estere e ha dismesso un patrimonio di tecnologie e capitale umano che fino a Chernobyl la poneva tra le avanguardie del pianeta.

Adesso, spinti dalla necessità ma ancora irretiti dalla prospettiva di sollevazioni da parte delle popolazioni locali, ci riproviamo, e nel giro di tre anni Enel dovrebbe dare il via ai lavori della prima centrale nucleare italiana.
Si tratta di centrali di terza generazione avanzata, ciascuna delle quali produrrà 12 miliardi di kWh l’anno, pari a circa il 4% del consumo nazionale, il fabbisogno di 4 milioni di famiglie.

Il nucleare è pulito, senza emissioni di Co2, minori rischi ambientali e garantisce prezzi meno volatili dei combustibili fossili. Ma per l’ambientalismo né né (né nucleare né fonti fossili) continua a rappresentare l’anticristo. Perché?

Le scorie. I rifiuti prodotti da un impianto nucleare sono di tre tipi, a seconda dei tempi di dimezzamento della radioattività residua. I primi due tipi (bassa e media attività) impiegano tra i 30 e i 300 anni per smaltire il carico radioattivo e costituiscono oltre il 95% del processo di risulta di un impianto come quello sopra descritto. Il terzo tipo (alta attività) è costituito da rifiuti solidi e liquidi provenienti dagli impianti di trattamento e da combustibile esaurito e impiega migliaia di anni prima di tornare a livelli di radioattività naturale. Questo tipo di rifiuti viene prima stoccato in piscine presenti nelle centrali (5-10 anni) e poi ha due strade alternative davanti:

– l’immagazzinamento in depositi a secco o in acqua presso la stessa centrale, nell’attesa del trasferimento presso depositi di tipo geologico;
– il riprocessamento, che è una sorta di riciclo del combustibile nucleare, oggi applicato da Francia, Regno Unito, Giappone, Russia e India e che riduce moltissimo il volume di scorie radioattive.

In ogni caso la mole di rifiuti prodotti da una centrale atomica (da 1600 MW) non è minimamente comparabile con quelli da altre fonti. Si tratta per le prime due categorie di rifiuti dell’equivalente di un container e mezzo all’anno; il terzo tipo, quello più pericoloso, arriva a riempire la settima parte di un container in un anno. Per fare la stessa energia con combustibili fossili servirebbero 280 navi da 100 metri cubi di gas, 120 da 150000 tonnellate di olio, 276 navi da 100000 tonnellate di carbone. Dimenticavo di dire che le navi in questione sarebbero lunghe 280 metri, mentre il container suddetto solo 12.

Capitolo costi. Il costo di generazione da carbone e nucleare è molto inferiore rispetto a quello da ciclo combinato a gas. Fatta 100 la media, entrambi costano 80. A differenza del carbone, però, l’energia nucleare è contraddistinta per l’85% da costi fissi, e quindi il suo costo di generazione è meno suscettibile alle variazioni del costo del combustibile. Per capirci, l’aumento del 100% del prezzo del gas provoca un aumento del 70% del costo di generazione di una centrale termoelettrica. Lo stesso aumento del prezzo dell’uranio incide solo per l’8% sul costo di produzione di energia da nucleare.

Alla base di questa analisi c’erano due premesse implicite che val la pena, a questo punto, di esplicitare. La prima è che rispetto a fonti fossili e atomo gli ambientalisti né né ci direbbero che esistono le fonti alternative. Per quanto importanti, ho ritenuto di non considerarle perché non è da esse che riusciremo a trarre il grosso dell’energia che divoriamo, per lo meno non allo stato attuale della tecnica e non in presenza di incentivi folli che sussidiano soluzioni tecniche immature a danno della ricerca vera.

La seconda premessa è la fiducia che chi legge abbia voglia di affrontare il problema energetico con raziocinio e buon senso. Nulla a questo mondo è a rischio zero, nemmeno respirare. E il nucleare non sfugge alla regola. Tuttavia, date le conoscenze e visto il trend crescente della domanda di energia globale, esso resta, e i dati esposti vorrebbero contribuire a dimostrarlo, la fonte più sostenibile e sicura a disposizione dell’uomo.  Chi vuole dissentire è libero di farlo. Ma sappia che l’alternativa non sono le energie alternative, bensì nuove trivellazioni o, al più, il blocco della domanda attraverso la fame nei paesi emergenti. A noi la scelta.


Autore: Lucio Scudiero

Classe 1986, è laureato in Giurisprudenza presso l’Università Federico II di Napoli. Quando non scrive nè edita bozze altrui studia a un master di diritto europeo, in attesa di potersi dedicare alla storia moderna, alla musica e ai classici della letteratura. E' incidentalmente caporedattore di Libertiamo.it.

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