L’Italia ha tagliato i fondi per l’Africa. Per qualcuno non è una cattiva notizia

Secondo Bob Geldof l’Italia dovrebbe essere espulsa dal G7. Questo perché non avrebbe rispettato gli impegni presi cinque anni fa a Gleneagles, in Scozia, quando i capi di governo delle sette nazioni più industrializzate del pianeta stabilirono di raddoppiare la quota di aiuti all’Africa, portandola a 50 miliardi di dollari annui. Mentre altri paesi, Stati Uniti e Regno Unito su tutti, hanno onorato i loro impegni, ed altri hanno comunque messo in campo sforzi degni di nota, il comportamento dell’Italia rischia di vanificare tutto il lavoro fatto finora: l’Italia infatti, secondo il rapporto che annualmente monitora la situazione, avrebbe addirittura ridotto del 6 per cento gli stanziamenti in favore del continente africano.

Non c’è dubbio che a non onorare gli impegni presi non si fa mai bella figura, ma le parole di Bob Geldof e della sua organizzazione (della quale divide la leadership con Bono Vox degli U2), stridono fortemente con le parole di altri, che l’Africa la conoscono abbastanza bene. E’ il caso di Dambisa Moyo, secondo la quale gli aiuti non solo non possono guarire l’Africa, ma sono all’origine di molti dei suoi mali.

Dambisa Moyo viene dallo Zambia, il padre era minatore e lei, dopo il master ad Harvard, ha conseguito il dottorato in economia a Oxford ed ha lavorato per otto anni come analista in Goldman Sachs. Il suo primo libro, “Dead Aid”, pubblicato in questi giorni in Italia da Rizzoli con il titolo “La carità che uccide”, l’ha resa talmente celebre da far sì che Time la inserisse nel 2009 tra le 100 personalità più influenti del pianeta. Di recente è stata in Italia, invitata dall’Istituto Bruno Leoni, e in un’intervista a Panorama ha spiegato le sue ragioni:

Dalla fine della Seconda guerra mondiale i paesi in via di sviluppo hanno ricevuto oltre 2 mila miliardi di dollari in aiuti, metà dei quali finiti in Africa. Non solo non sono serviti, sono diventati essi stessi la principale causa della tragedia africana. Tra il 1970 e il 1998, quando il trasferimento di capitali verso i paesi del Terzo mondo ha raggiunto l’apice, il tasso di indigenza in Africa è salito al 66 per cento e nei paesi più assistiti la crescita economica ha subito una contrazione annua dello 0,2 per cento. Oggi 600 milioni di africani, metà della popolazione del continente, vivono sotto la linea della povertà…

Gli aiuti non servono, anzi sono dannosi: favoriscono la corruzione e le rendite, oltre ad essere un disincentivo allo sviluppo, che invece può venire solo dagli investimenti stranieri:

In Etiopia, dove gli aiuti formano il 90 per cento del bilancio pubblico, solo il 2 per cento della popolazione ha accesso alla telefonia mobile; il Botswana, che ha abbracciato l’economia di mercato, ha ritmi di crescita asiatici. L’Africa deve imparare dalla Cina, che si è aperta al commercio, agli investimenti, alle esportazioni. E che con 4 mila miliardi di dollari di riserve valutarie, e un’inesauribile fame di materie prime, è oggi il partner ideale dell’Africa: hanno realizzato più infrastrutture i cinesi in 5 anni che gli americani in mezzo secolo.

Dambisa Moyo non è l’unica a predicare il libero mercato come terapia per il continente africano: anche la giovane giornalista keniota June Arunga, nel suo documentario “The Devil’s Foothpath” aveva mostrato come all’origine del sottosviluppo vi sia la corruzione delle elites locali, l’opacità dei diritti di proprietà, l’assenza di rule of law e l’abbondanza di barriere poste al libero operare dei mercati. Le cifre le danno ragione, stando ai dati di pochi giorni fa sulla situazione economica dello Zambia: nella terra di Dambisa Moyo

il prodotto interno lordo crescerà, secondo un rapporto dell’Istituto nazionale di statistica, dell’8 per cento, contro una previsione iniziale del sette e a fronte del 5,9 per cento con cui e’ stato archiviato il 2009. A spingere l’economia locale saranno il buon andamento della produzione agricola e la crescita degli investimenti dall’estero, specialmente dalla Cina. Gia’ nel primo trimestre 2010, ha spiegato il ministro per il Commercio e l’Industria, Felix Mutati, gli investimenti esteri sono schizzati a un valore complessivo di 1,3 miliardi di dollari, contro i circa 200 milioni registrati nell’analogo periodo dello scorso anno.

Dambisa Moyo è abituata a non raccogliere troppe simpatie nelle istituzioni sovrannazionali, Unione Europea e Nazioni Unite su tutte, e tra le associazioni attive nella cooperazione, come quella di Bob Geldof. Il cantante non se la prenderà, dunque, se l’economista africana ritiene che la scelta italiana di ridurre i fondi per gli aiuti allo sviluppo, benché motivata da esigenze interne di bilancio, non sia necessariamente un male.

La crisi è un’opportunità per l’Africa: i donatori occidentali devono tagliare i fondi. L’Italia lo ha già fatto. Così, forse, gli africani capiranno che devono cominciare a camminare con le proprie gambe.


Autore: Giordano Masini

Agricoltore, papà e blogger, è titolare di una azienda agrituristica nell'Alto Viterbese e si interessa prevalentemente di mercato, agricoltura, scienze e sviluppo curando il blog lavalledelsiele.com. Prima di tutto ciò è nato a Roma nel 1971, ha studiato storia moderna e ha provato a fare politica qua e là, sempre con scarsa soddisfazione.

8 Responses to “L’Italia ha tagliato i fondi per l’Africa. Per qualcuno non è una cattiva notizia”

  1. Marco Olivetti scrive:

    Sebbene sia un sostenitore del libero mercato e della responsabilizzazione degli individui, non sono molto d’accordo con questo articolo. Sono d’accordo sul fatto che i soldi in Africa si siano più sperperati che altro, ma piuttosto di tagliare i fondi credo sarebbe meglio direzionarli verso altre mete. Certe quantità di soldi dovrebbero essere date alle ONG che aiutano direttamente la popolazione bypassando lo stato e nel frattempo portano know-how e idee alla popolazione. Altre quantità di soldi invece dovrebbero servire a creare istituzioni culturali che, oltre ad istruire sui valori liberali delle nostre società (senza imporgli nessuna idea, ovviamente), insegnino le tecniche di base per far fiorire economia e società. Dopo questi passaggi si potrà parlare di libero mercato, ma al momento non credo che il continente nero sia pronto.

  2. Vittorio scrive:

    L’articolo racconta parzialmente la vicenda. Non solo c’è stato l’annuncio del taglio del 6% agli aiuti, ma di quanto promesso non è stato versato sotanzialmente nulla. Se si considerano gli aiuti dannosi non si promettono nemmeno, ma in questo modo l’Italia a mezzo dei propri rappresentanti ha fatto una figura ignobile.

  3. Patrizia Franceschi scrive:

    Io sono d’accordo di non dare tanti finanziamenti. Come si dice, insegnar loro a prendere il pesce e non a portarglielo già pescato.
    Anche perchè nonostante tutti i paesi abbiano contribuito in questi anni passati, non è che le cose siano molto migliorate. Molte volte sono soldi finiti per comperare armi e non vorrei contribuire a mandare ragazzi a sparare.

  4. Giordano Masini scrive:

    @Vittorio. Non credo di avere omesso nulla di rilevante, né credo che il mio articolo possa apparire una difesa delle scelte del governo. A non rispettare gli impegni, ho precisato, non si fa mai bella figura. Per me la vicenda è stata l’occasione per parlare delle posizioni di Dambisa Moyo, che giudico decisamente interessanti. Sono le sue affermazioni quelle che ho citato, non quelle dei nostri ministri.
    @Marco. La stessa Moyo nei suoi scritti fa molte distinzioni, ma non sempre gli interventi delle Ong producono i risultati sperati. Come nel caso di quei produttori africani di zanzariere che hanno dovuto smettere di produrre perché una Ong americana (mi sembra, cito a memoria) aveva cominciato a distribuirle gratuitamente alla popolazione. In un caso del genere si è partiti da una ottima intenzione, quella di difendere la popolazione dalla malaria, e si è finiti per creare una situazione di dipendenza dagli aiuti, per cui al termine dell’intervento della Ong si ritorma a una situazione peggiore di quella di partenza. Succede ancora più spesso in agricoltura, dove le nostre eccedenze impediscono il fiorire dell’agricoltura locale.
    Quanto al libero mercato, non credo che sia una condizione alla quale ci si prepara in qualche modo, anzi…

  5. Fabio scrive:

    Salve, volevo fare i complimenti per l’articolo. Tra l’altro la Moyo non è certo l’unica a sostenere queste posizioni. Ho trovato questa intervista ad un giovane economista del Kenya (James Shikwati) che dice più o meno le stesse cose: http://www.spiegel.de/international/spiegel/0,1518,363663,00.html . Poi dubito fortemente che l’Italia abbia tagliato gli aiuti perchè qualcuno ha ascoltato la Moyo, però pazienza…

  6. Giordano Masini scrive:

    @Fabio. Grazie per la segnalazione. L’intervista a Shikwati, realizzata proprio in occasione del vertice di Gleneagles, è molto interessante.

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