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Gli alibi di un Paese che non crede più nell’istruzione e nel lavoro. Intervista a Federico Fubini

– Ognuno di noi si sarà reso conto di come non sia semplice addebitare ad una persona le sue responsabilità. Qualcuno le ammette. I più non le accettano con lealtà, cercano di scaricarle su altri o di negarle sfacciatamente.
In politica, purtroppo, questa “prassi”  è molto diffusa . Spetta denunciarla agli opinion maker più consapevoli del ruolo di narratori e interpreti della realtà. Proprio su alcuni dei vizi, delle ipocrisie e degli alibi nazionali più diffusi ho chiesto l’opinione del giornalista economico del Corriere della Sera Federico Fubini.

In questa rubrica parliamo in genere di immigrazione e dei temi dell’identità, della coesione sociale e della cultura civile che si intrecciano con l’immigrazione. Ma si può parlare di immigrazione anche a partire dalla enorme sproporzione tra i redditi tra “noi” e “loro” e dai differenziali di potere di acquisto, in base ai quali in alcune regioni del mondo si vive con poche centinaia di dollari l’anno….
Chi guadagna 2 dollari al giorno è sempre povero, anche in nazioni come il Sudan o il Vietnam dove il costo della vita è molto basso. Ma la cosa interessante è che nei paesi in via di sviluppo vi è molto più spesso che da noi una percezione viva della possibilità di migliorare la propria condizione di vita grazie all’impegno e all’energia che si mette nell’imparare a fare le cose e nel farle bene. In stati come il Vietnam, la Cina, ma anche il Rwanda le persone toccano con mano la possibilità di “crescere” grazie all’istruzione e al lavoro. In Italia manca questa percezione, perché non è più così chiara questa relazione.

Come accadeva in Italia nei mitici anni ’60 del boom economico?
Esatto.

Perché in Italia non vi sono le stesse possibilità di miglioramento delle condizioni di vita attraverso l’istruzione e il lavoro?
Il principale problema italiano è lo scarso riconoscimento del merito. Il sistema di istruzione non è adeguato: nelle Università si studiano materie che non sempre incrociano le esigenze del sistema produttivo. Molte imprese scarsamente competitive non investono sull’innovazione e sulla produttività dei fattori, ma, quando serve, scaricano i loro eccessivi costi di produzione sulle fasce più deboli, meno protette dei lavoratori.

E’ il grave  problema del mercato del lavoro duale, che rende sconveniente la formazione del personale più giovane e flessibile, che, quando serve, sarà il primo ad essere sacrificato.
Si, il nostro mercato del lavoro è diviso in due. Da una parte vi sono fasce estremamente protette, dall’altra un gran numero di lavoratori, in particolare giovani dai 16 ai 35 anni, spesso assolutamente privi di tutele. Perdono il lavoro più facilmente, non hanno la possibilità di seguire dei coerenti percorsi di carriera e di formazione professionale sul posto di lavoro, non sono aiutati da istituti di welfare efficienti.

Quindi non sono gli immigrati, che pure a volte accettano salari più bassi pur di lavorare, a deprimere il mercato del lavoro italiano, ma i meccanismi stessi del sistema duale?
Si e se non si pone rapidamente fine a tale dualità del mercato del lavoro creeremo un chiaro fattore di instabilità sociale. In Spagna, con un mercato duale simile al nostro, il governo è dovuto intervenire perché la situazione era divenuta insostenibile.

Perché in Italia non si interviene?
Occorrerebbe un intervento da parte di forze politiche responsabili e lungimiranti, che ragionino nel medio e non nel brevissimo periodo. Purtroppo questo è mancato in Italia. Qualche timido tentativo è stato fatto più dal centrosinistra, che dal centrodestra. Questo sarebbe un compito tanto della politica che delle parti sociali. Ma i sindacati per lo più non sembrano voler dare un contributo a causa dei vincoli legati alla loro composizione, per lo più pensionati e lavoratori appartenenti alla fasce protette. E anche le associazioni dei datori di lavoro sembrano fin troppo contente di avere una parte dei loro dipendenti in condizioni di estrema flessibilità e a basso costo.

Qual’ è l’ostacolo al riconoscimento del merito nelle imprese e nella pubblica amministrazione?
In parte conta l’idea pessimistica che come popolo non siamo adatti a far funzionare correttamente i criteri meritocratici. All’introduzione di criteri di merito nelle aziende e nella pubblica amministrazione si obietta che essi saranno interpretati in modo arbitrario, per favorire gli amici e offrire loro maggiori possibilità di successo, e dunque non per premiare i più meritevoli, ma i più fedeli, affidabili, gregari. Per questo si va avanti con l’automatismo degli incentivi a pioggia e degli scatti retributivi automatici legati all’anzianità di servizio.

Con la conseguenza che i “talenti” italiani scappano all’estero e quelli stranieri non entrano in Italia….
Spesso purtroppo è così.

Cosa ne pensa del boom dell’imprenditoria individuale degli stranieri in Italia?
Penso che sia un fatto estremamente positivo nei limiti della nostra scarsa propensione all’integrazione. Si tratta di  persone che affrontano grandi  cambiamenti culturali e di stile di vita ricavandone un incentivo fortissimo a migliorare il loro status.

E’ anche questo un segno di come la globalizzazione economica sia un fenomeno concreto, visibile…?
Spero che finisca presto il dibattito pro o contro la globalizzazione. E’ come se dovessimo essere pro o contro la terra che abitiamo, l’aria che respiriamo….non ha senso . Sia le critiche che le apologie della globalizzazione sono datate. Poi chi sbraita contro la globalizzazione in realtà spesso strumentalizza i timori verso le aperture dei mercati per conservare antichi privilegi più sociali, che culturali. La Germania, la Svezia hanno accettato la globalizzazione mantenendo tuttavia il loro welfare e la loro cultura.

Dall’intervista con Fubini ho tratto la conclusione che l’Italia rischia di diventare come un’ immensa Harlem. Come molti afroamericani per emanciparsi o affermarsi velocemente vogliono diventare attori o campioni dello sport, da noi sono in troppi a sognare una via breve per il successo basata sulla fortuna, la capacità di relazione e le regole della “società dello spettacolo”. Ma non sempre il successo e la riuscita professionale si misura con strumenti simili allo share televisivo.

In altri paesi come la Cina, il Vietnam o il Brasile le persone hanno netta la sensazione di poter raggiungere degli obiettivi nella vita migliorando la qualità della loro istruzione e del loro lavoro. Questo meccanismo in Italia non funziona più, ma bisogna “aggiustarlo”.

Renato Zero si è pronunciato contro i “talent show” televisivi, perché illudono i giovani sulla possibilità di raggiungere degli obiettivi nella vita in modo estemporaneo, senza una selezione basata sull’ istruzione e sulla  dura “gavetta”. Non c’entra? C’entra moltissimo, secondo noi.


Autore: Giovanni Papperini

Giovanni Papperini. Laureato in legge, libero professionista, 57 anni, esperto di corporate immigration e relocation, vive e lavora nel quartiere “Talenti” a Roma e, come titolare dello Studio Papperini Relocation ( www.studiopapperini.com ) e Presidente del Ciiaq ( info@ciiaq.org - Comitato italiano immigrazione altamente qualificata), si occupa di attrarre talenti da ogni parte del mondo in Italia, aiutandoli a superare gli ostacoli della burocrazia e ad integrarsi nella realtà del Paese.  Ha “attratto” dall’Austria anche la moglie, con cui ha avuto due gemelli.

One Response to “Gli alibi di un Paese che non crede più nell’istruzione e nel lavoro. Intervista a Federico Fubini”

  1. iulbrinner scrive:

    Forse c’è dell’altro.
    A me sembra che ciò che è venuta meno – anche e soprattutto in termini culturali (ossia di comportamenti diffusi) – è l’etica del dovere e del sacrificio.
    Etica che può nascere, a mio avviso, solo dallo stato di necessità, dalla fame e dal bisogno.
    In assenza di questi presupposti dovere e sacrificio non conservano molto senso; è quasi inevitabile.

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