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Una manovra senza ‘lacrime e sangue’ e senza riforme per la crescita

– La crisi greca ha innescato una spirale pericolosa alla quale gli stati europei, inclusa l’Italia, stanno cercando di reagire varando sostanziose manovre correttive dei conti pubblici. In questo quadro, l’Italia ha la complicata missione di mantenere solido il bilancio dello stato e creare le premesse della crescita, senza le quali non sarebbe in grado di scongiurare il “rischio Grecia” nel medio termine. Purtroppo, la crescita è ancora lasciata ai margini del dibattito, quando al contrario sarebbe il momento ideale per varare riforme importanti.

La premessa doverosa è sottolineare che questa crisi finanziaria origina non dai mercati, ma dalla politica e dagli stati. I mercati, per quanto mossi da “avidi speculatori”, sono comunque buoni giudici in grado di valutare la stabilità dei sistemi. Non è un caso che le speculazioni non abbiano preso di mira la Germania o la Danimarca, ma la Grecia, ovvero un paese con altissimi tassi di evasione, alta spesa pubblica e bassa crescita. É la politica, non i mercati, che ha creato le condizioni di debolezza greca e che ha portato i PIIGS sull’orlo del baratro.

La risposta deve essere politica ed una manovra di tagli severi – come usa dirsi impropriamente di “lacrime e sangue” – non può esimersi dall’affrontare i nodi cruciali, che impediscono al paese di crescere. Tremonti ha ragione a sottolineare che mettere in sicurezza i conti potrebbe garantire all’Italia una buona protezione dalla crisi, ma dimentica che sono anche le prospettive di bassa crescita a rendere il Belpaese a rischio speculazione, visto che gli investitori potrebbero temere che l’Italia non sia in grado di sostenere troppo a lungo il proprio debito pubblico.

Pertanto, rigore e crescita avrebbero dovuto avere pari dignità all’interno della manovra approvata qualche giorno fa dal Consiglio dei Ministri, ma pare che il governo abbia perso un’altra occasione per fare le riforme. Sono i momenti di crisi quelli in cui è più facile convincere i cittadini della necessità di ristrutturare il sistema con l’obiettivo di avere un futuro migliore. Al contrario, il governo sembra avere scelto la prudenza e l’attendismo in attesa di “tempi migliori” per fare le riforme che aumentino la competitività del sistema e l’equità sociale.

Innanzitutto, è ora di approvare una riforma fiscale che sposti la tassazione dal lavoro ai consumi e al patrimonio. Non è un sistema sostenibile quello in cui i figli di proprietari di yacht e Porsche sono anche quelli che hanno diritto ad ottenere le borse di studio per le università, mentre un lavoratore costa al datore troppo di più di quello che effettivamente intasca, a causa di una contribuzione previdenziale e di una imposizione fiscale abnorme, che disincentivano il lavoro e incentivano l’illegalità. Una riforma fiscale basata su principi diversi è un passaggio inevitabile per la lotta all’evasione di cui tanto si parla in questi giorni, e la crisi potrebbe certo essere una motivazione valida ad alleviare l’eventuale ricaduta in termini elettorali.

Misure che incoraggino la competizione e l’accesso ai mercati sono oggi improrogabili. Nei paesi più competitivi, aprire un’azienda, accedere al credito e investire su se stessi e su nuove idee non è solo semplice, ma anche fortemente incoraggiato dalle istituzioni. In Italia per aprire una partita IVA e gestire un’attività non bisogna essere buoni imprenditori ed avere buone idee, ma essere in grado di sopravvivere alla burocrazia ed alle incomprensibili regolamentazioni. In tempi di “lacrime e sangue” una drastica semplificazione dell’accesso all’impresa ed una riforma del sistema di welfare che accompagni le persone in queste fasi sono misure ragionevoli sulle quali costruire la crescita.

Infine, l’Italia deve sfruttare i capitali stranieri ed è assolutamente indispensabile dotare il sistema giudiziario di elementi che permettano processi rapidi e procedure efficaci. Ad esempio, negli Stati Uniti solo il 5% di tutte le cause arriva a giudizio grazie ad una serie di norme che rende più costoso e pericoloso il processo rispetto a qualsiasi accordo in fase pre-processuale. Un sistema legale prevedibile ed efficiente garantisce soprattutto i più deboli (lavoratori, famiglie, etc), ma anche le aziende straniere che potrebbero, per varie ragioni, investire in Italia ma non lo fanno perché scoraggiate da un farragginoso ed oscuro funzionamento dell’amministrazione pubblica, contro il quale il sistema giudiziario sarebbe in grado di proteggerle.

Una seria riforma fiscale impostata sui consumi e sulle rendite, misure che semplifichino l’accesso all’impresa ed al credito, e norme che rendano efficace il ricorso alla giustizia sia in sede civile, sia in sede penale non sarebbero riforme a basso costo che gli italiani accetterebbero in tempi di “lacrime e sangue”?


Autore: Francesco Giumelli

32 anni, insegna Relazioni Internazionali e Studi Europei alla Metropolitan University Prague. Studia e si occupa di conflitti, politica estera e sanzioni internazionali. Autore di "Coercing, Constraining and Signalling. Explaining UN and EU Sanctions after the Cold War" con ECPR Press e curatore del blog Tucidide (tucidide.giumelli.org).

8 Responses to “Una manovra senza ‘lacrime e sangue’ e senza riforme per la crescita”

  1. filipporiccio scrive:

    “In Italia per aprire una partita IVA e gestire un’attività non bisogna essere buoni imprenditori ed avere buone idee, ma essere in grado di sopravvivere alla burocrazia ed alle incomprensibili regolamentazioni.”

    Parole sante. E non mi sembra che questa manovra faccia nulla per migliorare questa situazione, anzi dovrò perdere mezza giornata (delle poche giornate libere da incombenze burocratiche che mi restano per lavorare) per capire la questione delle fatture telematiche col commercialista.

    A quelli che commentano la manovra dal punto di vista dei massimi sistemi sembrerà una cosa da poco, ma se passa quest’idea dell’obbligo di comunicare ogni fattura sopra i 3000 euro al fisco, che è una pura vessazione nei confronti dei contribuenti onesti, non voterò mai più per il PdL. Non è possibile che per fare una fattura oggi si arrivi a dover:
    1) chiedere il DURC all’INAIL;
    2) emettere la fattura, registrarla e mandarla al cliente insieme al DURC;
    3) comunicare la fatturazione al fisco;
    4) pagare l’IVA;
    5) PREGARE di essere pagati, perché lo stato pensa solo a incassare la sua parte (da me) e non certo a far incassare a me il dovuto (che dovrebbe essere il presupposto della tassazione).

    “Inversione dell’onere della prova” e altre amenità sono cose indegne di un paese libero. Facciamo così: io fatturo al cliente e comunico tutti i dati allo stato, poi se non c’è traccia del pagamento alla scadenza (che non c’è mai), lo stato va a chiedere le mie tasse al cliente. Va bene? Tanto che la giustizia si metta a funzionare in modo da garantirmi di essere pagato a scadenza non ci spero più.

  2. william longhi scrive:

    “è ora di approvare una riforma fiscale che sposti la tassazione dal lavoro ai consumi e al patrimonio. Non è un sistema sostenibile quello in cui i figli di proprietari di yacht e Porsche sono anche quelli che hanno diritto ad ottenere le borse di studio per le università, mentre un lavoratore costa al datore troppo di più di quello che effettivamente intasca, a causa di una contribuzione previdenziale e di una imposizione fiscale abnorme, che disincentivano il lavoro e incentivano l’illegalità. ” parole sante. ottimo articolo.

  3. mitch scrive:

    norme che rendano efficace il ricorso alla giustizia sia in sede civile, sia in sede penale non sarebbero riforme a basso costo che gli italiani accetterebbero in tempi di “lacrime e sangue”?

    Esatto! Un libro uscito da poco (“In attesa di giustizia”) elenca diverse riforme possibili, sia in sede civile che in sede penale, e specifica che sono a costo ZERO!
    NB Gli autori sono un avvocato di sinistra e un magistrato liberale e moderato. Ciò nonostante convergono su quasi tutte le riforme, a dimostrazione che la giustizia non è di parte, né le ricette sul come farla funzionare sono appannaggio di qualche categoria. Eppure…

  4. Alessio scrive:

    L’articolo mi lascia piuttosto perplesso. In particolare la proposta di tassare i patrimoni. Queste sono proposte che piacciono molto alla sinistra socialista e comunista. Ma nella pratica Visco finisce per tassare il risparmio di chi lavora e produce. Chi effettivamente possiede patrimoni vive in Svizzera (dove queste tasse non esistono) o non ha difficoltà nel creare veicoli societari che lo schermino completamente da questo tipo di imposizione fiscale. E guardate che questo non avviene solo qui: i veri possessori di ricchezza fanno nella maggior parte così in Francia,in Germania, in Gran Bretagna e via dicendo. Parlare di tassazione dei patrimoni o delle rendite è una bella immagine populistica e retorica che serve ai politici per alzare le tasse senza avere troppi problemi. Le sinistre e i socialisti con questo vanno a nozze. Molto più difficile giustificare quest’atteggiamento per dei liberali. A mio parere patrimoniali ed espropri mascherati non si accordano propriamente a una visione liberale della società. Per assurdo uno dei non tantissimi motivi per cui apprezzo Berlusconi e Tremonti è proprio il rispetto dimostrato da questi ultimi nei confronti del risparmio delle persone.

  5. Francesco scrive:

    Alessio, tassare i patrimoni e basta sarebbe poco liberale, e tu non mi troveresti mai d’accordo. Pero’ io scrivo un’altra cosa, ovvero dico di tassare i patrimoni (ed i consumi) anziche’ il lavoro. Anche gli stati liberali devono imporre le tasse, bisogna solo decidere 1. che tasse imporre e 2. come spenderle. L’Italia di oggi tassa il lavoro (cosi’ solo gli eroi lavorano di piu’) e non tassa le rendite di posizione. Io suggerisco di togliere l’incentivo a non lavorare e di sostenere chi lavora, investe, crea sviluppo. Togliamo una zavorra dall’economia insomma…

  6. Alessio scrive:

    Non sono d’accordo, Francesco, neppure nel caso che prospetti. Per vari motivi. Alzare le tasse sul risparmio delle persone, per ottenere un leggero sgravio fiscale sui redditi non mi sembra davvero un grande risultato: le tasse rimangono, vengono solo differite in una forma che è, se vogliamo, ancora peggiore. Se prima le tasse vengono pagate al momento della generazione del reddito, poi queste stesse diventano permanenti e intaccano lo stesso potere d’acquisto del risparmio. Che dovrebbero dire poi quelle persone che già hanno pagato le tasse sui redditi e che hanno messo da parte dei risparmi? Dopo che essi hanno già pagato tasse alte, tu proponi di aumentare loro anche l’imposizione su quanto hanno messo da parte: è un modo per farli sentire fessi due volte, mi sembra. Inoltre io non a caso parlo di risparmio e non di patrimoni. Perchè aumentare la tassazione sulle “rendite” non significa aumentare le tasse sui patrimoni delle persone facoltose; significa soltanto aumentare le tasse sul risparmio del ceto medio – basso. Un Agnelli per esempio ha mille possibilità per sfuggire a questo tipo di tasse. Il metodo legale più semplice consiste semplicemente nel spostare la propria residenza fiscale in un paese come la Svizzera la cui fiscalità accortamente non prevede questa tipologia impositiva. Non parliamo poi dei patrimoni degli evasori e della criminalità organizzata che strutturalmente si formano all’ombra di paradisi fiscali. Pertanto, Francesco, parlare di colpire i patrimoni in questo caso è quanto meno demagogico. La cruda realtà è che la tassazione delle rendite colpisce solo il risparmio dei cittadini comuni e che pagano regolarmente le tasse. Non solo: tasse di tipo patrimoniale sono uno stimolo ad evadere e a creare fondi neri. Sono uno stimolo a portare i capitali fuori dall’Italia. E non si tratta solo di capitali. Le risorse umane più pregiate spesso finiscono per prendere la stessa direzione dei capitali. La Svizzera su questo ha creato un sistema di grande successo che ha beneficiato soprattutto gli svizzeri stessi. La tassazione delle “rendite” non fa altro che rendere ancora più opprimente il peso fiscale dello stato sui cittadini. Crea disuguaglianza, perchè i ricchi non pagano nulla mentre i semplici cittadini risparmiatori vengono tartassati. Incoraggia l’evasione, la fuga di capitali e la fuga di persone che sarebbe meglio trattenere su suolo nazionale. Alzare le tasse sul risparmio delle persone, per ottenere un leggero sgravio fiscale sui redditi, è un gioco in perdita per gli stessi cittadini residenti che lavorano. Senza contare che non è per nulla sicuro che il gettito ottenuto con le tasse sulle “rendite” servirà ad abbassare le tasse sul reddito. Credo che in Italia ci siano stati fin troppi esempi in cui i gettiti fiscali sono stati dirottati verso tutt’altri scopi di quelli iniziali. No, Francesco, un vero liberale, secondo me, deve puntare ad abbassare le tasse, a ridurre la spesa pubblica e la presenza dello stato. I giochetti sulle aliquote non fanno altro che aggravare la situazione ed è meglio lasciarli alla sinistra e a Prodi.

  7. Alessio scrive:

    Vorrei fare anche un’ultima considerazione. Oltre alle già citate ragioni che mi fanno ritenere poco opportuno per un liberale aderire alle “argomentazioni” della sinistra in merito alla tassazione delle impropriamente dette “rendite” finanziarie, ci sono anche altre considerazioni di ordine politico da fare. A questo proposito la vicenda di Cameron è significativa. Il leader conservatore inglese per mantenere l’alleanza con i lib-dem è pressato ad aumentare le tasse sui capital gain azionari. La cosa non piace per nulla al suo elettorato e Cameron sta perdendo consensi a rotta di collo. Su diversi giornali inglesi i tories vengono fatti politicamente a pezzi con argomentazioni simili a quelle del mio precedente commento. I lib-dem poi, diciamo la verità, di liberale hanno solo il nome. Nella politica economica hanno un’impostazione socialista, nè più nè meno dei laburisti. Quest’alleanza innaturale sta distruggendo Cameron. Il suo problema è quello di non aver vinto le elezioni e di voler governare ad ogni costo. A questo punto meglio avrebbe fatto rimanendo all’opposizione. Credo che dietro le quinte Gordon Brown e i laburisti non possano che fregarsi le mani. Ma in Italia la situazione per il PdL è completamente differente. Il centro destra nel bel paese è saldamente maggioritario. Non è un caso che qui da noi il PD e la CGIL stiano facendo di tutto per ottenere da un governo di centro destra misure fiscali patrimoniali che colpiscano i risparmiatori. Questo sarebbe un formidabile colpo al consenso del PdL e renderebbe meno difficile per il PD poter vincere le elezioni politiche italiane. Quindi attenzione a non cadere nelle trappole della sinistra.

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