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No tax area al Sud (e basta finti incentivi)

da Il Secolo d’Italia di giovedì 27 maggio 2010

La bufera giudiziaria che sta investendo il business dell’energia eolica nel Mezzogiorno, mostra – una volta di più – quanta inefficienza finiscano per generare le politiche degli incentivi. Certo, la maggior parte degli operatori hanno agito correttamente, tenendosi lontani da corruzione e criminalità organizzata, ma ciò non consente di liquidare il malaffare connesso all’installazione delle torri eoliche come epifenomeno tutto sommato marginale.

C’è un punto dirimente: l’accaparramento degli incentivi pubblici finisce per definire un mercato specifico, dove la concorrenza non si gioca a colpi di efficienza e produttività ma sulla base delle relazioni con la macchina politico-amministrativa (non è un caso che una quota cospicua del valore prodotto dalla filiera delle rinnovabili sia appannaggio dei professionisti delle scartoffie, più che dei progettisti o degli installatori). E’ qui, in questo decisivo spazio di intermediazione, che corruzione e malaffare trovano un terreno straordinariamente propizio.

Anche in questo caso la causa (nobile) della produzione elettrica con energie rinnovabili, finisce per essere l’alibi di un business che non ha come obiettivo principale i kilowatt e le quote di mercato ma le quote di incentivo pubblico. Quanti sanno che nel settore eolico i produttori partecipano alla distribuzione dei sussidi provenienti direttamente dalle bollette dei consumatori anche per la “mancata produzione”? In poche parole, se c’è una pala ferma per assenza dell’infrastruttura di trasporto dell’energia, il produttore viene comunque remunerato. Un principio banale – si autorizza la costruzione di un impianto eolico solo se c’è il modo di trasportare l’energia prodotta – è stato spesso disatteso da Regioni interessate a beneficiare dei contributi comunitari. E così, si è creato il “diritto” al sussidio da parte di tanti piccoli produttori di energia eolica cui era stato promesso che sarebbe bastato installare le torri per guadagnare.

Tutto questo mette in luce la necessità, ben oltre il settore dell’energia eolica, di invertire la tendenza nel sostegno all’economia, in particolare nel Sud. Gli incentivi diretti creano distorsioni nell’allocazione degli investimenti e alimentano il mercato opaco della intermediazione. Occorre muoversi all’opposto: disintermediazione e incentivi che premino solo le imprese che producono valore e che si attivino nel momento in cui questo valore si manifesta. Nel settore dell’energia, ad esempio, sarebbe opportuno concentrare le risorse pubbliche nella ricerca, affinché l’Italia possa competere nello sviluppo di tecnologie pulite più efficienti e meno dipendenti dai sussidi.

Più in generale, il sostegno all’economia del Mezzogiorno deve ruotare intorno alla riduzione delle imposte, anche fino alla creazione di una vera e propria “no tax region”. Il punto di partenza è semplice: le imposte si pagano sul reddito d’impresa e solo se si produce reddito si può beneficiare di un regime agevolato di imposte basse. Una specie di rivoluzione copernicana, che lascerebbe senza lavoro e clientele coloro che operano nella intermediazione dei sussidi, ma che, tutto sommato, si potrebbe realizzare senza aggiungere nuove risorse, semplicemente mutando la destinazione di quelle attuali. Il beneficio fiscale è più semplice di quello legato agli incentivi e rende più evidente il vantaggio comparato che si riconosce ad un’aerea di cui si vuole promuovere la crescita economica.

Le “consuete” obiezioni sulla incompatibilità di una misura del genere con i trattati comunitari (c’è chi la considererebbe un “aiuto di Stato”) hanno una loro solidità tecnica e giuridica. D’altro canto, però, si può davvero considerare aiuto di Stato una eventuale riforma che riconoscesse un vantaggio fiscale non ad un singolo settore, ma ad un territorio abitato da circa 17 milioni di abitanti? Con Bruxelles, dunque, la questione andrebbe intavolata in termini anzitutto politici, chiedendo una “eccezione italiana”, sulla falsariga di quella che concesse venticinque anni or sono al governo britannico della signora Thatcher in materia di contribuzione nazionale al bilancio comunitario.

Uno dei punti positivi della manovra economica appena approvata dal Consiglio dei Ministri riguarda la possibilità per le regioni meridionali di istituire un tributo proprio, sostitutivo dell’Irap, per le nuove imprese, con l’opportunità quindi di ridurre o addirittura azzerare il carico fiscale Irap che queste sopportano. Non è lo scambio sussidi-imposte, ma è un buon punto di partenza, un’arma di competizione fiscale per le amministrazioni regionali che avranno il coraggio necessario per usarla.

Fatto un passo, è auspicabile farne un altro: decenni di erogazione, in una forma o nell’altra, di sussidi pubblici per finanziare antieconomiche attività imprenditoriali non hanno prodotto alcun risultato apprezzabile per il Mezzogiorno. A partire dal settore delle energie rinnovabili, è venuto il momento di invertire la rotta.


Autore: Benedetto Della Vedova

Nato a Sondrio nel 1962, laureato alla Bocconi, economista, è stato ricercatore presso l’Istituto per l’Economia delle fonti di energia e presso l’Istituto di ricerca della Regione Lombardia. Ha scritto per il Sole24Ore, Corriere Economia, Giornale e Foglio. Dirigente e deputato europeo radicale, è stato Presidente dei Riformatori Liberali. Presidente di Libertiamo, è stato capogruppo di Futuro e Libertà per l'Italia alla Camera dei Deputati. Attualmente, è senatore di Scelta Civica per l'Italia.

2 Responses to “No tax area al Sud (e basta finti incentivi)”

  1. bene. la si presenta a tremonti e si cercano appoggi trasversali in parlamento? credo che UDC ed IdV quantomeno dovrebbero essere a favore.
    forse anche il PD ed i deputati meridionali del PdL.
    del resto , poi, ci sono procedure europee di infrazione a carico dell’ Italia e nessuno se ne preoccupa ,
    ora proprio sulla detassazione meridionale dovrebbero far polemiche? è pretestuoso.

  2. Dante scrive:

    L’idea di agganciare le sovvenzioni (sotto forma di riduzioni fiscali) alla reale capacità produttiva delle imprese è interessante. Però vedo già partire l’obiezione: la ricerca non produce nell’immediato ed ha bisogno di sovvenzioni notevoli; molte imprese meridionali campano su contributi a pioggia, tolti quelli ci saranno tanti disoccupati da sfamare. E’ una rivoluzione copernicana, dura da sostenere, soprattutto contro la Lega. E con grossi problemi di compatibilità europea.

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