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La religione della libertà secondo il giovane Ciampi

– Pubblichiamo qui un articolo del professor Gianfranco Macrì, già pubblicato in forma ridotta su FFwebmagazine  il 24 maggio scorso, che recensisce “La libertà delle minoranze religiose”, la tesi di laurea del Presidente emerito della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi, edita da Il Mulino.

A livello di principi e valori – meno, sotto il profilo dell’esercizio delle pratiche religiose – l’Italia, con la Costituzione del 1948, è stata fra i soggetti che più e meglio ha saputo valorizzare la religiosità umana, ricomprendendola tra i diritti inviolabili ed assistendola con uno specifico diritto: quello di professione di fede religiosa, in forma individuale e associata (art. 19). Sotto il profilo, invece, dell’attuazione effettiva delle tutele e garanzie connesse alla libertà religiosa in una dimensione sociale plurale sempre più marcata – alla luce dei nuovi bisogni concreti da soddisfare originati in matrici culturali nuove (Islam), ma sempre più massivamente partecipi dello spazio politico nazionale ed europeo – assistiamo alla stentata emersione di un modello oggettivo di Stato laico che, incentrato sulla promozione delle libertà di religione di tutti, renda praticabile una politica «attuativa» della Costituzione quale luogo di affermazione e di equilibrato bilanciamento di valori essenziali per la vita delle istituzioni e della stessa società civile.
Per impostare, correttamente, nel senso di «conforme alla Costituzione pluralista», un discorso sui diritti civili e quindi su le libertà religiose è possibile fare tesoro anche di esperienze e ricerche risalenti nel tempo e che dimostrano come, in Italia, più che altrove, il tema «complesso» della libertà religiosa sia fra le più significative spie del tasso di democraticità del nostro sistema politico.

Senza scomodare direttamente i grandi maestri del diritto italiano, grazie però alla «pressione» e alla «persuasione» di alcuni di questi esperti è «riemerso», dal fondo di un cassetto, la tesi di laurea in diritto ecclesiastico di Carlo Azeglio Ciampi (il nostro decimo Presidente della Repubblica), laureatosi in giurisprudenza a Pisa nel 1945-1946, discutendo, con Costantino Jannaccone, ordinario di diritto ecclesiastico, una tesi dal titolo La libertà delle minoranze religiose, pubblicata da “Il Mulino” nel 2009, a cura di tre importanti studiosi Francesco Paolo Casavola, Francesco Margiotta Broglio e Gianni Long.

Sono «anni cruciali» quelli in cui il giovane Ciampi propone un argomento destinato certamente a dare «senso a una vita», come scrive lo stesso Ciampi nell’introduzione alla tesi. E Jannaccone, ovviamente, costituisce una guida di «larghissima cultura giuridica», come ben rimarca Margiotta Broglio, che non a caso ricorda le posizioni sostenute dal maestro pisano già negli anni Trenta – sostanzialmente non lontane da quelle accolte nella Carta del 1948 – e quanto scritto nel manuale di Diritto ecclesiastico del 1960 dove, la trattazione delle «fonti» prende le mosse proprio dalla libertà religiosa (art. 19 Cost.) e dall’eguale libertà di tutte le confessioni religiose di cui all’art. 8, primo comma, specificando che i relativi principi trovano affermazione nei confronti di tutti, «dei cittadini, degli stranieri e degli apolidi» e che, insieme a quello di uguaglianza e di garanzia dei diritti fondamentali dell’uomo, essi trovano conferma nell’art. 20, da cui operare una lettura ampia del terzo comma dell’art. 8, nel senso che: «la facoltà di addivenire (…) ad intese con competenti organi statali (…)» deve essere riconosciuta a tutti i «gruppi sociali», comprese «associazioni anche di fatto», purchè gli statuti delle medesime consentano di «identificare una loro rappresentanza».

Questi rimandi, esaltano la «livornesità» di Ciampi, come la definisce Long, quel suo provenire da un luogo di grande sviluppo di comunità religiose non cattoliche (ebrei, ortodossi, musulmani, protestanti), un pluralismo che – come scrive Jannaccone nel volume del 1963 dedicato a I fondamenti del diritto ecclesiastico internazionale – «lo Stato [deve] lascia[re] sussistere anche di fatto in base al principio della libertà di coscienza» e che, sebbene nel 1945-46 sia ridotto a ben poche presenze, resta nel tempo una testimonianza di vitale realtà multireligiosa.

La tragica esperienza del fascismo, le leggi razziali, il paese lacerato e ferito in profondità: per il livornese Ciampi, che ha respirato «l’aria di un luogo, di una città-asilo, da sempre crogiuolo di mille diversità», le speranze sono ovviamente riposte nell’impresa storica che i padri costituenti si preparano a compiere. Ovviamente, in un regime di ritrovata libertà religiosa non è ammissibile che possa sopravvivere il metodo politico sotteso allo scambio dei Patti lateranensi del 1929, in base al quale la sovranità del popolo resta organicamente assorbita nello stato (fascista) mentre le libertà raggiungono i singoli cittadini solo se partecipanti alle strutture controllate dal regime. «La religione dello Stato», scrive Ciampi nelle conclusioni del suo lavoro costituisce un principio inconciliabile con quello di libertà religiosa: «Un confessionismo, se pure in forma larvata, non può coesistere con il principio dell’uguaglianza dei cittadini, proclamato dalla legge Sineo». Un riferimento, quello fatto alla legge Sineo del 19 luglio 1848, per nulla casuale in un lavoro sulle minoranze religiose. Trattasi, infatti, di una legge che Ciampi giustamente ritiene essere stata risolutiva «della questione dubbia della pienezza dei diritti civili e politici degli israeliti» e che prelude anche al «riconoscimento degli altri culti acattolici».

Giuridicamente, il problema delle minoranze religiose era stato risolto dal fascismo mediante una regolamentazione unilateralmente prodotta dallo Stato, non contrattata sul piano delle relazioni esterne: la “Legge sui culti ammessi nello Stato” (n.1159/1929) e poi le “Norme  sulle Comunità israelitiche” (R.D. n. 1731/1930). Queste leggi disciplinavano “i culti”, cioè le organizzazioni religiose minoritarie già riconosciute dalla legislazione Albertina del secolo precedente (culti tollerati), con una disciplina residuale, rispetto al Concordato con la sua «Religione dello Stato». Una disciplina che, mette in evidenza Ciampi, «deve essere inquadrata nello spirito che ha portato alla Conciliazione» e che il regime fascista emana per marcare la discriminazione (sul piano legale e amministrativo) fra la religione cattolica e le altre credenze. Con grande acutezza e lungimiranza Ciampi chiude il secondo capitolo della sua tesi osservando che: «lo stabilire il valore e il rapporto reciproco» tra i principi della «religione di Stato e [di] libertà religiosa» costituisce il «problema pregiudiziale nell’interpretazione del diritto ecclesiastico italiano».

Ciampi è consapevole che attraverso la posizione di privilegio riconosciuta alla Chiesa si intende, riconoscere – con le parole del Papa in una lettera del 1929 al Cardinale Gasparri – che la «libertà di coscienza e di discussione devono intendersi e praticarsi secondo la dottrina e la legge cattolica». A tale questione egli dedica un intero capitolo, il quarto: La libertà di discussione, di propaganda e di proselitismo. A Ciampi non sfugge che le tante disposizioni in materia di «ordine pubblico», oltre che i discorsi del Pontefice sull’importanza per l’Unità nazionale di salvaguardare l’unità religiosa dei cattolici, di fatto hanno prodotto limiti enormi all’attività di propaganda e proselitismo dei culti acattolici. Da qui, i «numerosi inconvenienti» per la «mancanza di norme e disposizioni precise». A dare progressiva robustezza alla tesi di laurea del giovane Ciampi, contribuiscono altre due importanti tematiche: l’insegnamento religioso nelle scuole pubbliche e la tutela penale del sentimento religioso (capitoli V e VI).

Quanto al primo dei due temi, l’Autore prende le mosse dall’analisi della legislazione liberale a partire dal 1848, che si poneva l’obiettivo politico di sottrarre la formazione dei giovani dalla influenza confessionale, non tanto per motivi di ostilità alla religione, quanto per limitare il danno derivante dal boicottaggio che la Chiesa operava verso lo sviluppo e consolidamento dello Stato di diritto in Italia. Il “giro di boa” è costituito dal R.D. n. 2813 del 1° ottobre 1923 sull’istruzione elementare, che ridà «nuova importanza all’istruzione religiosa» cattolica, seguito dalle disposizioni concordatarie e dall’art. 36, in particolare, del patto lateranense, che ri-confessionalizza integralmente la scuola pubblica, elementare e media, sancendo di fatto «un indiscusso successo per la Chiesa cattolica». Di fronte a questo stato di cose, la legge sui culti ammessi del 1929 serve solo a gettare fumo negli occhi perché, se da un lato, l’art. 6 parla di «dispensa dai corsi di istruzione religiosa» che i genitori o chi ne fa le veci possono chiedere per i propri figli, le successive disposizioni del 1930 (legge n. 824 e R.D. n. 289) introducono tante di quelle complessità procedurali immediatamente produttive di accentuate disparità.

Qui il pensiero di Ciampi è di cristallina attualità. Egli scrive: «Lo Stato infatti non si deve tanto preoccupare – pur esistendo una religione dello Stato – di rendere omaggio esteriore a questa religione introducendola nella scuola quale materia di insegnamento, quanto soprattutto di compiere una proficua opera di educazione del sentimento religioso dei giovani (…) affidando[la] a laici ed educando l’animo dei fanciulli ad una concezione religiosa della vita (…)». Come si fa, allora, a non volgere lo sguardo alla situazione attuale in Italia e a non condividere l’insieme di quelle preoccupazioni che Ciampi poneva in luce senza però immaginare quanto dibattito avrebbe continuato a produrre la materia dell’istruzione, soprattutto  alla luce del problema circa il tipo di accoglienza che la nostra società (in teoria «aperta» e laicamente inclusiva) immagina di riservare alle differenze religiose nell’ambito della scuola, quella pubblica innanzitutto, «aperta a tutti» (art. 34 Cost.), «(…) senza distinzione di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali» (art. 3 Cost.). Oggi, nella scuola pubblica, è ancora previsto un insegnamento confessionale (quello cattolico) «assicurato» ma facoltativo (art. 9, comma 2° della legge n. 121 del 25 marzo 1985) a totale carico dello Stato. Tale insegnamento, inoltre, viene impartito da insegnanti di religione designati dall’autorità ecclesiastica, incaricarti dal dirigente scolastico, stipendiati come impiegati pubblici e ora finanche transitati nei ruoli organici della pubblica amministrazione (legge n. 186 del 18 luglio 2003).

Ultima questione: la tutela penale del sentimento religioso, cioè la questione del vilipendio della religione dello Stato, nelle sue diverse forme (artt. 402-405 c.p.) e dei delitti contro i culti ammessi nello Stato (art. 406 c.p.). Ciampi coglie la coerenza dell’impianto normativo al regime che l’ha prodotto e come lo spirito del Concordato non potesse non avere influito sul Codice penale Rocco. Anche qui il giovane tesista riprende la disciplina pregressa prevista nel codice Zanardelli del 1889, che tutelava in maniera eguale e indifferenziata le offese alla sensibilità religiosa di tutti i cittadini, senza distinzione di fede e con attenzione all’individuo. Invece, il sentimento religioso tutelato dalle norme fasciste costituisce un valore oggettivizzato e pubblico che non ha nulla a che vedere con la tutela della personalità dei singoli. In pratica si opera la difesa dell’istituzione pubblica «Chiesa cattolica», colta nel suo essere insieme di idealità e di materialità di poteri, cose e persone. I culti ammessi (e non altri) possono beneficiare solo di una protezione ridotta, sempre e solo perché anch’essi istituzionalizzati e, quindi, partecipanti, ma in misura meno ampia, al sistema del potere di quel regime.

Ciampi conclude la sua tesi scrivendo che «la politica ecclesiastica italiana è stata (…) dominata da motivi strettamente politici, che hanno trascurato ogni esigenza di profonda religiosità». Per poi fissare che, se «si vuole rispondere alla domanda se in Italia esista un regime di libertà religiosa, la risposta è senz’altro negativa». Ovviamente, Ciampi guarda con speranza all’Assemblea costituente che da lì a poco aprirà i suoi lavori, ma, com’è noto, questi risentiranno molto della minaccia, formulata dalla Santa Sede, di rottura della pace religiosa se non si accetta di far sopravvivere non solo l’illiberale regime concordatario lateranense del 1929, ma anche il metodo della contrattazione normativa fra sovranità esterne per i rapporti fra Stato e Chiesa.

A distanza di più di sessant’anni, la riflessione da parte delle forze politiche sul merito dei problemi per l’attuazione delle norme elencate nella Costituzione in riferimento al fattore religioso appare non adeguatamente sviluppata, mentre la legislazione e la prassi amministrativa non sembrano essersi mai seriamente discostate dalla «traiettoria» impostata in Assemblea costituente per gettare un ponte fra il passato (fascismo) e gli sviluppi, allora futuri, della democrazia; questa prospettiva non è stata mai più abbandonata in prosieguo, anzi è stata rafforzata con il nuovo centralismo in materia ecclesiastica stabilito dalla riforma del Titolo V (Legge costituzionale n. 3 del 2001). Questa traiettoria potrebbe avere avuto il pregio di consentire una transizione pacifica dalla dittatura alla democrazia, anche in materia di religione; ma potrebbe avere avuto anche il de-merito di non essere riuscita (col progressivo aprirsi della società) a prestare un’attenzione al fenomeno religioso che non fosse quello “mediato” (riflesso) attraverso il ruolo delle confessioni religiose e, per esse, di quella dominante (la Chiesa cattolica). Da qui, il graduale accrescersi e rafforzarsi delle disuguaglianze tra gruppi religiosi. Ancor più lontana, poi, è rimasta la pari dignità di ogni persona, indipendentemente dalla religione professata.

Questo ritardo (cultural-politico prima ancora che tecnico-normativo) ha finito col cristallizzare, in molti settori della società italiana, la convinzione che fosse legittimo: considerare prevalente (speciale) il settore costituzionale della disciplina dei rapporti Stato-Chiesa cattolica (art. 7 Cost.); sottovalutare il principio fondamentale del comma 1° dell’articolo 8 della Costituzione della pari libertà di tutte le confessioni religiose; perpetuare la discriminazione verso tutte le altre formazioni collettive a carattere religioso che non siano state elevate al rango di confessione; inventare categorie e sotto-categorie, nemmeno previste dalla Costituzione (es.: le confessioni senza intesa), mantenendo o ampliando le antiche discriminazioni nate dalla religione dello Stato.

Tutto ciò ha fatto sì che la fonte più rispondente al modello costituzionale di relazioni fra cittadino e istituzioni, l’articolo 19 Cost. (con la chiosa dell’articolo 20 Cost.), venisse relegata al ruolo di fonte non precettiva, negando o non sistematizzando la sua relazione con gli articoli 8 e 7 Cost.

Lo scandalo è che tutte le legislature repubblicane recenti hanno lasciato cadere le (non entusiasmanti) proposte di “legge generale sulla libertà religiosa”, che avrebbero dovuto segnare l’abrogazione di quel regime e creare una certezza di base normativa comune per tutte le credenze religiose e per tutti i consociati.

Nei fatti, sembra essersi determinato un accentramento della decisione politica e della produzione normativa, a scapito dell’articolazione delle istituzioni di cui si compone la Repubblica (art. 114 ss. Cost.); un’accentuazione dei poteri della Presidenza del consiglio dei Ministri e un ridimensionamento del pregresso ruolo dello stesso Ministero dell’Interno, che col passaggio alla democrazia non è più il Ministero di polizia, ma quello delle libertà. Contemporaneamente, risulta poco determinata e dai confini incerti la competenza degli altri soggetti istituzionali della Repubblica (Regioni, altri enti locali, etc.,) che tuttavia sono portatori della più poderosa spinta per la realizzazione dei bisogni della società.

Nell’ultimo decennio, inoltre, è prepotentemente emerso il problema della religiosità degli immigrati di fede islamica, con dimensioni impreviste, che ha fatto da cartina di tornasole per smascherare l’elevato tasso di confessionismo filo-cattolico diffuso nelle nostre istituzioni. Sotto il mero profilo delle libertà religiose si è evidenziato come, la maggior parte delle tutele e dei benefici predisposti dalle istituzioni pubbliche a favore della religiosità delle persone è pensata in relazione (e a favore) della Chiesa cattolica con vantaggi (indiretti) per i suoi seguaci, mentre solo indirettamente (e parzialmente) questo sistema di tutele e benefici risulta agevolmente fruibile dai fedeli e delle organizzazioni di cultura e religione islamica; ma non solo.

L’attuale fase, poi, sembra segnata da una prevalenza di attenzione alla governabilità a discapito della garanzia del bene comune, che non deve essere più garantito dalle istituzioni pubbliche (ridotte al rango di mediatore fra gli interessi prevalenti), ma è affidato alla capacità di costituirsi in gruppi di pressione e di rappresentarsi nell’agone sociale, con perdita di opportunità per i più deboli. Nel diritto ecclesiastico, in particolare, si assiste al continuo rafforzarsi di «aree di specialità» nascenti dalla legislazione contrattata fra lo Stato e le confessioni religiose, per cui, la funzione originaria di questo settore normativo (di tutela delle libertà e delle identità delle confessioni e organizzazioni religiose) appare come dissolta sotto il peso di un sistema privilegiario cui tutti i soggetti collettivi a carattere religioso sono indotti a guardare speranzosi.

Questo modello di disciplina, evidente figlio del passato, appare non bene compatibile con il pluralismo democratico che sta a fondamento della nostra Costituzione. Ecco allora che una legge sulle libertà religiose, che sia in grado di attuare il «progetto costituzionale di politica ecclesiastica», superando i vincoli e le impostazioni politiche ed applicative derivanti dalle esperienze del passato e muovendo da un attento rilievo delle problematiche poste dal contesto sociale odierno, può costituire lo strumento idoneo per affronti i problemi della religiosità umana come diritto inviolabile dei singoli e delle formazioni sociali, cui le istituzioni nazionali (in tutte le articolazioni che ne sono coinvolte) prestino attenzione, in armonia con la convinta adesione del Paese all’esperienza europea ed alle comunità sopranazionali. Una legge, dunque, che sappia ispirarsi all’universalità dei diritti di libertà religiosa, al loro democratico sganciamento dal principio di reciprocità e che sia rispettosa delle esigenze di coordinamento fra le istanze delle nuove culture religiose che vanno sviluppandosi nel nostro Paese (anche in conseguenza dei fenomeni migratori) e la cultura, le sensibilità nostre, quali si sono costruite nel tempo e nello spazio.

Il lavoro di Carlo Azeglio Ciampi si colloca, pertanto, molto bene nel filone della migliore bibliografia a supporto di uno studio sulla libertà religiosa, in particolare delle minoranze, e sui nuovi problemi che essa pone al mutare della società. Grazie, inoltre, alla cura di tre grandi maestri del diritto, quest’opera si arricchisce di un supporto necessario per poter essere meglio compressa nella sua collocazione temporale, dovendo, chi vi si accosta, riuscire a cogliere a pieno questo fondamentale elemento, per non disperdere nulla della complessità e straordinarietà del momento in cui fu pensata ed elaborata.


Autore: Gianfranco Macrì

Nato a San Vito sullo Ionio (CZ) nel 1966. E’ professore associato presso l’Università di Salerno, dove insegna diritto ecclesiastico europeo. Le sue ricerche riguardano principalmente la dimensione giuridica del fattore religioso nell’ambito europeo, nonché alcune questioni attinenti lo statuto giuridico dell’Islam in Italia. Collabora con diverse riviste ed è autore di numerose pubblicazioni.

3 Responses to “La religione della libertà secondo il giovane Ciampi”

  1. Giorgio Gragnaniello scrive:

    Anche allora,nel 1848,i Liberali non erano omogenei e concordi.Così,mentre a Torino i D’Azeglio convincevano Carlo Alberto a promulgare i “Decreti di emancipazione” degli Ebrei,nello stesso anno a Napoli i Liberali locali estorcevano a Ferdinando II una (effimera) Costituzione dove comunque era scritto che:”L’unica religione dello Stato sarà sempre la Cristiana Cattolica Apostolica Romana,senza che possa mai essere permesso l’esercizio di alcuna altra religione”.Così ai nostri tempi,mentre i Liberali tedeschi non vollero saperne della guerra di Bush junior(ben prima che G.B.j. facesse poi onesta autocritica),da noi i Liberali trovarono normale che da noi Occidentali si voglia imporre la nostra Weltanschauung a chicchessia.

  2. Giorgio scrive:

    Caro professore, posso farle una domanda?
    A suo avviso, posso assistere ad una celebrazione liturgica nell’auditorium di una scuola superiore statale, fuori dall’orario scolastico, riservata a chi vuole avvalersene tra docenti e alunni?

    Mi risponda, la prego, magari dandomi riferimenti normativi.

    Grazie del suo articolo e della sua attenzione

  3. prof. Macrì scrive:

    Anche se con ritardo Rispondo al gentile Giorgio. Lo studente che non si avvale dell’insegnamento della religione nella scuola pubblica non può essere costretto a partecipare ad alcuna celebrazione religiosa. Resta che le delibere con cui i Consigli di istituto consentono celebrazioni in sostituzione delle ore di lezione sono illegittime. Saluti, G.M.

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