– Mettiamoci bene d’accordo, cari compagni della sinistra e della Cgil. Delle due l’una: o, come sostenete se vi trovate in qualche salotto buono, la manovra non ha carattere strutturale, ma si limita a chiedere qualche sacrificio per un periodo più o meno lungo (come si è augurato Gianni Letta); oppure, il governo si accinge a fare “macelleria sociale”, con poca equità e molti tagli, come affermate esplicitamente nella “partita di andata” sul campo assai poco neutro di Ballarò. Una terza via non esiste, anche se le anime belle dell’opposizione si sforzano di indicarla (è un loro vecchio vizio che ormai è diventato un riflesso condizionato), accusando il governo di avere determinato una condizione di sofferenza delle masse popolari, senza aver compiuto nel contempo alcunché di strutturale.

A nostro avviso, la realtà è ben diversa. Sicuramente si dovrà attendere il testo definitivo del provvedimento, visto che bastano alcune correzioni dell’ultima ora per cambiare anche il giudizio se non sull’intera manovra, almeno su alcune parti significative di essa. Citiamo, per esempio, il caso dell’accelerazione, secondo scadenze di 18 mesi anziché di due anni, dell’andata a regime (nel 2016 anziché nel 2018) dell’innalzamento dell’età di vecchiaia delle lavoratrici alle dipendenze dell’amministrazione pubblica. Si trattava di una misura interessante, di carattere strutturale, che tuttavia, a stare alle ultime notizie, è uscita di scena.

Quanto alla manovra nel suo complesso, un esame attento e disincantato ci porta a vederne il principale limite: una prudenza forse eccessiva. Nessuno si chiede mai perché altri Paesi europei come la Francia e la Germania (non citiamo per ovvi motivi la Spagna, a cui rimangono solo gli occhi per piangere) stanno predisponendo manovre più pesanti di parecchi miliardi e di più lunga prospettiva della nostra, nonostante che i loro saldi di finanza pubblica siano assai migliori di quelli italiani. Di questo argomento ci serviamo per contrastare le accuse che ci rivolge l’opposizione, sapendo che essa non ci chiederà mai una maggiore severità, perché, ancora una volta, preferirà dare libero sfogo alla subcultura della protesta piuttosto che alimentare i primi vagiti di una prassi di governo.

Ma, in coscienza, la domanda vale anche per noi. Perché, invece di puntare, in un tempo più lungo al pareggio di bilancio, ci accontentiamo di un deficit appena sotto il 3% tra due anni?  Il fatto è che noi siamo il Paese delle mezze misure. Non perché non sappiamo agire meglio, ma perché non possiamo fare altro: il sistema Italia non ce lo consente. Quando un Governo tenta di risanare la situazione (soprattutto se è un esecutivo di centro destra) deve mettere in conto un’ostilità ancor più determinata e preconcetta di quella di cui è normalmente oggetto. Gli interessi colpiti si rivoltano come ricci porcospini. E trovano ovunque sostenitori.

Si prenda il caso dei tagli ai trasferimenti agli enti locali. C’è forse qualcuno che si prende la briga di ricordare che la spesa locale è aumentata dell’80% in un decennio, a fronte di un incremento del 38% di quella centrale ? Quando si parla di sprechi ci si riferisce di solito a quelli delle amministrazioni statali, come se i Comuni, le Province e le Regioni fossero dei preclari esempi di civiche virtù e dei grandi fornitori di qualificati servizi ai cittadini. E che dire del blocco dei trattamenti dei dipendenti pubblici e delle misure di leggero rinvio del pensionamento grazie alla manipolazione delle c.d. finestre (pur mantenendo le previgenti regole per i lavoratori in mobilità e quelli privi di occupazione) ?

In sostanza, Giulio Tremonti ha fatto il possibile. E lo ha fatto nel migliore dei modi. Non è colpa del ministro dell’Economia (Dio ce lo conservi!) se alla classe dirigente del Paese manca una “visione” condivisa (dubito anche dell’esistenza di più “visioni”) del futuro e del possibile ruolo dell’Italia.