Riscopriamo l’autentico garantismo

di Carmelo Palma da Il Secolo d’Italia del 26 maggio 2010 –

La regola del dibattito pubblico su tutti i temi politicamente più sensibili riflette in Italia una logica estremistica e tendenzialmente paranoica, in cui la fissazione su di un “pro” o su di un “contro” pregiudica ogni valutazione di contenuto e di equilibrio.  Purtroppo è stato questo schema ad ordinare la discussione sul cosiddetto “disegno di legge intercettazioni”, che è partito dall’esigenza di regolamentare in modo più severo le intercettazioni disposte dall’autorità giudiziaria e il loro uso giornalistico ed ha finito per trasformarsi in un provvedimento omnibus, con l’obiettivo dichiarato di interdire la “notiziabilità” delle indagini fino alla fase dell’udienza preliminare.

Le evoluzioni di un disegno di legge “pericoloso” come quello in questione si prestano a diversi livelli di lettura, il primo dei quali – più immediatamente politico – dovrebbe spiegare perché al Senato dentro il centro-destra sia prima saltato quel compromesso raggiunto sul testo approvato dalla Camera dei Deputati e poi sia stato recuperato, almeno come ipotesi, per risolvere i problemi che la maggioranza si era, nel frattempo, creata da sola.

In termini culturali, sullo sfondo di quella sorta di guerra civile che si va combattendo da oltre un ventennio sui temi della giustizia, è anche interessante comprendere perché la battaglia “anti-giustizialista” abbia finito per riguardare più le redazioni che le aule di tribunale, più l’informazione che la giustizia. Tra le fughe in avanti della maggioranza e le marce indietro del Governo non ci sono solo errori di percorso. C’è la convinzione che per preservare la stabilità del sistema istituzionale dagli eccessi del cosiddetto circo mediatico-giudiziario occorra usare le “maniere forti”, che sono però quasi sempre sproporzionate e inefficienti.

Nella storia italiana del dopoguerra – anche prima di Tangentopoli – le dinamiche della giustizia sono sempre state interne a quelle del sistema politico. La frattura di Tangentopoli e la stagione berlusconiana hanno radicalmente bipolarizzato il rapporto tra giustizia e politica, ma non hanno mutato la natura politica delle loro relazioni. Lo stesso a grandi linee può dirsi dell’informazione, controllata da editori che, per una ragione o per l’altra, dovevano guardare con occhi di preoccupazione o di riguardo ai protagonisti della vita politica.

Nella storia recente, anche al di là delle inchieste e dei processi nei confronti del Presidente del Consiglio, ai giudici e ai giornali – e paradigmaticamente all’Anm e a Repubblica – è toccato di rappresentare un’opposizione più insidiosa e vitale di quella del centro-sinistra, delegittimando, di fatto, più il Pd di Berlusconi e facendo più favori a Di Pietro che danni al PdL. Che la cronaca (non solo giudiziaria) divenga la continuazione della politica con altri mezzi non risponde però ad un’anomalia della democrazia italiana, ma ad una regola costitutiva del gioco mediatico, nelle cui rappresentazioni i fatti suggeriscono sempre i giudizi e consolidano il senso di una narrazione persuasiva.

E’ ovvio che l’attenzione per la reputazione e l’immagine non solo degli imputati in attesa di giudizio, ma, all’inizio di un’inchiesta, degli indagati in attesa di imputazione, non può giudicarsi in sé oziosa o strumentale, perché il loro buon nome non è sporcato solo dalle sentenze di condanna, ma anche da inchieste rumorose, che si concludono con un nulla di fatto. Al di là degli strumenti che l’ordinamento già mette a disposizione di chi intenda tutelarsi da notizie false o diffamatorie (e che comunque non garantiscono una difesa in tempo reale con l’offesa), è comprensibile che, a tutela di un indagato o di un imputato, si ponga “garantisticamente” il problema non solo della difesa processuale, ma anche di quella mediatica.  Sarebbe ragionevole affrontare il tema, troppo a lungo sottovalutato, usando in modo meno paludato gli strumenti della regolamentazione deontologica e, dove necessario, norme di rango legislativo in grado di assicurare che l’immagine di chi è coinvolto, anche solo come testimone, in un’inchiesta giudiziaria, non venga sfigurata dalla diffusione di notizie irrilevanti, unilaterali e incomplete.

Questa esigenza non verrebbe però soddisfatta, ma semmai contraddetta dalla trasformazione del problema delle garanzie processuali ed extraprocessuali di un indagato in una questione di privacy, come se un’inchiesta giudiziaria trafficasse solo con i suoi dati sensibili, con la sua corrispondenza e con le sue comunicazioni riservate.  E sarebbe ancora più insensato rubricare come un problema di privacy quello relativo alla reputazione e al buon nome dell’indagato, che è un capitale sociale, che si forma e si difende, per definizione, in pubblico,  a maggiore ragione per quanti esercitano un ruolo istituzionale, che è di obiettivo interesse generale e che non può farsi “privato” quando diviene, a torto o a ragione, anche di interesse giudiziario.

E’ francamente desolante, non solo nella logica “legalitaria”, ma anche in quella “garantistica”, che per quadrare il cerchio non si sia trovato di meglio che dilatare di fatto il segreto istruttorio fino ai limiti dell’irragionevolezza, quando questo non salvaguarda più i diritti dell’indagato all’interno del procedimento giudiziario, ma difende l’indagato dall’interesse pubblico su di esso.

Eravamo abituati ad intendere il garantismo come garanzia delle regole del giusto processo, in un paese in cui, secondo la vulgata – non solo mediatica – si continua a ritenere che la colpevolezza non vada dimostrata con un solido impianto probatorio, ma debba presupporsi di fronte alla gravità dell’accusa e alla sovrabbondanza degli elementi di indagine. Con la stessa ingenuità, ritenevamo che lo scandalo dei cosiddetti processi mediatici non dipendesse dall’insistenza con cui la stampa raccoglie e diffonde le notizie sulle indagini, ma dalla spettacolarizzazione dei processi, dal protagonismo degli accusatori, dal narcisismo degli imputati, dei testimoni e degli esperti di successo, chiamati a riprodurre e a raccontare, secondo le regole della Tv, fatti e circostanze che solo secondo le regole del contradditorio giudiziario possono divenire “verità”, quando siano vagliati in base a criteri di accertamento e di verifica che non hanno alcuna parentela con i meccanismi della persuasione mediatica.

Scopriamo invece che ben altre sono le priorità del garantismo mediatico. Non basta esigere la bonifica dei media dai finti processi di fronte ai plastici di Porta a Porta o dalle docu-fiction sugli scandali di giornata, su cui si esercitano i guru dell’innocentismo e del colpevolismo televisivo. Il vero garantismo imporrebbe invece di non dare notizie di alcun tipo sulle indagini in corso, così da incentivarne l’uso ricattatorio o da favorirne il riciclaggio “estero su Italia”, vietando però un racconto coerente della realtà di un Paese in cui l’illegalità rimane, per molti aspetti, consustanziale alla sua identità amministrativa e politica.

Questo anti-giustizialismo uguale e contrario al giustizialismo che vorrebbe combattere non è un argine, ma un incentivo alle acrobazie con cui nel circo mediatico-giudiziario si intrecciano le relazioni pericolose tra la stampa, la giustizia e la politica. Si può a buon titolo parlare di opposti estremismi. Da una parte l’ideologia resistenziale con cui si è giustificata una giustizia “combattente”, chiamata ad operare, e incline a rappresentarsi, come una sorta di contro-potere politico. Dall’altra un’ideologia vendicatrice, non interessata a ripristinare il principio della separazione dei poteri e il sistema di garanzie che la cultura dell’emergenza, ben prima di Tangentopoli, aveva travolto, ma ad affermare un “primato della politica” che nella sua declinazione italiana non ha nulla – davvero nulla – a che fare con quella della rule of law e meno che mai con gli interessi dell’indagato ignoto.


Autore: Carmelo Palma

Torinese, 44 anni, laureato in filosofia. E' stato dirigente radicale, consigliere comunale di Torino e regionale del Piemonte. Direttore dell’Associazione Libertiamo e della testata libertiamo.it. Gli piace fare politica, non sempre gli riesce.

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