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Riforma del Codice Ambiente: tempi più lunghi per i nuovi impianti. Un errore

La settimana scorsa sono state illustrate le principali novità che la riforma in corso del cosiddetto Codice Ambiente reca in materia di Valutazione ambientale strategica (VAS), ossia quel procedimento cui sono sottoposti i piani adottati dagli organismi pubblici (per esempio la futura strategia nucleare) nell’ambito del quale sono esaminati i suoi effetti sull’ambiente e che si conclude con la formulazione da parte dell’autorità competente (a livello statale il Ministero dell’ambiente di concerto con il Ministero per i beni e le attività culturali) di un parere e di eventuali prescrizioni affinché l’autorità che adotta il piano tenga conto delle considerazioni ambientali. Si è visto come lo schema di decreto legislativo che il Governo deve approvare in via definitiva entro il 30 giugno renda vincolante il parere VAS, tanto da impedire un bilanciamento degli interessi in gioco da parte dell’autorità procedente (quella che adotta il piano) e attribuire una soverchiante supremazia agli argomenti dedotti dall’amministrazione preposta alla tutela ambientale.

Un altro importante capitolo della riforma riguarda il procedimento chiamato Valutazione di impatto ambientale (VIA). Sono sottoposti a VIA i progetti industriali proposti da soggetti pubblici o privati che possono avere effetti negativi sull’ambiente: dalle centrali termoelettriche ai porti marittimi commerciali, dalle acciaierie agli impianti da fonte rinnovabile di potenza superiore a 1 MW, dalle raffinerie di petrolio greggio agli impianti per l’allevamento intensivo di suini e pollami o agli impianti per la produzione di birra.

Il procedimento si articola secondo una struttura simile alla VAS, con una consultazione pubblica preceduta da un’eventuale verifica di assoggettabilità e dalla redazione del rapporto ambientale e una fase istruttoria in cui i pareri delle varie amministrazioni interessate vengono raccolti dalla Commissione tecnica VIA-VAS per i progetti di competenza statale, o altro organo per progetti di competenza regionale, che esprime il proprio parere, vincolante ai fini dell’approvazione del progetto. Attualmente la legge prevede un termine per la conclusione del procedimento di 5 mesi (8 se è necessaria la preventiva verifica si assoggettabilità), salvo richieste di integrazioni e indagini più approfondite, che possono far slittare il termine a 10 mesi. Un termine molto lungo, che oltretutto viene spesso disatteso. Un esempio?

L’ultimo decreto VIA, firmato il 26 aprile 2010 e riferito a un progetto di costruzione di una vasca di contenimento per sedimenti di dragaggio del Porto di Livorno, presentato il 16 gennaio 2009, un anno e 3 mesi prima. Lo stesso giorno è stato firmato il decreto VIA per l’autorizzazione di una centrale termoelettrica a Taranto, il cui progetto era stato presentato l’11 luglio 2005. Parliamo di 4 anni e 9 mesi dopo. Uno strumento di politica ambientale, quindi, che risponde all’impostazione di politica ambientale “command and control” e che allontana gli investitori e ostacola la realizzazione di impianti che si servono di tecnologie innovative.

Anziché snellire un iter burocratico colpevole di contribuire al ritardo infrastrutturale del nostro paese, il legislatore sta ragionando sui modi di allungare ulteriormente i tempi del procedimento. Una delle novità salienti è, infatti, l’estensione da 60 a 90 giorni del termine per l’espressione del parere da parte delle regioni. Un’altra è l’introduzione dell’obbligo da parte del soggetto proponente di ripetizione delle fasi di consultazione pubblica e di raccolta dei pareri per ogni integrazione richiesta dall’autorità competente. Quest’ultima, infatti, può chiedere in momenti successivi integrazioni e modifiche al progetto; ogni correzione, se lo schema di decreto sarà approvato nel testo attuale, darà luogo ad una nuova consultazione pubblica e ad un riesame da parte delle amministrazioni interessate per un periodo di 5 mesi. Data la capacità delle amministrazioni di decuplicare i tempi per la firma di un parere o un decreto, è lecito attendersi che i prossimi progetti industriali depositati negli uffici VIA perderanno ogni loro impronta innovativa prima ancora di essere autorizzati.

A deteriorare ulteriormente la certezza del diritto per gli investitori, la facoltà che il testo di riforma del codice riconosce all’autorità competente di modificare o revocare in un secondo momento il parere VIA rilasciato.
Insomma, in un momento storico in cui si rimpiange l’economia materiale e l’industria del fare, si adottano misure che non faranno altro che scoraggiare ulteriormente gli investimenti produttivi aggravando il peso di una burocrazia che da tempo è una delle principali cause della scarsa attrattività del paese per gli investitori.


Autore: Diego Menegon

Nato a Volpago, in provincia di Treviso, nel 1983. Laureato del Collegio Lamaro Pozzani della Federazione Nazionale dei Cavalieri del Lavoro. Ha svolto ricerche e scritto per Iter Legis, Agienergia e la collana Dario Mazzi (Il Mulino). Si occupa di affari istituzionali e di politiche del diritto nei temi di economia, welfare, energia e ambiente. Socio fondatore di Libertiamo, è Direttore dell'ufficio legislativo di ConfContribuenti e Fellow dell'Istituto Bruno Leoni. Attualmente candidato alle elezioni politiche 2013 con Fare per Fermare il Declino.

One Response to “Riforma del Codice Ambiente: tempi più lunghi per i nuovi impianti. Un errore”

  1. filipporiccio scrive:

    Insomma, siamo praticamente ai livelli che avevamo raggiunto al tempo del ministro Pecoraro Scanio, complimenti al governo “liberale”, avanti così.

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