– Pietro Ichino l’ha chiamato apartheid. Ci sono i segregati – la maggioranza dei lavoratori entranti – privi di tutele e rappresentanza. E ci sono gli afrikaner – la Cgil –  fortino rosso dei “fuori mercato”, degli usciti, dei garantiti a prescindere.
Se il Pd fosse davvero il partito del lavoro, osserva il giuslavorista, farebbe dei lavoratori – tutti i lavoratori: pubblici e privati, fissi e flessibili, autonomi e dipendenti – la propria constituency, e la sua battaglia sarebbe l’apertura e la liberazione del mercato, perché è lì, nel mercato, che gli uomini si fanno lavoratori e i lavoratori egualmente liberi.
Questo, appunto, se il Pd fosse il partito del lavoro. Ma per il Pd  il lavoro è solo quello che gli racconta il “suo” sindacato, cioè la mitologia operista e barricadera, corporativa e classista.

Quelle pronunciate da Ichino sul palco dell’ Assemblea Nazionale del Pd, che si è svolta a Roma lo scorso 20 e 21 maggio, sono dunque parole al vento. Il Pd infatti ha scelto di stare con gli afrikaner. Dice no al “contratto unico”, e lo dice in nome della gradualità, ed è un po’ – mutuando ancora la metafora ichiniana – come se si fosse detto ad un sudafricano nero che per essere libero debba provare gradualmente a diventar bianco.

Questo è il Pd. E ce n’è poco da compiacersi. È il partito che Pierluigi Bersani invita a tornare “ad alcune antiche parole: uguaglianza, fraternità, laicità”, e ad educare la generazione dei “nativi” piddini  a quei “valori antichi” con cui “rinverdire un’antica storia, senza imbarazzi o schemi mentali”. La storia antica, manco a dirlo, è quella delle lotte operaie che – come ricorda l’ex sindacalista Marini – ci hanno messo anni prima di arrivare alla madre di tutte le conquiste, quello Statuto dei Lavoratori che oggi Ichino ha l’ardire di sconfessare, sconfessando con esso l’intero apparato ideologico fordista che in gran parte tuttora motiva la vision e la mission del più regressivo sindacalismo italiano.

Nel documento sul lavoro approvato dall’Assemblea Nazionale quel medesimo inconsulto “regressivismo” si fa quindi dogma. Il Pd, ad esempio, si interroga “sulla necessità di introdurre la categoria di ‘lavoro economicamente dipendente’ per universalizzare i diritti dei lavoratori e delle lavoratrici”. Si chiede, cioè, se le Partite Iva debbano o no considerarsi lavoratori, e la risposta che si dà è ‘no’. Perché il Pd riconosce come tali – lavoratori – solo quelli rappresentati dalle grandi organizzazioni sindacali di cui, infatti, “nel rispetto delle reciproche autonomie, auspica il massimo di convergenza unitaria.”

L’obiettivo di questo “partito del lavoro”, dunque, consiste nel tentare di sindacalizzare il più possibile chi oggi sindacalizzato non è, perché solo così il Pd potrà dar forma politica alla massa sindacale, consolidando un bacino elettorale laburista altrimenti per lui non più raggiungibile. L’obiettivo insomma deve essere “indeterminatizzare” il determinato, fissare il flessibile eccetera, in modo che le monadi libere, che in un sistema di mercato aperto sceglierebbero la libertà di lavorare in autonomia, non possano più farlo perché essere libero risulterebbe oltremodo sconveniente. Infatti, la proposta del Pd è di far costare di più il lavoro free e alleggerire il peso di quello subordinato, padronale, pedagogico in modo che la libertà si paghi.

Quando dunque Bersani parla di universalismo non intende affatto l’universo intero del mercato del lavoro attuale, ma una sua costellazione, la bottega del posto fisso, che non sta nel mercato ma dentro i confini cosmici della confederazione sindacale. E che gli altri si arrangino. Sebbene gli altri siano quel lunghissimo elenco di figure professionali fintamente autonome, grazie ai cui contributi si pagano oggi le pensioni di chi, in pensione, c’è da 40 anni ed ancora scoppia di salute, e grazie alle cui tasse si forniscono servizi e welfare di cui essi stessi non avranno mai titolo a beneficiare.

Detto in altri termini, la figura “eroica” del lavoratore è per il Pd l’insegnante di frontiera, che presidia le barricate dell’istruzione di Stato combattendo non certo il collega che sforna ignoranti, ma il Ministro Gelmini, quella rompicoglioni che ha la pretesa di traslare la proprietà della scuola pubblica dalla corporazione degli insegnanti a – pensa un po’ – chi la scuola la usa e la paga: i cittadini.
Ma non stiamo a sottilizzare. Gli “antichi valori” socialdemocratici insegnano che non si può più né essere, né fingere di essere, liberali, perché il valore fondante al quale educare e ri-educare – diciamolo – è lo Stato e la sua prevaricante moralità.

Dunque, belle le tasse, volgare pretendere che se ne motivi l’imposizione, giusto affidare ad un’agenzia di stato  – si legge nel documento su Università e Ricerca – “la responsabilità di un’analisi della società del futuro” che, “in modo gratuito si impegni (…) in uno sforzo di responsabilità ad allocare il finanziamento della ricerca pubblica”, programmando così le priorità e la stessa definizione dei “settori strategici”. Con quali criteri? E perché non lasciare che sia il mercato a definirli? Questo, il documento approvato dall’esecutivo piddino non lo dice perché si dà per scontato – in nome degli antichi valori – che per il Pd lo Stato è meglio.

Potremmo continuare, e parlare ad esempio di giustizia, altro macro-tema con cui gli strateghi piddini si sono confrontati nell’assise ufficiale dei giorni scorsi. Si scoprirebbe che, sulla giustizia, l’obiettivo del Pd è “differenziarsi dal governo” e che tra le iniziative assunte per promuovere la propria alterità vi è un bel “viaggio” organizzato – e non scherzo – “nella giustizia italiana”, che consenta “un confronto con tutti gli operatori del settore per favorire lo sviluppo e l’integrazione delle proposte tenendo conto delle peculiarità delle differenti realtà giudiziarie.” Un gran bel tour tra le procure, i circoli Anm, i grandi studi legali e, possibilmente, pure una puntatina nel baronato accademico organizzato.

Domanda: ma con i cittadini chi ci sta? Beh, non il Pd che, all’interlocuzione con gli individui, preferisce quella con le corporazioni, intese come organismi organizzati a bassissima entropia. Ed è così che crede di costruire “giorni migliori”!
Sarebbero sì giorni migliori se il Pd arrivasse mai al governo con una piattaforma così antistorica e distorsiva. Ma sarebbero migliori, quei giorni, solo per le tante caste cui il Pd nella prima Assemblea nazionale unitaria della sua storia, ha consegnato un anello di fidanzamento ufficiale.

Questo Pd – constata affranto il sindaco di Salerno, Vincenzo De Luca – si definisce “open e contendibile”. Sarà, ma a me pare – continua l’ex candidato alla Regione Campania – rischi di rivelarsi solo “impotente e incomprensibile”. E come dargli torto. E come non solidarizzare. Con lui e con Ichino e con quanti – e non sono pochi – credono che lo spazio da contendere al Pdl sia proprio quella libertà che il Pdl stesso ha smesso di presidiare, così tradendo l’impegno morale prima che programmatico con i propri elettori. La libertà che parte dal diritto di nascere senza un debito pubblico che ti accompagna alla crescita ricordandoti, ogni giorno, che non sei un uomo libero. La libertà da una burocrazia irrazionale e da un apparato pubblico che pretende di essere sopra di te, e di avere quindi il diritto di prescriverti obblighi da cui esso stesso si esime.

Ma il mondo contemporaneo quella libertà l’ha già data al cittadino fornendogli non sono gli strumenti – internet, i voli low cost… – per esercitare le sue individuali prerogative di cives libero – dire, scegliere, conoscere, deliberare – ma anche gli spazi in  cui inscrivere la propria dimensione fattuale di cittadinanza. E tra questi spazi c’è il lavoro, o meglio ‘i’ lavori, che abbiamo imparato essere non più un’equazione lineare ma un sistema complesso fatto di un’infinità di variabili che più che al diritto del lavoro andrebbero ascritte al diritto della persona.

Riscoprendo gli antichi valori, quindi, il Pd non compie solo una patetica operazione nostalgia. Compie un vero e proprio attacco alle libertà individuali, quelle sì conquistate dall’ingegno umano e dal progresso della civiltà.  E se dovesse mai arrivare il giorno in cui i documenti programmatici elaborati dall’Assemblea piddina divenissero politica di governo, beh – con buona pace dell’allegra compagnia democratica – quel giorno per l’Italia non sarebbe affatto un giorno migliore.