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Cronaca di una democrazia fallita, quella thailandese

– La Thailandia sinora era nota come un luogo paradisiaco di vacanza, non come una terra divisa da scontri politici. Eppure negli ultimi 4 anni si sono susseguiti: un golpe militare, un rovesciamento pacifico del governo (seguito ad una manifestazione massiccia dell’opposizione) e due tentativi falliti di contro-golpe. L’ultimo dei quali è finito questa settimana, lasciando sul terreno ben 82 morti (fra i quali anche il fotografo italiano Fabio Polenghi) e più di 1000 feriti.

Le “camicie rosse” che hanno messo a soqquadro Bangkok, la capitale thailandese, per due mesi, hanno un nome garibaldino. Ma non hanno alcuna intenzione di unire il paese, anzi: tuttora rischiano di dividerlo in una guerra civile.

Non si può comprendere la continua crisi thailandese, se non ci si sofferma almeno un po’ sulla figura più che controversa di Thaksin Shinawatra. Prima di scendere in campo era l’uomo più ricco della Thailandia. Entrato in politica nel 1998, fondando il partito Thai Rak Thai (i thailandesi amano la Thailandia), aveva vinto le elezioni nel 2001, battendo l’Alleanza Democratica per il Popolo. Indagato subito per conflitto di interessi, era stato assolto. Ma i suoi oppositori ritengono che abbia comprato giudice e giuria.

Santo non è ed è stato criticato per aver piazzato i parenti nelle alte cariche dello Stato e usato la politica economica thailandese (la “Thaksinomics”) per arricchire se stesso e le sue aziende. I difensori dei diritti umani lo hanno accusato di aver ucciso, anche con omicidi extragiudiziali, 2500 persone nella sua campagna contro la droga. La maggioranza dei thailandesi, però, lo ha sempre amato e votato, sia per la sua politica populista a favore dei poveri (bassi costi della sanità e condono dei debiti), sia per i buoni risultati della Thaksinomics, che ha consentito un nuovo boom economico dopo la crisi degli anni ‘90.

Si era anche dimostrato abile nella gestione della peggior emergenza nel paese, dopo lo tsunami del 2004. Inutile dire che lo hanno paragonato a un “Berlusconi del Sud Est asiatico”. Come il nostro premier, però, ha attirato l’odio della magistratura. Che in Thailandia è appoggiata dall’esercito. Ha suscitato le perplessità anche del Re, che in Thailandia è venerato quasi come una divinità. Ed ha attirato le ire di tutti quei ceti medi urbanizzati che non erano stati i maggiori beneficiari della Thaksinomics. In seguito a massicce manifestazioni di massa anti-governative, nel settembre 2006 l’esercito ha preso il potere. Thaksin, da allora, vive in esilio.

Nel 2007, però, una volta tornati alle urne, i thailandesi hanno votato per il Partito del Potere al Popolo (Ppp) discendente dal dissolto Thai Rak Thai. Formatosi un governo che si ispirava al programma di Thaksin, guidato da Samak Sundaravej, la Thailandia non ha neppure vissuto un anno intero in pace: la magistratura e i manifestanti pro Partito Democratico, le “camicie gialle” (il giallo è il colore della monarchia thailandese), sono tornati in azione. I giudici condannavano Thaksin (e sua moglie) per corruzione. Le “camicie gialle” bloccavano gli aeroporti internazionali, rovinando un’economia basata sul turismo.

Nel novembre del 2008, dopo mesi di forti tensioni, i “gialli” hanno preso il potere, formando il governo di Abhisit Vajjajiva, senza neppure passare dalle urne. E’ da qui che nasce la protesta dei sostenitori di Thaksin, le “camicie rosse”, gli sconfitti nelle manifestazioni del 2008, organizzatisi nel Fronte Nazionale Unito per la Democrazia contro la Dittatura (Udd). Nell’aprile del 2009, l’Udd si è sollevato a Bangkok. Due settimane di scontri, 120 feriti: era l’antipasto della crisi di quest’anno.

Lo scorso febbraio è stata versata l’ultima goccia che ha fatto traboccare il vaso dell’opposizione: la condanna in contumacia di Thaksin per corruzione e abuso d’ufficio, spiccata dalla Corte Suprema. Indubbiamente pompati (politicamente e con tutta probabilità anche finanziariamente) dall’ex premier in esilio, che non ha lesinato appelli e apparizioni televisive, i “rossi” si sono dati appuntamento a Bangkok il 14 marzo. La protesta, inizialmente pacifica, il 10 aprile è degenerata: 25 morti, in gran parte membri dell’Udd. Da allora è iniziato un lungo assedio.

I “rossi”, che dall’inizio di aprile, avevano scelto il quartiere commerciale e finanziario di Bangkok come loro base, si sono fortificati al suo interno. All’inizio di maggio lo stallo pareva portare a una soluzione politica. Abhisit aveva proposto una sua “road map” che prevedeva l’indizione di elezioni anticipate per il prossimo novembre, previo scioglimento del Parlamento alla fine di agosto. I leader delle camicie rosse avevano già accettato i termini dell’accordo. Ma i rossi chiedevano che fossero i militari a ritirarsi per primi, il governo chiedeva il contrario. Alla fine, dal 13 al 19 maggio, è stata guerriglia metropolitana: 42 morti. Da ieri, finita la rivolta, Thaksin è ricercato anche per “terrorismo”.

La democrazia thailandese è fallita. Anche se il Paese, proprio nei giorni più duri della repressione, veniva eletto membro del Consiglio per i Diritti Umani dell’Onu.


Autore: Stefano Magni

Nato a Milano nel 1976, laureato in Scienze Politiche all’Università di Pavia, è redattore del quotidiano L’Opinione. Ha curato e tradotto l’antologia di studi di Rudolph Rummel, “Lo Stato, il democidio e la guerra” (Leonardo Facco 2003) e il classico della scienza politica “Death by Government” (“Stati assassini”, Rubbettino 2005).

2 Responses to “Cronaca di una democrazia fallita, quella thailandese”

  1. francy38 scrive:

    Penso che la situazione attuale durerà poco,visto i morti e feriti che ci sono stati,che lex premier ci abbia messo lo zampino non ò dubbi,ma bosigna capire,che è statto,l’unico politico che si è ocupato dei( poveri nel vero senso della parola)ed a me e capitato per caso di vederlo all’interno della Thailandia con i poveri che lo osannavano più del Re,e cio da fastidio,perche toglie visibilità alla casa regnante,e ai poteri dell’esercito.
    Non dimentichiamo che è un ex generale anche lui,e da molto fastidio ai suoi colleghi,perche a fato i soldi informatizando la Thailandia
    mentre i suoi ex colleghi,miravano alla visibilità di generali con incarichi vari di governo.
    Ma come sempre bisogna parlere con il popolo,per capire la vera situazione polotica della Thailandia. E non sempre si riesce a capire
    Saluti
    Francy

  2. Giovanni scrive:

    Che l’ex primo ministro Thaksin stia dalla parte dei poveri è assolutamente falso. Mia moglie proviene dal nord est, da un villaggio apertamente schierato dalla parte dei rossi. Il sig. Thaksin si è ingraziato la popolazione rurale con promesse di danaro. In realtà al Sig. Thaksin non interessava nulla dei poveri contadini, ma il loro voto ed il loro sostegno, consapevole di poter crearsi un bacino elettorale numericamente consistente a basso prezzo.
    Le cose gli sono andate bene, una volta eletto, e alla popolazione rurale poco interessava se egli aveva messo tutti i suoi parenti a capo di tutte le posizioni strategiche del paese.
    Dopo il golpe, sal villaggio di provenienza di mia moglie alcune persone hanno mollato i campi ed aderito alla “marcia su bangkok” in cambio di denaro (pagato giornalmente). Molte persone ammettevano candidamente di andare a Bangkok perchè “si guadagna di più”.
    Per favore, cerchiamo di andare più a fondo nelle cose: Thaksin non è dalla parte del Popolo.. è dalla parte di se stesso e non si fa scrupolo di usare la povera gente per i suoi scopi. Grazie a dio, mia moglie, la sorella, i fratelli e la madre hanno compreso che i soldi promessi avevano un fine ben preciso, e si sono dissociati con forza e persino rabbia.
    Poi si è discusso molto sul fatto che i soldati sparassero su pacifici dimostranti (quante volte abbiamo visto in tv lo striscione rosso “Pacific Protesters, not terrorist”.
    Le immagini proposte dai media ci mostravano esclusivamente persone armate di fionde da una parte, e militari armati di tutto punto dall’altra”. Qui da noi non si sono mai viste immagini come questa :
    (ATTENZIONE : l’immagine può disturbare per la sua ESTREMA crudezza.. non aprire il link di fronte a bambini o persone sensibili).
    http://www.maiani.eu/redshirt02.jpg
    Questi soldati sono stati colpiti dalle pacifiche camicie rosse.
    Quale fionda, quale fucile, quale pistola può ridurre un uomo in queste condizioni? Nessuna.. non ci vuole un genio per capire che si è fatto impiego di armi di grosso calibro.
    Inoltre, quasi nessuna testata ha riportato dei soldati morti le prime volte che questi hanno tentato, disarmati, di arginare la protesta.
    Questo solo per affermare che il movimento delle camicie rosse non è un movimento sincero sincero e spinto da veri ideali, ma un movimento organizzato, che fa riferimento ad un’unica persona, e che nasconde al suo interno persone molto violente.

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