L’apparizione di Romano Prodi in una puntata di Otto e Mezzo dedicata alla crisi è stata particolarmente interessante perché l’ex presidente del consiglio ha avuto modo di ribadire alcuni punti fermi della propria visione. Al di là delle ricette programmatiche che ha espresso su varie questioni, quello che in generale colpisce nelle sue parole è l’impostazione filosofica e culturale che c’è dietro.

E’ stato particolarmente significativo il passaggio cui Prodi ha fatto un ritratto della cultura a suo parere “dominante” in Italia nella quale  “vengono mandati messaggi secondo cui il nemico è il fisco, il nemico è lo Stato, il nemico è qualsiasi struttura pubblica”.
Per il Professore è incivile un paese dove il cittadino è educato “fin da bambino (sic) al fatto che lo Stato è colui che lo strangola”.
Infine, secondo Prodi, è “volgare” l’espressione secondo cui i politici “mettono le mani nelle tasche dei cittadini”, perché “ogni cittadino deve sentire il dovere di contribuire al paese in cui vive” e “nessun paese può reggersi se prevalgono certi valori morali ostili allo Stato”.

La presa di posizione di Romano Prodi ha in sé un certo carattere culturalmente autoritario, nel momento in cui nega legittimità a qualsiasi forma di dissenso nei confronti del concetto di supremazia statale.
Nella sua visione mettere in discussione la sacralità del Leviatano è di per sé sintomo di degradazione morale o ancor più di intima perversione. L’uomo retto non può che riconoscere la sua sottomissione all’autorità pubblica ed il fatto che è parte di una società organica alla quale ha il dovere di contribuire.

Si tratta di una concezione che si situa evidentemente agli antipodi rispetto a quel pensiero liberale, libertario e giusnaturalista che invece mette al centro l’individuo e si pone l’obiettivo di affermare il carattere pattizio, negoziale e consensuale alle relazioni politiche. Da un punto di vista liberale il governo deve essere considerato come uno strumento; le sue prerogative devono restare limitate ed in linea di principio revocabili. Di certo non può essere considerato come il titolare del reddito dei suoi cittadini. In un certo senso va riconosciuto a Prodi di aver parlato “fuori dai denti” e di avere individuato, a modo suo, gli effettivi termini della contrapposizione politica tra diritti individuali ed autorità statale, tra produzione economica ed esproprio politico.

Va detto, peraltro, che il ritratto che l’ex premier fa della cultura italiana è ai limiti del surreale, quasi che gli opinion-makers siano improvvisamente diventati dei Thomas Jefferson e che i bambini delle scuole elementari si formino sulle Cato’s Letters.
In realtà, checché ne dica Prodi, il sentimento più diffuso nell’Italia non è l’antistatalismo radicale e quello che cerca la gente non è la difesa “egoistica” dei frutti del proprio lavoro.
Se davvero fosse questo l’orientamento fondamentale della nostra società, vivremmo probabilmente in un paese più libero e più sano.

Al contrario il sentimento più diffuso in Italia è semmai desiderio di essere sollevati dalla responsabilità del proprio futuro, quello di vivere il più possibile a spese degli altri. E’ l’ Italian Dream dello stipendio assicurato e servizi gratuiti, del diritto di consumare senza necessità di produrre. Non ha certo niente a che fare con l’individualismo liberista che Prodi stigmatizza. Semmai è il risultato dell’aspirazione (di per sé legittima) dei singoli a massimizzare il proprio interesse applicata ad un contesto socialista, che pertanto genera dinamiche da tragedy of the commons. Ciascuno cerca di prendere il più possibile e il prima possibile di quello che è pubblico e al diavolo tutti gli altri! Vi contribuisce, certo, il sapiente occultamento, da parte dei politici, dei veri costi dello Stato (si pensi al sostituto d’imposta e alla centralizzazione) che genera quella generalizzata illusione della gratuità dei servizi pubblici che è così importante per garantire il consenso popolare allo statalismo.

La cultura italiana è questa. E’ la cultura del debito pubblico, dell’assistenzialismo, della rendita, delle protezioni. E’ la cultura dell’orientamento al presente, del “meglio l’uovo oggi che la gallina domani”. E non è un caso che qualsiasi governo di centrosinistra o di centrodestra debba fare i conti con questa cultura ed agire di conseguenza.
Rivendicazioni antistataliste sono senz’altro presenti nel nostro paese e sono indubbiamente più forti di qualche anno fa, ma sono tuttora largamente minoritarie. Molto più forti sono invece altri tipi di richiami, di tutt’altro segno, al punto che anche il vituperato “berlusconismo” ha preferito modificare la propria fisionomia, ritarandosi oggi – nelle politiche di Tremonti e di Sacconi – verso obiettivi gestionali e per tanti versi “prodiani”.
Il rinnovato successo elettorale del centrodestra in questi ultimi anni si è costruito da un lato sull’impresentabilità del centrosinistra, dall’altro sulla capacità di Berlusconi e dei suoi di rispondere ad esigenze di rassicurazione e di coesione sociale, rubando per molti versi il lavoro alla sinistra.

In questo senso, se in 7 anni di governo Berlusconi tra il 2001 ed il 2010 le tasse non sono scese, è perché il premier sa che il prezzo politico di non abbassarle è minore del prezzo politico da pagare per toccare spese, assistenzialismo e clientele.
E’ perché sa che la cultura italiana di fondo non è reaganiana ma prodiana e che quindi, per governare, il prodismo è più utile del reaganismo.