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Romano Prodi, l’Italian dream statalista e il prodismo imperante a destra

L’apparizione di Romano Prodi in una puntata di Otto e Mezzo dedicata alla crisi è stata particolarmente interessante perché l’ex presidente del consiglio ha avuto modo di ribadire alcuni punti fermi della propria visione. Al di là delle ricette programmatiche che ha espresso su varie questioni, quello che in generale colpisce nelle sue parole è l’impostazione filosofica e culturale che c’è dietro.

E’ stato particolarmente significativo il passaggio cui Prodi ha fatto un ritratto della cultura a suo parere “dominante” in Italia nella quale  “vengono mandati messaggi secondo cui il nemico è il fisco, il nemico è lo Stato, il nemico è qualsiasi struttura pubblica”.
Per il Professore è incivile un paese dove il cittadino è educato “fin da bambino (sic) al fatto che lo Stato è colui che lo strangola”.
Infine, secondo Prodi, è “volgare” l’espressione secondo cui i politici “mettono le mani nelle tasche dei cittadini”, perché “ogni cittadino deve sentire il dovere di contribuire al paese in cui vive” e “nessun paese può reggersi se prevalgono certi valori morali ostili allo Stato”.

La presa di posizione di Romano Prodi ha in sé un certo carattere culturalmente autoritario, nel momento in cui nega legittimità a qualsiasi forma di dissenso nei confronti del concetto di supremazia statale.
Nella sua visione mettere in discussione la sacralità del Leviatano è di per sé sintomo di degradazione morale o ancor più di intima perversione. L’uomo retto non può che riconoscere la sua sottomissione all’autorità pubblica ed il fatto che è parte di una società organica alla quale ha il dovere di contribuire.

Si tratta di una concezione che si situa evidentemente agli antipodi rispetto a quel pensiero liberale, libertario e giusnaturalista che invece mette al centro l’individuo e si pone l’obiettivo di affermare il carattere pattizio, negoziale e consensuale alle relazioni politiche. Da un punto di vista liberale il governo deve essere considerato come uno strumento; le sue prerogative devono restare limitate ed in linea di principio revocabili. Di certo non può essere considerato come il titolare del reddito dei suoi cittadini. In un certo senso va riconosciuto a Prodi di aver parlato “fuori dai denti” e di avere individuato, a modo suo, gli effettivi termini della contrapposizione politica tra diritti individuali ed autorità statale, tra produzione economica ed esproprio politico.

Va detto, peraltro, che il ritratto che l’ex premier fa della cultura italiana è ai limiti del surreale, quasi che gli opinion-makers siano improvvisamente diventati dei Thomas Jefferson e che i bambini delle scuole elementari si formino sulle Cato’s Letters.
In realtà, checché ne dica Prodi, il sentimento più diffuso nell’Italia non è l’antistatalismo radicale e quello che cerca la gente non è la difesa “egoistica” dei frutti del proprio lavoro.
Se davvero fosse questo l’orientamento fondamentale della nostra società, vivremmo probabilmente in un paese più libero e più sano.

Al contrario il sentimento più diffuso in Italia è semmai desiderio di essere sollevati dalla responsabilità del proprio futuro, quello di vivere il più possibile a spese degli altri. E’ l’ Italian Dream dello stipendio assicurato e servizi gratuiti, del diritto di consumare senza necessità di produrre. Non ha certo niente a che fare con l’individualismo liberista che Prodi stigmatizza. Semmai è il risultato dell’aspirazione (di per sé legittima) dei singoli a massimizzare il proprio interesse applicata ad un contesto socialista, che pertanto genera dinamiche da tragedy of the commons. Ciascuno cerca di prendere il più possibile e il prima possibile di quello che è pubblico e al diavolo tutti gli altri! Vi contribuisce, certo, il sapiente occultamento, da parte dei politici, dei veri costi dello Stato (si pensi al sostituto d’imposta e alla centralizzazione) che genera quella generalizzata illusione della gratuità dei servizi pubblici che è così importante per garantire il consenso popolare allo statalismo.

La cultura italiana è questa. E’ la cultura del debito pubblico, dell’assistenzialismo, della rendita, delle protezioni. E’ la cultura dell’orientamento al presente, del “meglio l’uovo oggi che la gallina domani”. E non è un caso che qualsiasi governo di centrosinistra o di centrodestra debba fare i conti con questa cultura ed agire di conseguenza.
Rivendicazioni antistataliste sono senz’altro presenti nel nostro paese e sono indubbiamente più forti di qualche anno fa, ma sono tuttora largamente minoritarie. Molto più forti sono invece altri tipi di richiami, di tutt’altro segno, al punto che anche il vituperato “berlusconismo” ha preferito modificare la propria fisionomia, ritarandosi oggi – nelle politiche di Tremonti e di Sacconi – verso obiettivi gestionali e per tanti versi “prodiani”.
Il rinnovato successo elettorale del centrodestra in questi ultimi anni si è costruito da un lato sull’impresentabilità del centrosinistra, dall’altro sulla capacità di Berlusconi e dei suoi di rispondere ad esigenze di rassicurazione e di coesione sociale, rubando per molti versi il lavoro alla sinistra.

In questo senso, se in 7 anni di governo Berlusconi tra il 2001 ed il 2010 le tasse non sono scese, è perché il premier sa che il prezzo politico di non abbassarle è minore del prezzo politico da pagare per toccare spese, assistenzialismo e clientele.
E’ perché sa che la cultura italiana di fondo non è reaganiana ma prodiana e che quindi, per governare, il prodismo è più utile del reaganismo.


Autore: Marco Faraci

Nato a Pisa, 34 anni, ingegnere elettronico, executive master in business administration. Professionista nel campo delle telecomunicazioni. Saggista ed opinionista liberista, ha collaborato con giornali e riviste e curato libri sul pensiero politico liberale.

32 Responses to “Romano Prodi, l’Italian dream statalista e il prodismo imperante a destra”

  1. Avrei potuto scriverlo io, condivido tutto dalla prima all’ultima riga. Sono sempre stato un detrattore di Prodi e continuo ad esserlo: non soltanto per la sua aria da grigio burocrate, il suo carisma inesistente, la parlata soporifera, ma proprio per queste sue posizioni. Per l’ex premier (e per fortuna solo ex!) il singolo cittadino non è in grado di scegliere cos’è giusto per lui ma dev’essere guidato dallo stato, dal potere pubblico. Uno stato con funzione quasi pedagogica. Addirittura demenziale, sì proprio così, quando dice che una mentalità ostile allo stato viene inculcata fin da bambini. Se così fosse, l’Italia sarebbe la culla del pensiero non solo liberale, ma addirittura libertario (e gente come Prodi non se la filerebbe nessuno…)!
    Purtroppo l’evoluzione tremontiana lascia poche speranze: dò atto all’attuale ministro di aver contrastato (almeno quello) nuove proposte di spesa pubblica (già eccessiva), però temo che anche questa legislatura se ne andrà senza cambiamenti effettivi della realtà attuale.

  2. KAVDAX scrive:

    Impeccabile! Complimenti per il post e mi associo anche al commento qui sopra.
    Saluti

  3. william longhi scrive:

    non c’è una sola parola che condivido di questo articolo, pur non avendo mai sopportato prodi come leader politico. la solita insulsa, paludosa e malmostosa retorica liberista. l’italia è il paese degli anarco-libertari. per questo ci ritroviamo con gli statali e i dipendenti a pagare per tutti, altro che storie e controstorie del tubo. questo paese è proprio il paradiso dei libertari, che infatti ritengono l’evasione quasi un diritto, una sorta di onorevole forma di disobbedienza civile. i liberisti italici ripetono le stesse identiche cose da decenni e non distinguono le degenerazioni dello statalismo dirigista dalle necessità di avere istituzioni pubbliche solide ed efficienti (che non sono lo stato minimo…). sarò all’antica, sarò socio-conservatore o un para-socialista, ma per me ogni dimensione sociale ha le sue forme degenerative, sia essa lo stato (dirigismo e paternalismo), il mercato (disuguaglianze eticamente inaccettabili) o la comunità locale (mafie, familismo e clientele). i liberisti italiani continuano invece a promuovere idee che hanno il sapore della dottrina definitiva (quella naturalmente giusnaturalista, libertarian, etc etc). beato chi ha raggiunto la pace della ragione con una dottrina definitiva e una verità oggettiva inconfutabile. del resto mises parlava di verità autoevidenti, no?

  4. bagnascus scrive:

    Grandissimo articolo che ribadisce il fondamentale concetto di ogni vero liberal-radicale :L’individuo è fine a se stesso non o strumento di un bene collettivo,stato,comuque lo si voglia chiamare..
    saro sincero : per un periodo mi sono allontanato dal vostro sito in q uanto deluso dal vostro avvicinamento a Fini il q uale tra l’altro non condivide certo le vostre posizioni..non ci si può avvicinare a Fini solo perchè fa il laico..) ma questo articolo mi fa sentire molto vicino a Voi e Vi auguro lunghisssima vita..

  5. Maurizio scrive:

    Bravo! Anch’io condivido totalmente i contenuti dell’articolo e prendo spunto dall’ottimo commento di bagnascus per sfidarvi(amichevolmente intendo!) a pubblicare un articolo sul pensiero economico di Fini.

  6. bagnascus scrive:

    Il pensiero economico di Fini ? un suo fedelissimo ,tale Fabio Granata,si definisce secondo fonti autorevoli ,un “fascista di sinistra ” .Che cosa avrà mai in comune con l’autore di questo articolo?

  7. iulbrinner scrive:

    Condivido integralmente i contenuti dell’articolo – di chiara matrice liberale, finalmente – ma trovo sempre più difficile vedere qualche coerenza tra la filosofia politica che l’articolo espone e la linea editoriale di questo sito, nella quale, onestamente, non trovo rispecchiamenti.
    E non solo per l’adesione di libertiamo alle istanze finiane che, certo, di liberale, hanno davvero ben poco; si potrebbe parlare, nel caso, di un astratto modernismo trendy, che con la mano invisibile di Adamo Smith poco c’azzecca.
    Parlo anche delle tendenze al pensiero unico ed alle censure preventive…

  8. e’ vero Fini non e’ liberista
    ma il vero problema e’: meglio un Berlusconi oggi, illiberale, corporativista, nemico della concorrenza e del libero mercato o un Fini domani che magari nel suo percorso di cambiamento da ex-missino a liberale, incontrera’ anche le tesi del liberismo economico?

  9. bagnascus scrive:

    Mi permetto di non condividere questa impostazione.Berlusconi non ha un substrato ideologico-culturale ;è attento al marketing e poichè l’economia “sociale di mercato” ,come ha ben descritto l’autore di questo articolo sembra più attraente del liberismo per la cultura degli italiani ha deciso di abbracciarla per ragioni di marketing.. ma Fini ? Proviene da una cultura che è l’opposto del liberismo (a differenza di Berlusconi che non possiede visione ideologica) e si dovrebbe aver fiducia in lui perchè non è liberista ma ..potrebbe diventarlo ?Che cosa lo fa pensare ? Si tratta solo di un opportunismo di stile diverso da quello berlusconiano..solo con qualche supponenza in più .. e con molte intuizioni in meno..

  10. Marianna Mascioletti scrive:

    @ bagnascus: bene, abbiamo capito, Fini non le piace. Adesso possiamo tornare “in topic“? Grazie.

  11. Vittorio scrive:

    L’espressione “mettere le mani in tasca agli italiani” la considero anch’io volgare. Prodi ha semplicemente detto che pagare le tasse è un dovere civico e non deve essere visto come un furto da parte dello stato. Affermazione anche abbastanza banale, o almeno dovrebbe esserlo. Quante e cosa poi finanzino queste tasse mi sembra quello che dovrebbe differenziare le diverse scuole di pensiero economico e sociale. Che poi uno che è stato per parecchi anni presidente dell’IRI abbia una certa visione delle cose è anche comprensibile. Altri che a parole predicano diversamente e nei fatti fanno le stesse cose lo sono meno.

  12. Alessio scrive:

    Prodi e i compagni hanno sempre avuto questo difetto autoritario. Il dogma dello stato incontenstabile e al di sopra dell’individuo. Il tutto miscelato a una pienezza di sè insopportabile. Vorrei ricordare comunque la schiera di famigliari e amici “sistemati” nel settore pubblico da questo grande “statista”. Le politiche di questi socialisti all’amatriciana hanno prodotto un paese indebitato, una pressione fiscale elevata e una stagnazione economica perenne. E dobbiamo anche sorbirceli in televisione mentre propongono saccentemente l’ennesimo rialzo di tasse, non già stavolta sui redditi, ma sui nostri risparmi? Mentre magari aggiungono un colore di equità proletaria parlando di tasse sui “ricchi”, quando sanno benissimo che tassare le cosiddette rendite significa tassare il risparmio dei più. Bastaaaa.

  13. Mirko scrive:

    Proprio non lo so dove le avete viste tutte quelle espressioni autoritarie nelle parole di Prodi. L’affermazione del Berlusconesimo in Italia è l’affermazione di tutti quelli che quando lo vedono andare con le minorenni a pagamento, invece di provare sdegno come chiunque abbia un minimo di dignità, provano invidia e vorrebbero essere al posto di papi con noemi seduta sulle gambe. Quelli che fanno vanto dell’individualismo estremo, del fregare tutto e tutti, che, al pari del loro padrone, si sentono realizzati non nella dignità, ma nell’ ‘arrivare’ ad un certo livello di soldi/successo/donne (a pagamento), non importa come. E’ contro tutto questo che Prodi si stava esprimendo, contro la cultura dell’anti-collettività che esalta il successo del singolo raggiunto a qualunque costo prescindendo dai valori della persona, ed anzi fa vanto dell’essere furbi e del vivere fregando il prossimo. E’ un discorso così semplice ed essenziale eppure qualcuno è riuscito a vederci qualcosa di subliminale. Ci sarà un motivo se questo paese è il prossimo candidato alla bancarotta.

  14. william longhi scrive:

    Non c’è niente da fare: in Italia sembra essersi diffusa definitivamente una cultura liberale priva di senso dello stato, se non di disgusto dello stato. il dipendente pubblico è un parassita, la democrazia il dio che ha fallito, il parlamentarismo una mitologia and so on. il liberale italiano oggi ha trovato l’equazione che governa l’universo e si chiede, caustico e insultante, come facciano gli altri a non capire che c’è l’individuo e basta. aridatece Croceeeeeeeeeeeeeee…

  15. genovese scrive:

    vedo che in questo sito ci sono anche ammiratori di Prodi ,un socialista cattolico ch e ha poco di liberista e infatti questi ammiratori fanno discorsi moralistici di stampo cattolico..L’articolo di Faraci non esalta l’individualismo di chi vuole fregare il prossimo esalta l’individualismo di chi crede che sia l’individuo il motore dello sviluppo sociale ,l’individualismo di Einaudi e di Ricossa per capirci una visione di centro destra distante da chi punta alla stato come redistributore del reddito..
    il moralismo sulle faccende private,usate come strumento di polemica politica,è condannabile e destianto a fallire perchè è ridicolo pensare che gli uomini di sinistra siano esenti da questi vizi..

  16. Alessio scrive:

    Il “senso” dello stato rivendicato dai soliti socialisti è solo la solita manfrina per far digerire più tasse e maggiore spesa pubblica. Perchè altrimenti gli “amici” della sinistra almeno avrebbero un po’ di vergogna nell’esibire “campioni” di statisti come Prodi, che si distinguono nel sistemare nell’amministrazione pubblica parenti e amici. Il loro “senso” dello stato è solo un esercizio retorico ad uso e consumo della loro propaganda. Ma tolte le parole rimane solo l’arroganza del burocrate parassita. Il senso dello stato ve lo lascio. Serve solo a creare un regime di servitù: il socialismo.

  17. Mirko scrive:

    Continuo a non capire dove si vedano significati subliminali, discorsi riferiti a non si sa bene quale corrente politica e/o confessione religiosa e/o corrente di pensiero riferita a non si sa bene quale personalità del passato e/o ammirazione per Prodi o per chiunque altro. E’ un discorso semplice ed essenziale, l’attuale premier, affermando che quando la pressione fiscale è alta ciò non giustifica ma rende comprensibile il ricorso all’evasione, non ha fatto altro che fare appello ad un lato neanche tanto nascosto degli italiani che proprio non riescono a sviluppare senso civico e continuano a vedere le tasse non come uno strumento di partecipazione alla collettività ma come una profonda ingiustizia dalla quale ogni mezzo è lecito per fuggire, non importa come, l’importante è evadere il più possibile e fregare il più possibile, sapendo che ciò nell’italiano medio suscita ammirazione, persino in quelli che rimangono fregati, i quali, pittosto che battersi per cambiare il sistema, preferiscono spendere una vita per ceracre di entrare nel giro di quelli che fregano.

  18. marianusc scrive:

    Scusate ma a questa interpretazione di quelle parole di Prodi non si può altro che rispondere che un vero liberale non dovrebbe fare un simile processo alle intenzioni, pregiudiziale ed autoritario quanto accusa di essere Prodi.

  19. Andrea B scrive:

    X Genovese:
    lasci perdere, a nominare Einaudi e Ricossa perde del tempo … questi qui parlano tanto di cultura, ma sembra che conoscano solo Noemi (e mi sa che gli invidiosi sono loro).

    X William Longhi: può avere le sue idee sullo statalismo e sul liberismo, ma è un dato di fatto che in Italia ci sia il mito del “posto” pubblico e del privilegio a discapito del lavoro produttivo e dell’ essere padroni ed artefici del proprio destino, senza delegare responsabilità allo stato.
    E poi, che i liberali pensino che la democrazia sia un “Dio che ha fallito”, mi chiedo proprio da dove l’ abbia tirata fuori …

  20. Marco Faraci scrive:

    @Mirko e William Longhi

    E’ nella natura dell’uomo cercare di massimizzare il proprio interesse e questo è un dato di fatto ineluttabile.
    Partendo da questo presupposto, il problema che pongo è se il rapporto tra l’io e l’altro è impostato meglio (ed in modo più sano) in quadro culturale liberale o in un quadro statalista e socialdemocratico.
    Nel primo caso il perseguimento del proprio interesse si esplica attraverso la produzione ed attraverso la difesa dei frutto del proprio lavoro.
    Nel secondo il perseguimento del proprio interesse si realizza attraverso l’approfittarsi del lavoro altrui, attraverso il mutuo saccheggio e quindi è lì che si alimentano gli egoismi più malsani.
    Un sistema fortemente statizzato potrebbe funzionare solo attraverso una conversione intima in senso altruista delle persone che a tale sistema sono sottoposte. Ma quelle ideologie che pretendono di creare “l’uomo nuovo” si sono sempre rivelate solo delle tragiche illusioni.

  21. william longhi scrive:

    sembra che i liberali parlino per frasi fatte, citando random i loro idoli. poi danno una bella mescolata e lo chiamano argomento. frequento questo sito perché è sempre aggiornato e trovo articoli ben fatti anche se condivido pochissimo quello che viene scritto. e però: maremma quanto sono stufo di sentire le stesse cose, la stessa brodaglia da anni. e l’individualismo… e lo statalismo, i liberali veri e quelli falsi, i socialisti la rovina del mondo, la via per la schiavitù, jefferson, i confederati, Lincoln era protezionista e Rothbard è il vero erede di Mises che Hayek ha tradito. i liberali sono solo i veri eredi del marxismo: hanno la loro ideologia (gli altri dovrebbero rinunciare ad averne di alternative), i loro maestri intoccabili e si dividono tra loro per fregnacce combattendo uniti contro il pensiero unico dirigista in un mondo che più liberista di così nun se po’. e pensare che la loro patria prediletta sono gli Usa, il paese più protezionista dall’inizio della rivoluzione industriale. Prodi è un cattolico democratico con le sue idee. sarebbe bello avere un conservatore con delle idee. e rimettere a posto i conti dello stato non è liberale. è solo buon senso… dello stato. che difetta a destra e manca.

  22. iulbrinner scrive:

    @Marco Faraci, che scrive: “Un sistema fortemente statizzato potrebbe funzionare solo attraverso una conversione intima in senso altruista delle persone che a tale sistema sono sottoposte. Ma quelle ideologie che pretendono di creare “l’uomo nuovo” si sono sempre rivelate solo delle tragiche illusioni”.

    …e non solo in chiave economica.

    Condivido nel modo più assoluto.

  23. Alessio scrive:

    E’ eccezionale ciò che scrive william longhi: “i liberali parlano per frasi fatte”, “i liberali veri eredi del marxismo”. Ma per favore. Se ci sono persone che scollegano il cervello dalla lingua questi sono i socialisti. Per non parlare delle loro menate demagogiche infarcite di statalismo e di retorica marxista. Mi si conceda solo un esempio: la tassazione delle rendite. Per loro significa tassare i ricchi. Invece finiscono solo col tassare solo il risparmio dei ceti medi e bassi. Al suono del ritornello per loro appagante di far piangere i ricchi, Epifani e Bersani non fanno altro che proporre di alzare le tasse sui cittadini comuni pur di avere i soldi da bruciare nella fornace della spesa pubblica.

  24. Paolo scrive:

    Basta. Io sono un dipendente pubblico e vedo con i miei occhi gli effetti drammatici dello statalismo di destra e di sinistra.
    Vedo l’interpretazione autoritaria delle leggi contro il cittadino “che, se vuole, farà ricorso”…
    Vedo giovani stagisti costretti a fare il lavoro di funzionari pubblici ingrigiti e intoccabili…
    Vedo l’assenza di una qualsiasi organizzazione del lavoro per processi, tanto che ogni pensionamento è un dramma perché “era lui che sapeva come fare quelle cose”…
    Vedo sindaci che triplicano gli stipendi ai segretari comunali, convinti che a un pessimo notaio siano affidabili incarichi manageriali…
    Vedo l’impiegato che lavora per tre e i suoi due colleghi che non fanno una piega, con il beneplacito del dirigente…
    Vedo fiumi di finanziamenti per progetti di e-government banali, inutili e obsoleti, adatti per dare un contentino al funzionario di turno e ingrassare le imprese partner…
    Vedo Brunetta che taglia indiscriminatamente, convinto che qualcuno creda davvero al suo strano concetto di meritocrazia…
    Vedo Tremonti che almeno ha l’onestà di parlare di tagli necessari e indiscriminati…
    Vedo colleghi inferociti che reputano la loro professionalità sottopagata, ma se ne guardano bene dal licenziarsi e aprire partita IVA…

  25. william longhi scrive:

    ok… al tempo:
    @ andrea B, democrazia, il dio che ha fallito è il titolo di un saggio di H.H Hoppe, anarco-capitalista. edizioni liberilibri, se non erro. è un concentrato del libertarismo americano rothbardiano.

    @faraci, parlare di sistemi socialdemocratici (e socio-conservatori, come quelli mediterranei) come di sistemi di mutuo saccheggio secondo me spiega ben poco i successi dei paesi scandinavi che, per quanto vivano fasi di espansione e contrazione statale, continuano a vivere bene, direi molto bene, nonostante l’inconfutabile interesse individuale a massimizzare l’utilità personale etc etc. non mi pare che ci siano uomini nuovi in nord europa, nè si cercano società armoniche. si cerca solo di organizzare una libera convivenza civile segnata da coesione sociale e riduzione delle sperequazioni.

    @paolo: come molti altri in questo forum, lavoro nelle aziende private da parecchi anni. ti assicuro che di rapporti degenerati tra personale e dirigenza, dirigenza e azionisti, azienda e clienti, azienda e stato ce n’è a iosa. è proprio la nostra cultura di base ad essere bacata. ho visto soldi a fiumi che avrebbero potuto finire nelle tasche dei dipendenti, o consentire l’assunzione di nuovi dipendenti, o evitare i licenziamenti, essere scaraventati dio sa dove… lasciamo stare le questioni pubblico/privato. e non rispondermi che il privato poi viene punito dal mercato. anche lo stato ormai è punito dal mercato. lo stiamo vivendo in diretta. ho amici che lavorano nel pubblico la cui professionalità e dedizione – nonostante stipendi e contesti noti – è spesso di gran lunga superiore ai dipendenti del privato. il problema manageriale (stipendi e benefit esagerati e ingiustificabili, poteri assurdi rispetto alla proprietà etc etc) è generale, non legato solo al pubblico. forse nel privato i meccanismi di mercato aiutano a ridurli, ma non ne sono più troppo convinto. trovo che ormai il liberale tipo ragiona per compartimenti stagni.

  26. Andrea B scrive:

    X Paolo: il suo intervento è molto illuminante, ma che direbbe se domani il governo decidesse che il numero dei dipendenti pubblici italiani deve scendere da 3 milioni settecentomila a, che so, due milioni, in linea con i numeri di altri paesi europei ? ( La Francia, nazione popolosa ed estesa e di grandi tradizioni statali ne ha 1.700.000, tanto per dire).

  27. iulbrinner scrive:

    Come è stato osservato in modo autorevole in altre sedi, quando si parla di libertà e giustizia non si parla affatto di gemelli omozigoti.
    Spesso, invece, si parla di riferimenti ideali che entrano in rotta di collisione l’uno con l’altro e la capacità di farli coesistere sta nella ricerca di un punto d’equilibrio adatto agli scopi di quell’altra idealità che si definisce “bene comune”.
    Ecco.
    A me sembra che questa discussione da un lato segna l’apparente inconciliabilità dei due ideali, dall’altro l’incapacità (o la non volontà) di concepire l’intrinseca validità dell’uno nella stretta dipendenza ed interazione con l’altro, in un punto di equilibrio idoneo per la maggior parte delle persone.
    Insomma, questa discussione mi sembra scorra esattamente sulla cresta di quel discrimine che separa i territori della destra da quelli della sinistra; ed è un passaggio molto stretto da cui si può facilmente scivolare su un versante o l’altro della montagna, sino in fondo.

  28. Paolo scrive:

    @Andrea B:

    Stiamo andando un po’ fuori tema, ma una precisazione mi pare necessaria: quando si dice “dipendenti pubblici” in Italia si dice tutto e niente.

    Io, ad esempio, sono dipendente di un’azienda che di pubblico ha la natura giuridica, il CCNL e il CdA. Per il resto, (soprav)vive del proprio fatturato, non beneficiando di trasferimenti da Stato o Enti locali.

    E le assicuro che preferirei di gran lunga essere amministrato da un capace imprenditore che rischia del proprio, anziché da un gruppetto di pura nomina politica rinnovato ogni 5 anni: perché quando l’azienda chiuderà (e potrebbe davvero farlo), dovrò cercarmi un altro lavoro, come è giusto che sia, visto che le “ricollocazioni” in altri enti sono molto improbabili, almeno dalle mie parti (ed anche questo lo reputo giusto).

    Quindi mi spiace che sia un governo a decidere che non dovrò avere rinnovi contrattuali per tre anni: avrei preferito che la decisione venisse dal mio datore di lavoro. Ma mi adeguo, consapevole di fare la mia parte, dato che la mia generazione deve scontare i debiti della precedente e vorrei che quella dei nostri figli non dovesse accollarsene di maggiori.

    Per questo oggi abbiamo bisogno di passare, presto e bene, da un sistema di (im)mobilità lavorativa e sociale basato sul prototipo di lavoratore di 40 anni fa (dipendente pubblico o di grande industria privata, a tempo indeterminato, con carriera basata sull’anzianità) a un sistema che favorisca la necessaria flessibilità (anche spostando le risorse occorrenti) per lavoratori dipendenti a tempo determinato, atipici, professionisti con partita IVA.

    E qui rientro nel tema dello statalismo: se nel pubblico si deve tagliare, che si tagli; anche sul personale. Ma il vero beneficio cominceremo ad averlo quando avremo prosciugato questo oceano di Pubblici Nominati, che si autoproclamano manager senza aver mai letto un conto economico, e sono a capo di aziende preziose senza rischiare un loro centesimo.

  29. genovese scrive:

    vedo che i n questo sito c’e ancora chi ammira i sistemi scandinavi con tassazione elevatissima e stato che assiste dalla culla alla tomba ! complimenti !

  30. william longhi scrive:

    nessuna ammirazione specifica per alcun modello particolare. mi sento mooooolto mediterraneo. un conservatore mediterraneo. rilevo soltanto che i liberali discutono con difficoltà certi successi dei paesi scandinavi nella produzione di beni pubblici. o no? dopodiché, forse pochi sanno che in svezia l’evasione fiscale raggiunge quasi il 15%… quindi, semplicemente, nessun modello è al riparo da guasti e problemi. tranne il mercato, madama la marchesa. ci vorrebbe meno dogmatismo e più empirismo. tutto qui.

  31. Alessio scrive:

    Non credo che un liberale abbia difficoltà a parlare dei pregi e difetti di un formicaio. Certo non credo che un liberale vorrebbe diventare una formica o una termite.

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