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Il maggioritario non basta, contro il ‘multipartitismo’ serve il doppio turno alla francese

– L’esito delle recenti elezioni tenutesi nel Regno Unito, ovvero un hung parliament dove non è stato possibile per nessun partito ottenere la maggioranza assoluta dei seggi e che per questo ha portato alla coalizione tra Conservatori e Liberali, difficilmente può essere letto come l’inizio di una crisi e di un cambiamento del sistema bipartitico britannico.  Tecnicamente, la meccanica bipartitica è stata “tradita”, poiché il partito vincitore non è riuscito a formare un governo da solo ed è dovuto ricorrere al sostegno del “terzo” partito. Tuttavia, l’effetto distorcente del maggioritario ad un turno ha ancora una volta prodotto i suoi effetti e i due partiti maggiori hanno raccolto insieme più dell’86,7 per cento dei seggi e il partito liberale ha visto addirittura diminuire il suo bottino rispetto al 2005. Nemmeno si può affermare che vi sia stata una avanzata dei partiti “altri”. 

L’attuale situazione appare più che altro il risultato di una tenuta dei laburisti nonostante la crisi e di una avanzata ancora limitata del partito di Cameron; è il limitato scarto tra i due maggiori partiti, che può essere interpretato come il frutto di una fase di transizione, che rende in buona parte conto del risultato e difficilmente da queste consultazioni si può desumere che in prospettiva i liberali assumeranno il ruolo di partito decisivo, come è stato a lungo in Germania. Inoltre, e il dato non è di poco conto, il responso elettorale è stato rispettato nel grado in cui è stato il leader del partito vincitore a ricevere l’incarico di formare il governo.

Queste elezioni, più che di una crisi sistemica, sono indicatore del fatto che i sistemi elettorali condizionano gli esiti, ma non possono predeterminarli in modo certo, poiché si trovano ad interagire con una serie di condizioni, strutturali e contingenti. Tuttavia, esse hanno comunque dimostrato la capacità del sistema elettorale maggioritario ad un turno di sovrarappresentare in modo significativo i grandi partiti, di penalizzare fortemente le formazioni minori e di condizionare il comportamento di voto orientando la gran parte delle preferenze verso le due principali opzioni.

Il sistema elettorale adottato nel Regno Unito continua, dunque,  ad essere un modello al quale guardare con interesse quando l’obiettivo che si vuole perseguire è quello della semplificazione del sistema partitico e della sua strutturazione (o del suo consolidamento) in senso bipolare. Tuttavia, come ci insegna ad esempio Giovanni Sartori, non bisogna sottovalutare il punto di partenza. Nel Regno Unito il bipartitismo ha radici antiche che affondano nella sua storia e nella contrapposizione che già emerge nel settecento tra il partito di governo e l’ “opposizione di sua Maestà” e il sistema elettorale ha perciò funzionato come uno strumento per mantenere e consolidare questa situazione. L’attuale sistema partitico italiano è invece multipartitico e anche se si tratta di un multipartitismo limitato a livello parlamentare, esistono numerose formazioni presenti nelle assemblee e negli esecutivi ai diversi livelli di governo. Se il punto di partenza è una situazione di multipartitismo, l’adozione di un sistema maggioritario a turno unico ha comunque effetti importanti, prima di tutto a favore delle formazioni maggiori. Tuttavia, come dimostra l’esperienza del Mattarellum, in un tale contesto i partiti tenderanno molto  probabilmente  a “spartirsi” i collegi nell’ambito delle coalizioni rese necessarie dalla competizione a due a livello di collegio, favorendo la spinta verso la frammentazione.
Per questo motivo, sarebbe utile prendere seriamente in considerazione un altro tipo di sistema maggioritario, quello a doppio turno, che in Francia, proprio partendo da un contesto molto frammentato, ha favorito una semplificazione del quadro partitico e ha sistematicamente sovrarappresentato le grandi formazioni e emarginato sia i partiti non coalizzabili (come il Fronte nazionale o i partiti della sinistra estrema) o non disposti a coalizzarsi (i centristi) sia, in misura minore, quelli collocati a destra e a sinistra dei due-tre partiti maggiori.

Il sistema elettorale a doppio turno (che risulta tanto più distorcente tanto più alta è la soglia per passare dal primo al secondo turno) esercita la propria costrizione sull’elettore (che quando vota in modo strategico dà la propria preferenza ad una delle opzioni in campo con qualche chance di vittoria) al secondo turno, quando diventa sufficiente la maggioranza relativa. Ma la presenza dei due turni risulta molto importante poiché offre ai partiti, in particolare quelli maggiori che dirigono il gioco, una diversa opzione rispetto all’accordo al primo turno, ovvero la “desistenza” al secondo. Anche in Francia non sono mancate le candidature uniche sin dal primo turno, ampiamente utilizzate dal centrodestra sino alla formazione dell’Ump. A sinistra, invece, il partito socialista e il partito comunista hanno, al contrario, optato per il mantenimento al secondo turno del candidato meglio piazzato. In questo caso, dunque, la possibilità per uno dei due partiti di conquistare il seggio è sempre legata alla sua effettiva capacità di ottenere un consenso sufficiente per farlo arrivare almeno secondo (o terzo nelle triangolari), non alle semplici negoziazioni tra partiti. Nel tempo questa strategia ha contribuito in modo rilevante all’emarginazione elettorale del Pcf a favore dei socialisti.

La competizione a due che si realizza al secondo turno, la messa fuori gioco dei partiti non coalizzati, l’emarginazione di quelli più lontani dal centro dello spazio politico, sono tutti elementi che favoriscono (e in Francia hanno favorito) la riduzione del formato partitico e il bipolarismo. Naturalmente, contano anche le strategie dei partiti e certe potenzialità possono essere neutralizzate. Tuttavia, gli incentivi sono importanti e con un sistema come quello vigente nella Francia della V Repubblica la “vocazione maggioritaria” dei partiti maggiori è certamente favorita, maggiori sono le opportunità fornite agli “imprenditori politici” di mettere in atto strategie di competizione di tipo maggioritario. E di questo sarebbe saggio tenere conto quando si affronta il problema delle riforme del nostro sistema politico.


Autore: Sofia Ventura

Nata a Casalecchio di Reno nel 1964, Professore associato presso l’Università di Bologna, dove insegna Scienza Politica e Sistemi Federali Comparati. Studiosa dei sistemi politici in chiave comparata, ha dedicato la sua più recente attività di ricerca ai temi del federalismo, delle istituzioni politiche della V Repubblica francese, della leadership e della comunicazione politica.

2 Responses to “Il maggioritario non basta, contro il ‘multipartitismo’ serve il doppio turno alla francese”

  1. Antonluca Cuoco scrive:

    ..sofia: una cosa che temo è il “mercato delle vacche” tra il primo e secondo turno.

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