– E’ stata riattivata la forza di gravità. Dopo quasi due anni passati a lodare le virtù di un paese al riparo dalla crisi e di un’economia supposta forte perché stabile e sparagnina, la manovra da 24 miliardi di euro (tanti dovrebbero essere) è il segnale che il Governo ha finalmente “scoperto” la gravità della situazione debitoria della Repubblica Italiana. Scoperta tardiva, ovviamente, e la sommarietà degli interventi proposti ne è la prova più evidente.

Non c’è da strapparsi le vesti per le singole misure della manovra, soprattutto da quando pare tramontata l’infausta ipotesi di un condono edilizio. Ma per onestà è bene sottolineare la sfacciata spregiudicatezza intellettuale che ha caratterizzato la comunicazione di governo degli ultimi diciotto mesi: pensando di poter scampare alla bufera economica e finanziaria internazionale con in mano un rosario, l’esecutivo guidato da Berlusconi ha scelto di teorizzare l’immobilismo che praticava, caricandolo di significati quasi esoterici e cementandolo con il consueto mantra “siamo messi meglio degli altri”.

Come dimenticare le tesi immaginifiche di Tremonti sulla nuova tabula mundi, la sua rassicurazione sulla perfetta tenuta del sistema pensionistico italiano e l’inutilità di manovre correttive? E come cancellare dalla mente le lodi che Sacconi e Brunetta rivolgevano all’impianto degli ammortizzatori sociali italiani? E ancora, quanto sono vive le immagini di Capezzone che, ad ogni timido dato positivo sul fronte della produzione industriale, si sperticava le mani in applausi alla politica economica dell’esecutivo?

Negare la profondità della crisi, costruire la retorica dell’immobilismo come strategia e aspettare speranzosi è stata forse una strategia elettoralmente vincente per il centrodestra – se pensiamo agli esiti delle Europee 2009 e soprattutto le Regionali 2010 – ma non si è trattato di un buon servizio al paese. Anzi.

La manovra economica messa a punto da Tremonti non è “macelleria sociale”, in fondo provvede a dar una sforbiciata ad una spesa pubblica elefantiaca. Ma anche in questo caso, come in passato, il Governo pare preferire le scorciatoie alle vie maestre. E così, il blocco degli stipendi dei dipendenti pubblici è orizzontale e indifferenziato, mentre sarebbe stato opportuno modularlo sulla base di criteri di merito e produttività. Il taglio delle spese dei ministeri tocca in profondità un centro di spesa importante, ma l’ambito in cui si è prodotta la voragine nell’ultimo decennio – la spesa sanitaria regionale – viene appena lambito. Soprattutto, ancora una volta, il Governo non affronta nessuna delle grandi riforme strutturali di cui il sistema economico italiano avrebbe drammaticamente bisogno, da un ammodernamento ed un’apertura del mercato del lavoro ad un welfare più snello ed efficace, da un sistema pensionistico davvero stabile ad una riforma fiscale che riequilibri il peso della tassazione tra redditi da lavoro, consumo ed altre forme di reddito.

Si dirà: non c’era tempo. Con l’affanno della cicala che prova in extremis a fare la formica, si rimandano a data da destinarsi le innovazioni sistemiche, che richiederebbero più tempo per essere elaborate e realizzate, e si lascia spazio alla gestione dell’emergenza. Perchè questo è il Governo che finora ha dimostrato di saper affrontare le emergenze, ma non la prova delle riforme.