Non si stoppano i ‘processi mediatici’ abolendo la cronaca giudiziaria

Il cosiddetto “ddl intercettazioni” – che era, in teoria, partito dall’esigenza di regolamentare in maniera più stringente le intercettazioni disposte dall’autorità giudiziaria e il loro utilizzo da parte della stampa – si è gonfiato in modo abnorme fino a comprendere materie che con le intercettazioni non c’entrano punto, ma coinvolgono pesantemente e in modo tutt’altro che “neutrale” l’esercizio di diritti fondamentali, non solo connessi alla professione giornalistica, sbrigativamente sacrificati in nome della “privacy”.

Se il problema era impedire la pubblicazione di intercettazioni puramente “private” e non rilevanti ai fini del diritto di cronaca, non si capisce perché si sia giunti a negare la “notiziabilità” delle inchieste giudiziarie fino al termine dell’udienza preliminare e all’ampliamento di fatto del segreto istruttorio, oltre i termini per cui esso è previsto, a salvaguardia dei diritti dell’indagato. E’ vero che la spettacolarizzazione della giustizia e il suo sdoppiamento mediatico (con i processi replicati in tv, mentre si celebrano nelle aule dei tribunali) droga l’informazione e corrompe la giustizia, consolidando l’idea che la verità giudiziaria sia la “stessa cosa” di quella storica e giornalistica. Ma la risposta non può essere quella di commissariare l’informazione e di zittire la cronaca giudiziaria per impedire i “processi mediatici”.

Non è solo questione di misura, ma proprio di logica. Una cosa è volere impedire che, tra i plastici di Porta a Porta o nei docu-fiction del “giornalismo antagonista”, i portavoce dell’accusa e della difesa o gli avatar mediatici degli imputati e dei testimoni “recitino” in Tv i processi da Corte d’Assise. Altra cosa – tutt’altra cosa – è vietare la diffusione delle notizie sugli insperati regali ricevuti da un Ministro famoso o quelle sulla morte “accidentale” di un detenuto qualsiasi (uno come Cucchi, per dire). Tra le due cose non c’è nessuna relazione logica e politicamente difendibile.

Il legislatore si è fatto un po’ frettolosamente prendere la mano. Anche nel prevedere che, di fronte a violazioni del segreto istruttorio, l’illegale diffusione delle notizie renda illegali le notizie stesse, con il risultato prevedibile di incentivarne la circolazione illegale, il riciclaggio e l’uso ricattatorio. Insomma, su questo dossier, malgrado le troppe decisioni “definitive”, c’è ancora molto da riflettere. E c’è ancora tempo e modo – mi pare – per fare gli opportuni passi avanti e i necessari passi indietro.


Autore: Carmelo Palma

Torinese, 44 anni, laureato in filosofia. E' stato dirigente radicale, consigliere comunale di Torino e regionale del Piemonte. Direttore dell’Associazione Libertiamo e della testata libertiamo.it. Gli piace fare politica, non sempre gli riesce.

9 Responses to “Non si stoppano i ‘processi mediatici’ abolendo la cronaca giudiziaria”

  1. Giordano Masini scrive:

    Non sopporto i plastici di Vespa, mi vengono le bolle a sentire le risse da Santoro, e mi sembrano di cattivo gusto anche gli inseguimenti con gli elicotteri di cui sono specializzati i network americani. Ma il problema, in Italia, come ho avuto modo di argomentare qualche giorno fa su Libertiamo, non è il “processo mediatico”. Il problema è il processo.
    Ovvero un iter giudiziario che si svolge secondo criteri arbitrari e insondabili che mortificano il diritto, il buon senso e la giustizia stessa. La televisione si nutre spesso di casi umani, ma è la giustizia, non la stampa, a trasformare i casi giudiziari in casi umani.

    Pretendere di stabilire per legge ciò che è notizia e ciò che non lo è rappresenta un abuso illiberale. Casomai il fatto che proprio nel paese degli ordini professionali si registri un tasso così elevato di servilismo e mancanza di etica professionale da parte dei giornalisti dimostra solo quanto vani e controproducenti siano i tentativi dello Stato di sostituirsi al mercato, in questo caso il mercato dell’informazione.
    Ripensiamo a quello che diceva George Gilder a Roma l’altro giorno, nel racconto di Piercamillo Falasca:

    “la creatività è sempre una sorpresa, il suo prodotto è sempre inaspettato ed è questo che determina il profitto dell’imprenditore. L’invito del pensatore americano è a non contrastare l’entropia, a non cercare di ingabbiare la creatività imprenditoriale con regole rigide o con una tassazione gravosa. E soprattutto, se la politica ha un compito, è quello di offrire un ambiente a bassa entropia – uno stato di diritto solido, una moneta stabile, un sistema di difesa della proprietà e dell’incolumità – nel quale possa invece prosperare un sistema economico ad alto livello di entropia”.

    Nel nostro paese avviene esattamente il contrario, e questo provvedimento non fa che rafforzare ulteriormente questa tendenza perversa: uno stato di diritto assente, nessuna garanzia per la proprietà e l’incolumità, e la ceatività imprenditoriale (perché anche i giornali e le televisioni sono imprese che operano sul mercato) frustrata da regole che ne impediscono il pieno e libero dispiegarsi e che pretenderebbero di renderla “prevedibile”.

    L’attuale maggioranza parlamentare non ha le palle per proporre una riforma incisiva del sistema giudiziario. Questo, ormai, sembra abbastanza chiaro. Allora cerca di mettere pezze e toppe laddove nessuno, ma proprio nessuno, ne sente il bisogno.

  2. Lontana scrive:

    Masini ha ragione. Il problema principale é il sistema giudiziario che é marcio e da cui derivano tutte le altre sistuazioni. Benissimo punire per evitare che escano notizie indiscrete prima del processo, e doveroso, anche se meno giusto, punire i giornali finanziati coi soldi pubblici,o altri media, che partendo da una spiata, costruiscono istruttorie.
    In ogni caso é meglio farlo questo ddl, almeno la piantiamo per un po’ con le telenovelas.
    Tanto per la cronaca, in Canada, dove la giustizia funziona, le intercettazioni sono fatte col contagocce e per un periodo limitato, e niente esce prima del processo.

  3. con la sola differenza, che la corruzione in Canada e’ “leggermente minore” di quella italiana…

  4. Giordano Masini scrive:

    Ma la corruzione di un paese e l’efficienza del suo sistema giudiziario non sono due variabili indipendenti…

  5. luigi zoppoli scrive:

    In Canada come negli USA le intercettazioni vengono disposte da molteplici organi di polizia e non so se se ne tengono statistiche. Le telenovelas mediatiche è vero, hano come concausa i processi ma vorrei, ad esempio, capire se l’intercettazione di qello che sghignazza la notte del terremoto all’Aquila rientra tra le telenovelas o meno. L’aspetto importante quanto il bavaglio mediatico è la complicazione di tutte le procedure e le autorizzazioni per intercettare oltre che una durata incompatibile con la complessità di molti reati. Ma c’è un aspetto prodromico: si dice che le intercettazioni sono troppe. Troppo è un concetto vago che smette di essere una illuzione nel momento nel quale si stabilisce il “rispetto a cosa”. Dunque il ragionamento dovrebbe essere: le intercettazioni sono troppe rispetto a….Quale numero, stabilito come, reso raffrontabile come? Altrimenti è fuffa. Personalmente sono convinto che l’accelerazione nell’aprovazione della norma sia legata alle attuali inchieste sulla cricca.

  6. Alessandro Ceccoli scrive:

    Varese, 2 giugno 2010

    Illustrissimo Presidente della Repubblica Italiana
    Giorgio Napolitano

    Mi scuso se la forma non è quella del protocollo alla quale sono poco avvezzo, ma mi preme renderLa partecipe di un avvenimento che se dovesse essere veritiero dovrebbe rattristarci.

    Oggi 2 giugno Festa della Repubblica Italiana, in occasione delle celebrazioni innanzi al Prefetto di Varese, sarebbe brillato per la propria assenza l’Inno di Mameli tra altre sonorità e canzonette.

    Non essendo io un’Autorità e non essendo perciò presente alla Cerimonia, resto nella speranza che chi mi ha riportato l’accaduto, abbia avuto qualche minuto di distrazione e l’Inno sia stato eseguito; confido in questo, considerato l’alto profilo dei nostri Prefetti. Ma mi preme che l’episodio si chiarisca.

    Per onestà intellettuale tengo a sottolineare che mi sento cittadino del mondo, e credo che la matrice della Nazione non debba essere uno scoglio alle relazioni tra i Popoli, ma uno strumento di arricchimento reciproco.

    Da cittadino italiano chiedo a Lei di verificare l’accaduto, e se, come io spero, l’omissione dell’Inno, simbolico dell’Unità nazionale, non sia realmente avvenuta, La prego di accettare le mie scuse.

    Alessandro Ceccoli

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