Un reperto del ‘900. Lo Statuto dei lavoratori compie quarant’anni

– Oggi schiere di sindacalisti, di politicanti e giuristi di regime,  di pennivendoli di ogni tipo intrecciano danze intorno ad uno dei “sepolcri imbiancati” più ingombranti dello storia del dopoguerra: lo Statuto dei lavoratori, che compie 40 anni. E resta un arnese del Novecento, al pari della Divisumma o della Lambretta.

Il legislatore del 1970 aveva dei precisi punti di riferimento: sul piano internazionale poteva avvalersi della legislazione del new deal rooseveltiano (la celebre legge Wagner del 1935), che era alla base della formazione culturale di un grande giuslaburista come Gino Giugni, l’animatore dello Statuto dei lavoratori; nella contrattazione collettiva, lo storico contratto dei metalmeccanici del 1969 aveva già anticipato taluni diritti sindacali, destinati poi a trovare sanzione nella legge n. 300/1970; nella struttura produttiva era netto il predominio della grande impresa, che finiva per riassumere in sé il paradigma del lavoro dipendente.

C’erano anche le aziende medie e piccole, ma non erano considerate protagoniste della storia: nel 1971 gli occupati in aziende industriali (in senso stretto) fino a 15 dipendenti  erano più di 1,7 milioni; nel 2001, 2,9 milioni (il 43% di tutti gli addetti al settore). Oggi, la legislazione di allora finisce per riguardare solo una parte –  ancora importante – di un mondo del lavoro che si è profondamente articolato e diversificato. La questione di quali nuove regole non riguarda solo – come spesso si crede – il caso, assai diffuso, del lavoro quasi-subordinato, atipico, “grigio”, cresciuto negli ultimi anni, a ridosso delle leggi che hanno modernizzato, nell’ultimo decennio il mercato del lavoro.

Anche il lavoro subordinato si è trasformato in conseguenza dei radicali mutamenti che hanno interessato, in questi trent’anni, la struttura produttiva e dei servizi. Nel periodo 1971-2001 (il censimento del 2011 è a rischio perché non è ancora stato finanziato), le imprese con meno di 50 addetti hanno più che compensato (con l’incremento di oltre 1,50 milioni di nuovi addetti) il crollo dell’occupazione (- 1,25 milioni, di cui un milione perduto nel Nord Ovest) nelle aziende con più di 50 addetti, con un saldo attivo di circa 250mila occupati.

Ma non occorre andare indietro di quarant’anni per individuare delle modifiche clamorose nell’assetto produttivo del Paese. Dal 1991 al 2001 si è  avuta un’esplosione del numero delle micro-aziende (aumentano del 51% quelle con un solo addetto, addirittura quasi raddoppiano nei servizi). Secondo il censimento del 2001, su oltre 4 milioni di imprese ben 3,68 milioni avevano meno di 5 addetti  (solo poco più di tremila imprese, in Italia, avevano più di 250 occupati). Il numero medio di addetti per impresa era pari a 3,8 (9,2 nell’industria in senso stretto), con una variazione negativa del 12,9% rispetto a dieci anni prima.

Se a tale situazione si aggiungono i dati del c.d. lavoro atipico non sembra possibile trovare un  “centro” unificante sul quale poggiare un nuovo sistema di diritti e prerogative (quello Statuto dei lavori di cui si parla da tempo in termini tanto generici da non comprendere di che cosa si tratti). L’altro problema serio riguarda le finalità dell’operazione. A fronte delle difficoltà a rifondare in maniera unificante le regole ed i diritti del  lavoro, è  forte il rischio di lasciarsi afferrare dalla logica delle tutele differenziate. Il che lascerebbe il  mercato del lavoro più o meno frastagliato come adesso: al vertice la parte (declinante) di classe lavoratrice coperta dalla legge n.300 (con le note gerarchie interne: impiego pubblico, dipendenti delle grandi imprese e “giù per li rami” gli altri), poi i vari gironi del lavoro atipico ai quali vengono estesi (per sottrazione) i diritti del mondo del lavoro di prima categoria, in quanto compatibili.

Questa è l’impostazione che la sinistra dà al problema. Ma tutto ciò produrrebbe soltanto un irrigidimento complessivo dell’assetto del mercato, senza determinare una nuova uguaglianza di base. In verità, per smontare il vecchio apparato di tutele e rifondarne uno nuovo si dovrebbe ripartire, da un lato, dalla disciplina del licenziamento, dall’altro dalle protezioni previdenziali ed assistenziali, arrivando a delineare percorsi e trattamenti il più possibile comuni ed uniformi, almeno in una prospettiva non lontana. Ma per questa via si torna alla riforma dell’articolo 18 dello Statuto. In altre parole, si ritorna daccapo e si rimane lì a rammendare le solite vecchie calze. E a riannodare tra di loro la sequela delle speranze deluse.


Autore: Giuliano Cazzola

Nato a Bologna nel 1941. Laureato in Giurisprudenza, esperto di questioni relative a diritto del lavoro, welfare e previdenza, è stato dirigente generale del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali. Insegna Diritto della Sicurezza Sociale presso l’Università di Bologna. Ha scritto, tra l’altro, per Il Sole 24 Ore, Il Giornale, Quotidiano Nazionale e Avvenire e collaborato con le riviste Economy, Il Mulino e Liberal. È stato deputato per il Pdl nella XVI Legislatura. Per le elezioni 2013, ha aderito alla piattaforma di Scelta Civica - Con Monti per l'Italia.

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