George Gilder, un conservatore del futuro

– “Don’t solve problems, pursue opportunities. Quando hai un problema e provi a risolverlo, finisci per sussidiare le tue debolezze, erodendo i tuoi punti di forza e giungendo così ad esiti molto mediocri, oltre che costosi. I governi tendono compulsivamente a cercare soluzioni per i problemi, producendo così sempre nuova ed invadente regolazione pubblica. Bisogna abbandonare l’aspirazione alla risoluzione dei problemi, puntando invece a sfruttare le nuove opportunità. La sfida è riconoscere le opportunità, quella è la qualità dell’imprenditore…”

Spiazzante e controintuitivo. George Gilder (ospite di Libertiamo e dell’IBL martedì scorso) è un intellettuale intrigante e difficile, poliedrico e visionario. Il suo bestseller, Ricchezza e Povertà (1981), fu una sorta di bibbia della Reagonomics. Già nel 1993 teorizzava che negli anni a venire il fattore di produzione cruciale per lo sviluppo e la crescita economica sarebbe stata la bandwidth, l’ampiezza della banda di connessione a Internet: diventando praticamente gratis, o comunque davvero poco costosa, la banda sarebbe stata per i decenni successivi ciò che il motore a vapore è stato per la Rivoluzione Industriale. A distanza di diciassette anni – dopo la nascita della dot economy, l’esplosione della sua bolla ed il suo successivo consolidamento – sappiamo quanto profetiche fossero quelle teorie. E se nel 1994, in un libro dal titolo molto indicativo (“Life after Television”), Gilder sistematizzò le sue previsioni, è già in cantiere la nuova sfida: The end of the Internet. Per ora poco più di una bozza, tra qualche tempo un libro che varrà la pena leggere. Editori italiani cercasi, la traduzione la offriamo noi.

Incuriosito dalla teoria dell’informazione, Gilder ha rielaborato il concetto di entropia dell’informazione (la quantità d’incertezza, la sorpresa, l’evento imprevedibile) come chiave interpretativa del profitto imprenditoriale: la creatività è sempre una sorpresa, il suo prodotto è sempre inaspettato ed è questo che determina il profitto dell’imprenditore. L’invito del pensatore americano è a non contrastare l’entropia, a non cercare di ingabbiare la creatività imprenditoriale con regole rigide o con una tassazione gravosa. E soprattutto, se la politica ha un compito, è quello di offrire un ambiente a bassa entropia – uno stato di diritto solido, una moneta stabile, un sistema di difesa della proprietà e dell’incolumità – nel quale possa invece prosperare un sistema economico ad alto livello di entropia.

La teoria dell’informazione come nuova frontiera della teoria economica. Una visione dell’economia che rifiuti il mito della “concorrenza perfetta”: sottesa al modello della concorrenza perfetta, c’è l’ipotesi di conoscenza perfetta, cioè di assenza di entropia. Ma un mondo del genere non solo non è possibile – non sappiamo mai tutto – ma non sarebbe nemmeno desiderabile, perché rappresenterebbe la fine della creatività e della libertà. Se fosse tutto noto – fa notare Gilder – la pianificazione economica ed il socialismo funzionerebbero. Siamo invece ‘condannati’ a vivere in un mondo ad alta entropia, dove il mercato non esiste a prescindere dall’imprenditore. Anzi, è l’imprenditore che crea il mercato, costantemente imperfetto, mutevole, instabile.

Con George Gilder si può parlare di tante cose, lo abbiamo fatto al convegno e lo abbiamo fatto a pranzo. Da Israele (oggetto del suo ultimo libro, l’antisionismo è per lui la quintessenza dell’anticapitalismo) al welfare state (la sua posizione fieramente anti-welfare e la sua visione del rapporto uomo-donna lo trasformò nel nemico pubblico numero uno delle femministe degli anni Settanta). Dagli scenari politici del partito repubblicano americano alle sfide dell’immigrazione (“Ah, se fossi in voi italiani, mi preoccuperei se ne venissero troppo pochi… piuttosto pensate a far loro imparare l’italiano… ed attraete quanti più high-skilled immigrants è possibile”). Preoccupato per la welfare-dependancy dei neri americani, riesce a trovare un aspetto positivo della presidenza Obama: quello di poter essere un modello virtuoso di uomo, marito e padre con cui molti black potrebbero identificarsi, fuggendo dalle sabbie mobili dell’alcolismo, dell’abbandono scolastico, dell’inoccupazione, dell’abbandono delle famiglie. La parentesi pro-Obama finisce ovviamente in fretta, nella parole del nostro ospite, lasciando campo alla tempesta di critiche per quello che Gilder considera uno dei governi più liberticidi della storia americana. Lo preoccupa l’espansione della spesa e del debito pubblico e lo preoccupa la determinazione con cui l’amministrazione Obama vuole imporre la net neutrality, il principio di neutralità della rete: potrebbe essere il più grande freno all’innovazione e alla realizzazione di nuovi investimenti privati in banda larga. Forzando un po’ la mano, è come se durante la Rivoluzione Industriale avessero imposto la proprietà proletaria dei mezzi di produzione.


Autore: Piercamillo Falasca

Vicepresidente di Libertiamo. Nato a Sarno nel 1980, si è laureato in Economia alla Bocconi e ha frequentato il Master in Parlamento e Politiche Pubbliche della Luiss. E' fellow dell’Istituto Bruno Leoni. Ha scritto, con Carlo Lottieri, "Come il federalismo può salvare il Mezzogiorno" (2008, Rubbettino) ed ha curato "Dopo! - Ricette per il dopo crisi" (2009, IBL Libri). Ha scritto anche, nel 2011, "Terroni 2.0", edito sempre da Rubbettino.

One Response to “George Gilder, un conservatore del futuro”

  1. Simona Bonfante scrive:

    davvero stimolante

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