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Sull’euro Berlusconi ha ragione. E anche la Merkel

– Angela Merkel contro Silvio Berlusconi? Un titolo giornalisticamente charmant, ma nei fatto sbagliato. L’osservazione del premier italiano – “l’euro debole aiuta l’export” – e l’impegno della cancelliera tedesca al mantenimento dell’indipendenza della Bce contengono entrambi un fondo di verità. Purché ci si intenda.

Anzitutto, non può essere un tabù (e se lo era, bene fa Berlusconi a romperlo) sostenere che la moneta unico fosse troppo forte e che il ‘raffreddamento’ del rapporto euro/dollaro non sia di per sé una cattiva notizia. Da quando è nelle nostre tasche, l’euro si è robustamente rivalutato, e ciò ha certamente rappresentato un segnale di apprezzamento dei mercati per la storica operazione dell’unione monetaria. Ma è anche probabile che il super-euro degli ultimi anni non fosse supportato dai fondamentali, quanto piuttosto dalla scelta esplicita della Fed di pompare liquidità nel sistema economico americano e di permettere una significativa svalutazione guidata del biglietto verde. In un certo senso, ha quindi ragione il Cavaliere a sottolineare i benefici effetti sull’export di un ritorno del tasso di cambio a livelli ‘fisiologici’.

E tuttavia non va sottovalutato l’allarme di Angela Merkel, che è sostanzialmente la preoccupazione di chi vede in giro emergere – ancora una volta, più di quanto non sia già accaduto in passato –la tentazione di piegare la politica monetaria della Bce, affinchè si faccia supplente della politica e dei governi nazionali nel lavoro sporco che questi non sembrano in grado di poter (e voler) fare. Non è ‘rigorismo’ burocratico chiedere che Francoforte continui ad avere come unico obiettivo il mantenimento della stabilità dei prezzi e del valore della moneta (evitando nello specifico di monetizzare l’enorme debito pubblico che si va accumulando), ma la lezione che decenni – per non dire di più – di alta inflazione e periodiche svalutazioni competitive dovrebbero aver dato a tutto il Vecchio Continente. Ed in particolare all’Italia.

Implicita nel piano di salvataggio messo a punto recentemente dall’eurozona c’è stata una ‘promessa’ che i governi europei hanno fatto ai mercati e che i paesi finanziariamente più esposti hanno fatto a quelli più forti: da subito coniugare il rigore finanziario con le riforme necessarie a ritrovare la competitività e la crescita. Lo stabiliva il patto di stabilità e crescita, d’altro canto, ma la politica dei governi, almeno nell’ultimo quinquennio, ha preteso di superare di fatto il trattato di Maastricht, senza sostituirlo con nulla di nuovo. Concedendosi sostanzialmente una vita al di sopra delle proprie possibilità, come ha ricordato Angela Merkel.

La speculazione sui mercati ha segnalato il problema, anticipando presumibilmente lo scoppio di un bubbone. Il deprezzamento dell’euro è a questo punto un’opportunità,che il fiuto di Berlusconi non ha mancato di cogliere, ma non si deve trasformare in un doping con il quale supplire magicamente alla zoppìa. Per superarla, la soluzione passa ancora una volta dal coraggio riformatore di quei governi che sapranno darselo.


Autore: Benedetto Della Vedova

Nato a Sondrio nel 1962, laureato alla Bocconi, economista, è stato ricercatore presso l’Istituto per l’Economia delle fonti di energia e presso l’Istituto di ricerca della Regione Lombardia. Ha scritto per il Sole24Ore, Corriere Economia, Giornale e Foglio. Dirigente e deputato europeo radicale, è stato Presidente dei Riformatori Liberali. Presidente di Libertiamo, è stato capogruppo di Futuro e Libertà per l'Italia alla Camera dei Deputati. Attualmente, è senatore di Scelta Civica per l'Italia.

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