Poca autodisciplina e molti pericoli nel codice per il web voluto da Maroni

– Francamente, questo codice di autodisciplina del web non mi piace, e a giudicare dai commenti letti in rete sono in buona compagnia.

Intanto rewind. Sabato scorso il ministro degli Interni Maroni e il viceministro delle Comunicazioni Paolo Romani, in presenza di Google e Microsoft (ma non di Facebook né del resto del world wide web) hanno dato il via libera alla bozza definitiva del “Codice di autodisciplina a tutela della dignità della persona sulla rete”, che vincolerà gli operatori del web che sceglieranno di aderirvi.

Tanto premesso per dovere di onestà intellettuale, provo ad argomentare perché ritengo questo codice degno di una stroncatura netta e irreversibile.

Il primo motivo è nel titolo, dove è scritto “autodisciplina” ma si legge autorità, stante l’eteronomia della fonte giuridica in questione. Né vale a salvare il profilo di autonomia di questo codice la previsione della volontarietà delle adesioni. Tale clausola semmai rende manifesto perfino il retropensiero dei ministri proponenti, che cioè le previsioni del codice fossero così poco necessarie da tollerare un’adesione meramente volontaria da parte dei providers e da non richiedere la sanzione di cogenza implicata in una legge. Mistificazione.

I punti chiave dell’intervento sono tre. Chi vi aderisce:

–          si impegna a “collaborare con le autorità giudiziarie e di polizia impegnate a prevenire e reprimere la commissione di reati per mezzo della rete”;

–          si impegna a “rimuovere eventuali contenuti illeciti o potenzialmente lesivi della dignità umana” pubblicati sulle proprie piattaforme;

–          ottiene un bollino di qualità che attesta la propria compliance al sommo valore della dignità umana e alla virtù civile della collaborazione con le autorità costituite.

Con tali previsioni gli estensori della bozza sono riusciti ad essere in un colpo solo tautologici, illiberali e sovranamente presuntuosi.

Ribadire l’obbligo di collaborare con le autorità di giustizia in presenza di reato è pleonastico ed è già ampiamente positivizzato nel nostro ordinamento giuridico, al punto che il codice penale vi dedica già diverse fattispecie. Tre di esse sono rubricate come omissione di denuncia di reato da parte di pubblico ufficiale, di incaricato di pubblico servizio e del cittadino (artt. 361, 362, 364). Tautologie ministeriali.

Ma è la “rimozione dei contenuti illeciti o potenzialmente lesivi della dignità umana” affidata agli aderenti il vulnus più grave dell’impianto normativo in questione. L’elaborazione e la condivisione di contenuti (anche su internet) da parte dei singoli risponde ad un principio costituzionale che fino a ieri (oggi non so) si definiva come libera manifestazione del pensiero; internet, inoltre, costituisce oggi il principale “luogo” e uno dei fondamentali strumenti di sviluppo della personalità del cittadino (art. 2 Costituzione).

La compressione della possibilità di espressione e interazione offerta dalla rete, attraverso l’introduzione della possibilità di filtrare o rimuovere i contenuti immessi dagli utenti, quantomeno rendeva necessaria una norma avente il rango della legge, in ossequio a quello che è un altro principio costituzionale e della tradizione penalistica occidentale, quale la riserva di legge in campo penale (Nulla poena sine praevia lege poenali), anche in considerazione del fatto che i providers sono dei meri gestori dell’infrastruttura di comunicazione, non equiparabili agli editori di contenuti, ai quali è ovviamente consentito di selezionare i “materiali” offerti e anche di valutare, per esigenze di autotutela o di coerenza editoriale,  se e quanto essi possano considerarsi illeciti o lesivi della dignità umana.

Peggiore dell’infrazione della riserva di legge penale è poi l’infrazione della riserva di giurisdizione costituzionalmente prevista a garanzia della libertà dei cittadini. Affidando ai providers il compito di individuare gli illeciti e interpretare la potenzialità lesiva dei contenuti pubblicati il Governo cede il monopolio della coercizione, aggira il sistema di garanzie procedurali poste a presidio delle libertà individuali (agli utenti non è offerto uno straccio di possibilità difensiva) e tradisce la propria visione antistorica e oscurantista di internet, visto come la zona franca del diritto, delle responsabilità e della moralità. Scivolone pericoloso.

Quanto al bollino di qualità, esso si fonda sulla presunzione sovrana che la presenza di un interlocutore pubblico renda più affidabile l’attestazione di virtù e qualità di quanto non facciano le scelte razionali dei singoli utenti/consumatori o le patenti di “conformità” rilasciabili da soggetti privati muniti della fiducia della propria clientela, del web e dei mercati.

Tutto ciò, al netto di due ulteriori considerazioni che non fanno che aggravare il giudizio già negativo su questa iniziativa di Maroni e Romani.

La prima è che qualsiasi intervento statuale sulla rete è destinato alla frustrazione, dal momento che la rete è un fenomeno globale e che le aziende che la animano sono multinazionali che sfuggono ai confini delle singole giurisdizioni nazionali. L’assillo regolamentare e censorio del governo italiano nei confronti di Internet avrebbe dovuto condurre ad intraprendere un’iniziativa pattizia di livello internazionale. Il che, beninteso, a me provoca comunque la pelle d’oca, ma quantomeno avrebbe denotato una certa onestà intellettuale da parte di chi è ossessionato dalla necessità di mettere il web sotto tutela.

In secondo luogo questo patto dei volenterosi tra Governo e providers sembra illuministicamente ispirato al brocardo “tutto per il popolo, niente per mezzo del popolo”. Fin dal titolo si fa infatti riferimento alla tutela della dignità delle persone, ma a tale enunciazione di rara nobiltà non è seguita e non seguirà alcuna azione coerente, né nel metodo né nella sostanza. Nel metodo a nessuno è venuto in mente di interpellare i consumatori o, che ne so, qualche forum, per chiedere se a) sentivano minacciata la propria dignità personale dalla rete e b) cosa avrebbero preferito si facesse per meglio tutelarla. Per quanto riguarda la sostanza mi pare che le crepe aperte nel sistema di garanzie penali e il nulla osta alla discrezionalità interpretativa bastano e avanzano a giustificare l’assunto.

Con questa trovata del codice, per concludere, mi pare proprio che Maroni e Romani abbiano sprecato l’ennesima occasione di impiego efficiente del proprio prezioso tempo di lavoro. O, se preferite, per stare zitti.


Autore: Lucio Scudiero

Classe 1986, è laureato in Giurisprudenza presso l’Università Federico II di Napoli. Quando non scrive nè edita bozze altrui studia a un master di diritto europeo, in attesa di potersi dedicare alla storia moderna, alla musica e ai classici della letteratura. E' incidentalmente caporedattore di Libertiamo.it.

2 Responses to “Poca autodisciplina e molti pericoli nel codice per il web voluto da Maroni”

  1. Alessandro scrive:

    Se mai ci fosse bisogno di ulteriori prove del tasso di liberalismo che c’è in questo governo

  2. Luca Pozzoni scrive:

    Frustrare la libertà della persona in nome della dignità della persona… proprio un bel progetto, non c’è che dire.

Trackbacks/Pingbacks