Le mani del Ministero dell’ambiente sulle politiche per lo sviluppo

– Il Ministero dell’ambiente allunga la mano sulle politiche industriali e infrastrutturali. È il verdetto annunciato dalla riforma del cosiddetto “Codice ambiente”. La denominazione data al decreto legislativo 152/06, già ampiamente modificato nel 2008, non era giudicata appropriata, vista l’incomprimibilità della più vasta normativa in materia di ambiente in un decreto.

Con l’inclusione delle norme sull’Autorizzazione Integrata Ambientale, tuttavia, l’appellativo sembra meglio attagliarsi al provvedimento. Queste ed altre novità sono infatti contenute nello schema di decreto legislativo – approvato giovedì scorso dal Consiglio dei ministri e prossimamente all’esame delle commissioni parlamentari competenti – che modifica il Codice ambiente sulla base della delega contenuta nella legge 69/2009.

Nel merito, l’importanza della riforma è ricavata dal nuovo ruolo che assume il dicastero di Via Cristoforo Colombo nelle politiche economiche del Governo. Le novità riguardano, innanzi tutto, il valore vincolante attribuito ai pareri espressi dalle autorità competenti alla Valutazione Ambientale Strategica (VAS) sui piani e programmi predisposti da autorità e organismi pubblici (inclusi i concessionari di servizio pubblico), previsti da disposizioni legislative o regolamentari.

Il tema è di estremo interesse perché investe pressoché tutti i settori produttivi, a partire dalle infrastrutture dei trasporti ed energetiche, condizionando (o precludendo) i maggiori investimenti in autostrade, ferrovie, aeroporti e infrastrutture energetiche; da ultimo la strategia energetica nucleare che il Governo dovrà adottare nei prossimi mesi. Con la riforma, il Ministero dell’Ambiente si ritrova investito di un vero e proprio potere di veto sull’approvazione dei principali programmi infrastrutturali e di sviluppo del paese.

Ma le novità non interessano solo le politiche nazionali. Se per i piani di interesse statale, che interessano le maggiori infrastrutture del paese, l’ultima parola è data dal Ministero dell’ambiente, per i piani urbanistici e gli altri atti programmatori dalle amministrazioni periferiche, sono le autorità competenti designate da ciascuna Regione a fissare le condizioni per la loro approvazione.

Sino ad ora i punti deboli della VAS riguardavano in primo luogo i tempi lunghi del procedimento: tre mesi per la verifica di assoggettabilità (se trattasi di modifiche a piani già vigenti), due mesi di consultazione pubblica, tre mesi per l’espressione del parere conclusivo da parte dell’autorità competente. Eventuali, non inusitati, ritardi portano facilmente ad un diluirsi dei tempi fino ad un anno, fatto di evidente drammaticità per quei programmi da approvarsi con cadenza annuale e che per questo devono essere predisposti in largo anticipo, con dati e conoscenze non ottimali, per poter essere attuati a tutti gli effetti nell’anno di riferimento.

Lentezza dei tempi della burocrazia a parte, gli esiti della VAS sono consistiti finora nella formulazione di proposte e osservazioni da discutere con l’autorità procedente, ossia l’amministrazione che deve approvare il piano. L’esame dell’impatto ambientale del programma serviva a inserire nel procedimento di adozione le considerazioni di tipo ecologico. Le richieste del Ministero dell’ambiente o delle altre autorità competenti a livello regionale sino ad ora sono andate poi a comporsi con le altre esigenze in una soluzione di compromesso. In tal modo si è addivenuti sinora ad un bilanciamento degli interessi pubblici in gioco.

La modalità concertativa di definizione del testo finale dei documenti di programmazione è coerente con l’impianto della normativa comunitaria, che descrive la VAS come un momento obbligato nel procedimento di adozione di un piano, dedicato all’esame degli effetti ambientali. Un esame che deve inserirsi delle politiche pubbliche per tener conto delle esigenze di tutela ambientale, ma i cui esiti devono aiutare l’autorità procedente che approva il piano a trovare le soluzioni più ecocompatibili.

La riforma del codice ambiente va ben oltre. La ponderazione delle diverse esigenze non sembra più possibile se saranno confermate le modifiche previste dallo schema di decreto approvato dal Consiglio dei Ministri. Il carattere vincolante del parere VAS pone il Ministero dell’ambiente nella condizione di dettare prescrizioni imprescindibili ai fini dell’approvazione, a detrimento delle altre esigenze cui il piano dovrebbe rispondere.

Di più, il mancato adeguamento dei piani e dei programmi alle modifiche richieste dall’autorità competente in materia di VAS può esser fatto valere mediante l’impugnazione dell’atto davanti al giudice amministrativo, da parte di chiunque abbia partecipato alla consultazione pubblica. L’autorità procedente, spesso rappresentata dai ministeri delle infrastrutture e dei trasporti o dello sviluppo economico, sarà costretta ad accettare le modifiche proposte dal dicastero di Via Cristoforo Colombo, con buona pace dei motivi di ordine tecnico o economico che avevano ispirato l’impronta originale del programma.

L’interim del Ministero dello sviluppo al Presidente del Consiglio può forse far mancare un utile contrappeso alle istanze del Ministero dell’ambiente. Di certo, lasciare nei fatti all’ambiente la regia della programmazione economica è un’inedita inversione dei ruoli che lascia poco spazio a coerenti e razionali politiche di sviluppo.


Autore: Diego Menegon

Nato a Volpago, in provincia di Treviso, nel 1983. Laureato del Collegio Lamaro Pozzani della Federazione Nazionale dei Cavalieri del Lavoro. Ha svolto ricerche e scritto per Iter Legis, Agienergia e la collana Dario Mazzi (Il Mulino). Si occupa di affari istituzionali e di politiche del diritto nei temi di economia, welfare, energia e ambiente. Socio fondatore di Libertiamo, è Direttore dell'ufficio legislativo di ConfContribuenti e Fellow dell'Istituto Bruno Leoni. Attualmente candidato alle elezioni politiche 2013 con Fare per Fermare il Declino.

One Response to “Le mani del Ministero dell’ambiente sulle politiche per lo sviluppo”

  1. marcello scrive:

    L’ambiente in Italia è sempre contato poco. Basti vedere come ancora lo ius aedificandi prevale nettamente sulla tutela dell’ambiente. La cementificazione e la speculazione edilizia non hanno limiti e mi piacerebbe sapere se un domani qualcuno si degnerà di porre fine alla consumazione del territorio, visto che non c’è solo il problema di avere sempre meno verde ma anche le frane o le inondazioni che sempre più ci sono state in questi ultimi anni dovevano far pensare. Invece è stato approvato il piano casa.

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